Tommaso Ottomano

Documentario

Tommaso Ottomano La chitarra nella roccia


2025 » RECENSIONE | Documentario | Musica
Con Lucio Corsi, Tommaso Ottomano, Francis Delacroix e la Banda



04/11/2025 di Laura Bianchi
Quando, due anni fa più o meno esatti, vidi Lucio Corsi e la sua Banda che, come dice lui, "mi fa vedere la luce" - ogni riferimento ai Blues Brothers non è per niente casuale - dal vivo a Lugano, davanti a duecento spettatori, gli auguravo e pronosticavo un grande successo, ma non mi aspettavo che l'exploit sanremese di febbraio lo avrebbe portato a essere il fenomeno di questo 2025, l'artista da sold out ovunque, il beniamino di platee sempre più gigantesche e intergenerazionali, il vincitore di due Targhe Tenco (miglior canzone e miglior album), e, ora, il protagonista di un docufilm imperniato su un suo live. 

Invece, ecco La chitarra nella roccia, geniale produzione Sugar - Borotalco, regia di Tommaso Ottomano, il "fratello in musica" del cantautore maremmano, che per l'occasione ha voluto essere attorniato non solo dalla sua Banda, ma anche da quattro fiati, due coriste, un percussionista, e soprattutto ha scelto per il concerto un luogo alchemico, perfetto per la rappresentazione del suo mondo insieme etereo e materico: l'abbazia di San Galgano, a Chiusdino (SI), chiesa imponente, profondamente medievale, già teatro di molti concerti importanti e sfondo di film famosissimi, dal soffitto più scenografico del mondo: il cielo.

Di Arthur, in italiano detto Semola, l'eroe del celebre film disneyano La spada nella roccia, ispirato proprio alla leggenda di Excalibur, di cui è protagonista anche l'abbazia, Corsi ha l'energia, la freschezza, l'entusiasmo infantile, la pura gioia di suonare - al Tenco confidò:"Vorrei stare in tour tutta la vita!" -, e anche il profondo senso dell'amicizia e della lealtà; così, affidare  la regia a Ottomano si dimostra una scelta azzeccata, e per molti versi. Innanzitutto, il regista ha scelto di girare in pellicola 16 mm., che dona un tono Seventies, arricchendo il live di colori caldi e di inquadrature sgranate, che ricordano la dylaniana Rolling Thunder Revue, non solo evocata dallo stesso Corsi in alcune sonorità, ma anche da lui esplicitamente omaggiata col famoso fischio di Highway 61 Revisited.
Poi, la scenografia, che ricalca quella del live portato in giro per tutta l'estate, non si impone con maxischermi, ma suddivide i musicisti in tre piani, accentuando la profondità della visione, in modo che possiamo seguire le chitarre e le tastiere in basso, a metà la batteria, le percussioni e le coriste, e in alto i fiati. Inoltre, lo spettatore può vedere il montaggio da ben sei macchine da presa, tra punti fissi, un carrello, una camera a mano che si muove sul palco (un Giulio Melani vestito come un tecnico, in camice bianco, a contrastare con i colori del palco) inquadrando da vicinissimo le mani e i volti dei musicisti, e un'infinita scelta di riprese, da quelle spettacolari col drone dall'alto - meravigliose durante lo stage diving - a quelle vertiginose col grandangolo, che  esaltano tutta l'architettura dell'abbazia, in dialogo con l'energia rock che si muove sul palco e con l'emozione del pubblico.

Infine, la fotografia di Marco De Pasquale riprende tutto il concerto senza cambi di diaframma, per rendere la visione al cinema ancora più realistica e coinvolgente, simile a quella del pubblico presente, che vede il sole calare, il cielo farsi da chiaro a scuro, le ombre accentuarsi, con un effetto dichiaratamente sospeso, poetico e onirico, come nella splendida sequenza in cui Corsi, solo al piano, interpreta con trasporto Nel cuore della notte, o in quella in cui lui e Ottomano sono soli sul palco, a intrecciare piano e chitarra in Tu sei il mattino, oppure esaltante, da happening rock, come in Francis Delacroix, con il protagonista omonimo che prima si aggira sul palco scattando foto e fumando, e, nel bis "sgangherato", saltella imbracciando la chitarra elettrica.

Non è quindi il reportage tradizionalmente inteso di un live; non ci sono immagini dal backstage (se non in un caso di cambio d'abito); non ci sono interviste agli artisti o ai fan delle prime file; non ci sono montaggi di più concerti diversi, né tutta l'agiografia retorica che spesso vediamo in docufilm di concerti. Ci sono invece immagini come dipinti, c'è un polso fermo e affettuoso, nel fissare su pellicola il ricordo di un evento indimenticabile, fortemente voluto dallo stesso Corsi ("sognavo di suonare qui fin da bambino", confessa alla fine); soprattutto ci sono bella musica e parole intense, potenza e complicità, performance scanzonate e momenti intimi, amicizia e vitalità. Una ricapitolazione del percorso esistenziale e artistico del cantautore, del suo amico di sempre e coautore Ottomano, della sua Banda, che, come ne La rosa purpurea del Cairo, sembrano perforare lo schermo, scendere tra noi, a farci giocare con loro e sognare un mondo migliore. E "grazie all'Abbazia di San Galgano per l'ispirazione, la magia e per non aver fatto scappare le canzoni dal tetto che non c'è" (Lucio Corsi).

Da vedere, e da sentire, assolutamente al cinema. 

 
Titoli di coda: LA BANDA

Tommaso Ottomano
Francis Delacroix
Filippo Scandroglio
Marco Ronconi
Iacopo Nieri
Giulio Grillo
Carlo Maria Toller
Filippo Caretti
Enrico Gabrielli
Paolo Malacarne
Francesco Bucci
Gregorio Cappelli
Alessandro "Pacho" Rossi
Hiroko Hacci
Caterina Yuki Sforza