Alan Friedman

Alan Friedman La mano di Orfeo


Baldini e Castoldi, Collana I Lupi, 2026, 400 pagine, 22 euro Narrativa Italiana | Giallo | Thriller

21/10/2026 di Franco Bergoglio

È appena uscito il primo romanzo di Alan Friedman, giornalista, conduttore televisivo, scrittore (di saggi equamente distribuiti tra politica, economia, cronaca internazionale) e autore di numerosi scoop, tra i quali quello inerente lo scandalo Iraq-gate: la vendita di armi a Saddam Hussein grazie ai finanziamenti illeciti effettuati anche tramite la banca BNL e la CIA. Una notizia che a suo tempo ha turbato gli equilibri politici e svelato una triangolazione inquietante dietro la nobile motivazione della missione irachena. Ho avuto recentemente l’occasione di intervistare Friedman per la presentazione de La mano di Orfeo che si è tenuta al Circolo dei Lettori di Novara. L’autore, al primo romanzo, lavoro che si muove nell’alveo noir/spy story, alla domanda se la trama sia diretta conseguenza di quello scandalo (o di altri simili), ha risposto con un sorriso enigmatico. A lui in realtà interessa parlare del protagonista, con il quale condivide più di un tratto biografico ma che a più riprese definisce «tutt’altro che perfetto». Quel che colpisce del libro - al netto della trama avvincente, ricca di colpi di scena e azione in ogni capitolo - è la profonda conoscenza di Friedman del potere in tutti i suoi aspetti. Il giornalista e conduttore che ha conosciuto, lavorato, intervistato diversi capi di Stato americani, tutti i presidenti del consiglio del nostro Paese degli ultimi quarant’anni e ancora banchieri centrali, industriali di alto livello, lobbisti, finanzieri e chiunque “conti”, ha una visione del potere acuta, che nel libro emerge distillata in taglienti aforismi. E sono tanti, come le mille facce del potere vero, quello che spesso gioca la sua partita dietro le quinte. Ad esempio, un cattivo afferma che «fingere funziona nelle democrazie liberali» anche se poi chiosa «il mondo sta cambiando». Andiamo oltre e troviamo quello che a mio giudizio è forse il più bello tra questi aforismi; tecnicamente si tratta di un brevissimo dialogo, in pratica rappresenta la fulminante esplicitazione di come funziona il mondo che si muove sotto la superficie: «Questa conversazione non è mai avvenuta.» «Le conversazioni non avvengono mai.» Dietro frasi del genere si sente pulsare, oltre alla conoscenza della materia, anche l’istinto dello scrittore.

Interrogato sui suoi idoli letterari, Friedman indica come padri nobili gli autori di spionaggio del filone inglese, a partire da Graham Greene per risalire fino a un nome misconosciuto, specialmente nel nostro paese, Eric Ambler: un elegante narratore che dagli anni Trenta e per alcuni decenni ha deliziato i palati più sofisticati con le proprie storie spionistiche ambientate in luoghi esotici. Ambler, per capirci, è una delle influenze determinanti per Fleming e il suo 007.

«La cosa più importante da sapere su un assassinio, non è chi ha sparato,bma chi ha pagato il proiettile». Questa frase di Ambler si trova in esergo al libro di Friedman e rinforza l’importanza strategica del discorso cinico sul potere che ne innerva tante pagine. La politica senza scrupoli si intreccia con l’alta finanza di pari requisiti; di un banchiere svizzero (già qui è tutto un programma, no?) si dice che: «aveva la cadenza fluida di chi parla quattro lingue e sa mentire in ognuna».

Il romanzo, multipolare, si dipana tra America, Europa e Asia; le scene si svolgono con sullo sfondo la maestosa facciata della Wiener Staatsoper, il teatro dell’opera di Vienna, le feste della Casa Bianca o, sempre a Washington, negli oscuri uffici che gestiscono le più delicate operazioni di intelligence, ma anche nella Praga (pre crollo Muro) o in una Roma decadente, corrotto crocevia salottiero di mille trame occulte, Città Eterna che gareggia con la quinta filmica della Grande Bellezza. Proprio il continuo volare da capo all’altro del mondo cambiando identità e ruolo - dall’agente segreto a Mosca, al mestiere di giornalista a Londra, al buen retiro nei colli toscani a vestire i panni del possidente che produce vini pregiati - ricorda un po’ le atmosfere e i personaggi di Ambler. All’ombra della misteriosa organizzazione Orfeo – nome che, certo, evoca il potere dionisiaco della musica ma anche il tema della discesa agli inferi del protagonista suonatore di lira - si susseguono considerevoli nefandezze; l'autore strizza l’occhio con ironia mettendo sempre in gioco la sua conoscenza del mondo dell’alta finanza o della politica attuale e ci lascia intuire come il suo protagonista Alex Grayson non sia un buono di carta o celluloide alla James Bond, ma un imperfetto specchio della società contemporanea con tutte le sue nere trame.


Alan Friedman è uno dei pochi giornalisti internazionali che hanno raccontato dall’interno i meccanismi del potere globale. Ha scritto per il «Financial Times», l’«International Herald Tribune», il «New York Times» e il «Wall Street Journal». È stato vincitore di quattro British Press Award. È autore di numerosi libri su politica, finanza e potere, tra cui le biografie di Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi, alcuni dei quali tradotti all’estero e adattati da Netflix. La mano di Orfeo è il suo primo romanzo.