Robert Altman

commedia

Robert Altman RADIO AMERICA


2006 » RECENSIONE | commedia
Con Woody Harrelson, John C. Reilly, Tommy Lee Jones, Virginia Madsen, Meryl Streep, Kevin Kline, Lindsay Lohan, Lily Tomlin

di Paolo Massa
Fino all’ultimo ci ha deliziato con un capolavoro di quelli che ti tolgono il fiato. Fino all’ultimo ci ha dato un alto esempio di cinema. Fino all’ultimo ci ha fatto venire la pelle d’oca al buio di una sala dove i sogni si toccano con mano, e la realtà sembra trasparire lucida come non mai. Robert Altman se ne è andato così, con stile impeccabile, pronto ad immergersi nel prossimo lavoro che l’avrebbe impegnato per l’ennesima volta dietro la macchina da presa. E l’eredità che ci lascia è immensa, annoverando tra le sue fila capolavori della Settima Arte come “Nashville”, “Mash”, “America oggi”, “Il lungo Addio”, “Gang”, per congedarsi in bellezza con lo struggente “Radio America”. Guardatelo e vi accorgerete della sottile ironia che pervade l’esistenza filmica dei personaggi, musicisti impegnati al Fitzgerald Theater di St.Paul, in Minnesota, dove sta per andare in onda l’ultimo show radiofonico “A Prairie Home Companion”. E’ ancora il “nuovo” che avanza a spazzare via il “vecchio” che cede il passo: il celebre teatro, infatti, verrà presto acquistato da un’impresa che lo demolirà per far spazio ad un freddo, ennesimo parcheggio. E così, in perfetto stile Altman, veniamo catapultati nel vortice delle emozioni dei numerosi personaggi della storia, piccoli grandi tasselli di un mosaico che ci apre le porte di un mondo pervaso da una malinconia di fondo. La malinconia frutto di un’amara consapevolezza: il tempo passa, portandosi via per sempre gli attimi felici, tristi, tutti insostituibili delle nostre effimere vite terrestri. Ecco allora il senso tragicomico dell’ammaliante personaggio della donna bionda in trench bianco, simbolo della morte che chiama a sé coloro il cui destino è arrivato al capolinea. Ecco la strisciante ironia che permette ad Altman di sorridere alla morte senza averne paura, anzi subendone il misterioso fascino attrattivo. Insomma, un ritratto poetico di quando un apparecchio di legno riusciva a calamitare, con la sola forza dei suoni, l’attenzione di milioni di spettatori in ogni dove. Un tempo ormai definitivamente soppiantato dall’invasiva preponderanza dell’immagine televisiva, simbolo di una società sempre più priva di sana immaginazione: era il tempo della radio, bellezza!

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