Ruben Östlund

Drammatico

Ruben Östlund FORZA MAGGIORE


2014 » RECENSIONE | Drammatico
Con Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Karin Myrenberg, Brady Corbet

17/05/2015 di Laura Bianchi
E' tutto sotto controllo. La famiglia si lava i denti nello stesso metodico, igienico modo, si veste con tonalità armoniose, sorride davanti al fotografo. La famiglia è bella, colta, ricca. La famiglia è in vacanza, a sciare, momento perfetto per stare insieme, anche se ciascuno per conto proprio. Perché, quando si scia, la compagnia è un falso: in realtà, si scia da soli, come da soli si vive, si compiono le proprie scelte, ci si salva la vita, si ricostruisce la propria verità.

Per Tomas è tutto sotto controllo. Anche quando la valanga controllata sfiora il tavolo del ristorante, in cui la sua famiglia consuma un pasto delizioso, davanti a una vista mozzafiato del complesso ipertecnologico di Les Arcs, nella Savoia francese. Anche quando, presi iphone e guanti, scappa al giungere del pericolo, lasciando alla moglie il compito di proteggere i bambini. Anche quando, passato il rischio, ricostruisce l'accaduto, dando, a sé prima che agli altri, un'autoassolutoria, tranquillizzante, egoistica versione dei fatti.

La valanga di neve non ha distrutto la famiglia; quella costituita dai silenzi, dagli sguardi, dalle parole e dai gesti dei suoi componenti minaccia di farlo realmente. Perché la neve, si sa, è elemento mutevole, cangiante, risente delle temperature, degli agenti esterni, delle macchine che ne sollecitano il movimento, e della modernità che pretende di arginarla, controllarla. Come la famiglia.

Lo svedese Ostlund, in Forza maggiore, Premio della Giuria nella sezione Un certain regard a Cannes 2014, nelle sale in questi giorni, filma lo sciogliersi del mito del padre eroe, della madre devota, dei figli obbedienti, come con una webcam di una località sciistica, alternando lunghe inquadrature fisse sulla famiglia e sui suoi gesti, alle immagini delle Alpi francesi innevate, la cui immobilità incombente suscita un effetto ossimorico di claustrofobia, mentre i drammi umani vengono visti da lontano, e ne viene così accentuata l'intenzione straniante, spesso amaramente comica, sempre dichiaratamente umoristica, che scompone senza decodificare, presenta senza argomentare, descrive senza giudicare. Cinepresa come bisturi, che disseziona, ma non ricuce; colonna sonora che esaspera la classicità della situazione, riducendola in chiave grottesca, come il Presto dell'Estate di Vivaldi, suonata da una fisarmonica: ironia e drammaticità di questi tempi postmoderni.

"Non si può avere un po' di privacy?", chiede la moglie a un onnipresente cameriere. E infatti l'occhio di Ostlund vede tutto: la madre di famiglia in vacanza sola, in cerca di avventure; il quarantenne con l'amante ventenne che dà improbabili lezioni di vita; i villeggianti preda di una festa edonistica; le ragazze disponibili nella pausa sci; l'autista irresponsabile alle prese con i tornanti e con l'isteria dei passeggeri; ma anche i tapis roulants che evitano ulteriori  fatiche agli sciatori; gli ingranaggi degli impianti di risalita che rompono il silenzio; le mine che nella notte provocano le valanghe; i giochi elettronici per adulti e bambini; le bottiglie di alcolici per una sbornia vacanziera; le feste di compleanno preconfezionate. Sono tutti elementi perturbanti di una realtà che il regista riprende con una fotografia algida, nitida, limpida come solo gli incubi peggiori sanno essere, e che fa vivere attraverso una recitazione corale e insieme individualistica, specchio di una società che si affida a stereotipi ancestrali per sopravvivere, ma che sta perdendo il significato delle proprie relazioni profonde.

Forse, come Ostlund ipotizza nel metaforico finale, solo a causa di un nuovo pericolo comune (o grazie ad esso) sarà possibile recuperare una parvenza di unità. Ma ciò avverrà a patto che si sappiano abbandonare le illusioni di controllo date dalla modernità, e si eviti di guardare nell'abisso sotto di noi. E la strada sarà lunga, e in salita.