Paolo Genovese

Commedia

Paolo Genovese Perfetti sconosciuti


2016 » RECENSIONE | Commedia
Con Con Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea

18/04/2016 di Alessandro Leone
Possiamo affermarlo senza remore: è un ottimo periodo per il cinema italiano considerando l’abilità con cui riesce ad esprimersi finalmente in tutte le forme, alcune anche inedite per il nostro panorama. Caligari ci ha lasciato il suo testamento, Non essere cattivo, la tragedia dei dimenticati della periferia; Mainetti è stato in grado di creare un supereroe che superasse del tutto i connotati americani e con il suo Jeeg Robot ha battuto di gran lunga il premio Oscar Salvatores. Potremmo fare altri esempi ma culminiamo con l’oggetto della nostra analisi.

Perfetti sconosciuti rielabora alcune tematiche standard del cinema italiano, soprattutto della commedia, come il tradimento, i fraintendimenti ma nasconde molto di più. Questa tragicommedia vede ogni attore nel ruolo che lo rappresenta e che in un certo senso lo ha reso noto grazie alle precedenti fatiche cinematografiche. Edoardo Leo è un impacciato libero professionista che pur di tirare avanti sfrutta le idee del mercato, sull’onda di Smetto quando voglio; Marco Giallini è il classico romano della classe media legato profondamente alla sua famiglia; Alba Rohrwacher è la ragazza minuta, insicura e intrinsecamente ribelle de La solitudine dei numeri primi e Valerio Mastandrea è il mattatore della serata in grado di trasformare ogni sentenza in una battuta spinosa mascherata d’affetto.

Il contesto ricalca lo stesso principio di Carnage di Roman Polanski ma questa volta la degenerazione consiste nell’emersione dei segreti altrui che distruggono l’idea di un’amicizia pura e sincera come gli anni lascerebbero pensare. Ogni partner finge di essere vicino all’altro ma nel momento in cui decidono di inscenare il gioco nessuno si è mai sentito così solo. Questo consiste nel mettere alla prova la propria sincerità lasciando i cellulari al centro del tavolo per leggere ogni messaggio e sentire ogni chiamata.

Tuttavia sul tavolo Genovesi mette in scena anche altre questioni tabù del nostro presente. Innanzitutto la preponderante entrata delle tecnologia all’interno delle nostre vite, la loro capacità di trascrivere i nostri dati per darci solo l’illusione di proteggere i nostri segreti. I potenti mezzi informatici controllano, schedano e classificano le informazioni sostituendo il rapporto umano. D’altronde si capisce fin da subito, tra i personaggi, chi è restio a questo procedimento. La maniera in cui emergono i fattori risolutivi non è affatto banale e travalica finalmente il classico sistema di fraintendimenti e di successiva disperazione delle nostre commedie. Il tradimento non è comico ma tragico perché in gioco non c’è solo un rapporto affettivo, ma tutti i rapporti che legano queste persone tra di loro. Tradire uno solo vuol dire tradire tutti indistintamente ma ancor peggio è farlo insieme perché ne risulta una consapevolezza di essere, per l’appunto, tra perfetti sconosciuti. Ancora più ironico e tragico è il momento in cui ci si decide di soffermarsi più sul “coming out” che sul tradimento della coppia in sé (in realtà decisamente più grave se pensiamo che di mezzo ci sia un triplo tradimento: la moglie, l’amante e l’amico di sempre). Quel “froscio” che rintona tra le quattro mura del salotto aggiunge un tema alla giungla dei sentimenti venuti a galla.

Non è l’omosessualità in sé ma chi pretende di capirla tramite la compassione. Questa sostituisce l’accettazione e l’idea di essere soli al mondo prende il sopravvento. Chi esce pulito da questa storia si sente altrettanto marcio poiché, per quel poco, ci aveva creduto, aveva voluto crederci. E quando scopri che le persone più vicine a te non sono quelle con cui hai passato tutta la tua vita o per cui hai lasciato tutto, la nausea verso il prossimo diventa collettiva e irrimediabile. Rimettersi in gioco vorrebbe dire mostrare un’indicibile dose di coraggio.