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Aldo Gianolio

Il trombonista innamorato

Aldo Gianolio


Robin Edizioni, 2019

di Franco Bergoglio
Dalla notte dei tempi jazz e letteratura intrattengono una relazione proficua, seppure ambigua. Non è il caso di scomodare i numi tutelari della beat generation come Jack Kerouac per trovare tante belle pagine dedicate al jazz. Alcune sono arrivate fino agli altari della consacrazione definitiva (come quelle di Toni Morrison, premio Nobel). Il jazz piace sulla strada come in accademia e oggi mette d’accordo il colto e l’inclita: trionfa nella letteratura pulp (gialli, thriller) e oggi ed è ben rappresentato nella nobile poesia, dove esistono veri e propri filoni poetici dedicati a John Coltrane, Charlie Parker, Billie Holiday. Parliamo di pagine su pagine che, se non sono numerose come le note suonate, poco ci manca. Eppure in tutto questo profluvio di parole manca quasi totalmente un ingrediente: l’ironia.

Nel jazz suonato di prese in giro, travisamenti e goliardate se ne trovano tanti esempi, ma a quanto pare le altre forme artistiche che ne hanno tratto ispirazione, tranne forse la pittura, hanno preferito il registro tragico. Questo discorso non vale per Aldo Gianolio, che ha scritto quaranta racconti divertenti, a volte stranianti, ricchi di humour e nonsense, ora raccolti nel libro Il trombonista innamorato, (Robin Edizioni, 2019). Trattandosi di racconti il paragone corre immediato con il celebre volume di racconti dedicati al jazz, quel Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer che è, sì, poetico, ma anche tremendamente serio. Gianolio in un certo senso rappresenta il contraltare a quell’approccio al jazz, che non ammette i giochi di parole o le modalità di racconto dell’oralità popolare, anzi con i suoi pastiche volendo ne costituisce un antidoto.

Diversi di questi bozzetti erano già apparsi nel 2002 per la coraggiosa casa editrice  Mobydick con il titolo A Duke Ellington non piaceva Hitchcock, (2002) ma se siete tra i fortunati possessori di quel libriccino non dovete mancare l’acquisto di questa nuova edizione. I racconti sono aumentati di numero e tutti, quelli  vecchi e i nuovi, sono accompagnati da disegni dello stesso Gianolio che riprendono il leit motiv della storia. Aldo Gianolio è uno scrittore dalla vocazione antica, ma a lungo è stato riconosciuto soprattutto come critico di primo piano del panorama italiano, con collaborazioni a Musica Jazz,  L’Unità, JazzitaliaJazzit. E’ naturale quindi che il narratore dei racconti vero protagonista trasversale, sia un critico di jazz, John Ferro. Ferro, oltre ad avere il terrore di parlare in pubblico, si scaglia in continue polemiche a distanza con un altro critico, il suo acerrimo rivale Bill Olsen, esperto di jazz contemporaneo. Se Gianolio prende bonariamente in giro i musicisti, non risparmia stoccate pungenti verso la propria categoria, quella della critica. Anzi dalla vis polemica anti-critica nascono molte pagine del libro, come si vede nel ritratto dedicato al trombonista Jay Jay Johnson.

Ecco un estratto:

«Ma Attenzione! Nel caso di Jay Jay non è come quando si parla di altri grandi artisti che può sempre scappare a un critico  dire il più grande e appare subito un’esagerazione perché ce ne sono altri in quel campo  di grandi uguali. Dire il più grande per Jay Jay vuole davvero dire il più grande. Come per Louis Armstrong che è stato il più grande trombettista, Pablo Picasso il più grande pittore, Tazio Nuvolari il più grande automobilista, il generale Cadorna il più grande coglione». 

L’irrilevanza della critica nel mondo - dove gli intellettuali in generale godono di scarsa stima generale e per tutto il resto vige l’auto-recensione su Amazon - neutralizza in parte l’effetto di questi attacchi, ma sottotraccia la serietà di alcuni temi, camuffata tra situazioni paradossali e giochi di parole, non diminuisce. Il razzismo per esempio è presente in vari racconti, fino all’apoteosi di un incontro fanta-storico tra Django Reinhardt, Charlie Christian, Benny Goodman e … Adolf Hitler. 

Chi sono i protagonisti? Ci sono i mostri sacri, come Coltrane, Mingus o Parker e ci sono i personaggi da addetti ai lavori, come Jaki Byard o Eddie Blackwell. Non serve conoscerli per apprezzare il libro e magari chiuso il volume viene voglia di andare alla ricerca dei dischi. Tutti hanno la propria vicenda da raccontare, che può avere a che fare con la musica o può invece bighellonare tra letteratura, cinema, gastronomia, baseball, sesso. Il racconto dedicato a Byard è un dialogo a tre dove  un musicista apprezza Kerouac, al secondo “fa schifo”  e il terzo è un ottimista. Il risultato è una via di mezzo tra le Operette Morali di Leopardi e le barzellette: ci sono un inglese, un americano e un italiano…

 I jazzisti raccontati in questo libro di Gianolio vengono spesso illuminati nei dettagli minori delle loro vite, come l’appetito inesauribile di Cannon Adderley o la tirchieria di Benny Goodman; non sono eroi in posa, seri come quelli dei Ritratti in jazz di Murakami Haruki (Einaudi 2013), che sembrano soggetti per i saggi di uno studente diligente: il candidato descriva la figura di Chet Baker … Per Gianolio il jazz è un grande gioco che ha deciso di giocare con regole sue. E sono diverse da quelle degli altri scrittori.