Alessandro Baricco

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Feltrinelli, 2002, € 6,00

di Simona
PERCOMPRENDERE MEGLIO LA NUOVA CONQUISTA DEL WEST Un Instant Book finito primo in classifica che ha il pregio di non cavalcare temi di attualità allo scopo di coglierne un successo riflesso, ma che piuttosto riporta alla ribalta un’importante questione che sembrava finita nel dimenticatoio e comunque trattata con superficialità. Allora quello di Baricco è il tentativo di capire un fenomeno –la globalizzazione e i vari annessi e connessi- di cui lui per primo sapeva poco, proprio nel momento in cui i mass media sembrano metterlo in secondo piano.

Per quanto nei suoi romanzi l’autore sembra faccia di tutto per stupire con storie di grande immaginazione e fantasia, così quando vuole spiegare qualcosa procede in modo rigorosamente logico e razionale. Certo la tendenza di B. è un po’ sempre quella del maestrino che ama farti la lezione, tuttavia trovo che dopotutto è utile a volte che qualcuno si prenda la briga di Spiegare dei fenomeni, e non solo di Sputare Sentenze: è ovvio poi che non tutti si troveranno d’accordo con le conclusioni espresse dall’autore. Si tratta comunque di un libro semplice e breve che però mette tanta carne al fuoco, tanto che dopo averlo letto inevitabilmente d’un fiato, sarebbe consigliabile poi compiere un’operazione che in generale è sempre utile fare, ma che lo è a maggior ragione in questo caso: riflettere. Provo qui a riportare i punti a mio parere più interessanti dell’indagine di Baricco sulla globalizzazione.

- Baricco decisamente parte dall’inizio, dalla definizione di Globalizzazione, e cerca di verificare sul campo se certi luoghi comuni ad essa relativi siano “veri per davvero”. Per esempio, è vero che la Coca Cola si beve in tutto il mondo? Ma poi le domande si fanno più complesse. “C’è troppa forza di inerzia, nello scivolare del pianeta verso la globalizzazione, per credere che non sia un cammino guidato, perfino controllato, passo dopo passo, e costantemente alimentato. (…) Non bisogna capire come funzione il motore: sarebbe utile sapere chi sta continuando a metterci la benzina.” Allora la domanda è “Chi ha organizzato il gioco?”(…) “La globalizzazione è una proiezione fantastica che, se considerata reale, diventerà reale”(…) “Chi ha inventato questo paesaggio, e chi lo sponsorizza ogni giorno? Il denaro.”

- “Il luogo comune che vuole la globalizzazione “inarrestabile” si è irrigidito a totem indiscutibile”(...) “Ce ne sarebbe abbastanza per pensare che ormai sia inevitabile….Ma è anche vero che non tutto sta filando liscio come il denaro avrebbe sperato.(…) Tanto è più forte e invasivo, tanto più il mito della globalizzazione è destinato a generare ribellioni (…) perché inevitabilmente risulteranno escluse “le frange deboli, irregolari o indisciplinate del sistema.”

- A questo punto nascono i “contromovimenti al lento scivolare dell’Occidente verso la globalizzazione.” Dice B. che “prima ancora di chiedersi cosa pensano del mondo globalizzato, quelli si indignano per come ce lo stanno vendendo (…) Soprattutto i più giovani; sono no global perché è un modo di provare ad avere un cervello libero, indipendente, non ipnotizzato dalle grancasse del potere.” (…) “…d’istinto, fanno casino. Che sia Vietnam o globalizzazione, cambia poi poco: c’è sempre una fetta di umanità che non ci sta, che si rivolta all’inerzia con cui la maggioranza adotta gli slogan che qualcuno ha inventato per loro. Sono i ribelli. (…)Dovremmo difenderli dall’estinzione; sono la nostra assicurazione contro tutti i fascismi. (…) Sulla golobalizzazione hanno torto? Poco importa. La prossima volta avranno ragione, e sarà la salvezza per tutti.”

- “…magari un po’ confusamente, e ognuno seguendo i temi che più gli stanno a cuore, i no gobal evidenziano che (…) chi vende oggi la globalizzazione chiede in cambio una libertà d’azione che riconosce un unico principio regolatore: la legge del più forte. L’idea è che il miglior modo di aiutare i poveri è aiutare i ricchi a moltiplicare il denaro: qualcosa finirà in tasca anche ai poveri.(…) Benché le rivendicazioni dei no global siano tante e diverse si possono raccogliere tutte sotto un unico stendardo: il rifiuto di un mondo regolato dalla legge del più forte.”

- “Chiedervi se siete pro o contro la globalizzazione non significa chiedervi se siete favorevoli ai cibi transegnici , o se vi piace la Nike, (…) significa chiedervi se, per abitare un mondo più ricco, siete disposti ad abitare un mondo selettivo, competitivo, duro, in cui vige sostanzialmente la legge del più forte, e dove i vincitori vincono e gli sconfitti perdono.” Ma “…una buona fetta del secolo appena passato è stata dedicata a evitare un mondo del genere. Attraverso il socialismo reale e l’idea di stato assistenziale.(…) Perché cercavano un simile obiettivo? Perché erano buoni? No. Perché erano scioccati. Scioccati dalla vita disumana dell’operaio europeo di fine Ottocento, scioccati dalle famiglie americane sprofondate da un giorno all’altro nella miseria di un crollo di Borsa imprevedibile. (…) Che ne è stato di quello choc? Dimenticato? Possibile che ci vogliano due aerei lanciati ad azzerare le Twin Towers per ricordare che la legge del più forte non è una garanzia per nessuno, nemmeno per il più forte?”

- Poi le critiche contro i no global che dicono “-non siamo contro la globalizzazione, siamo contro i guasti che questa globalizzazione produce- Non è un po’ troppo comodo decidere, senza grandi prove, che sarebbe possibile una, per così dire, globalizzazione pulita? (…) Una globalizzazione che non ferisca a morte il pianeta: che sia umana, prodotta dal basso, civile e morale. Cos’è, l’ennesima illusione o un vero progetto possibile?” Secondo B. “la globalizzazione buona, se c’è, è fatta con gli stessi mattoni di quella cattiva. Usati diversamente, ma i mattoni sono gli stessi.” Per esempio lo strapotere dei brand (loghi) e l’omologazione culturale sono fenomeni che, visti da vicino, non sono così demonizzabili come spesso si crede, o meglio, sono probabilmente pericolosi, ma non nel modo in cui normalmente ci viene fatto credere. “…Siamo in grado di identificare lucidamente i rischi della globalizzazione, ma non siamo in grado di valutarne l’impatto sul tessuto sociale, perché quel tessuto sociale non ci è chiaro.”

- Per B. la buona globalizzazione dovrebbe passare piuttosto attraverso una sorta di rivoluzione culturale. Essa ha bisogno “…che il mondo accetti di pensare il futuro senza pregiudizi, e sia disposto a smettere di difendere un presente che già non esiste più.” Ci vorrebbe “gente convinta che la globalizzazione così come ce la stanno vendendo sia un sogno sbagliato e grigio (…) proveniente direttamente da banchieri e manager. Si tratterrebbe di iniziare a sognare quel sogno al posto loro: e realizzarlo.”

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