Nadine Labaki E ora dove andiamo?
» RECENSIONE | Drammatico | Commedia
Con Claude Msawbaa, Layla Hakim, Nadine Labaki, Yvonne Maalouf
20/02/2012 di Arianna Marsico
Dopo Caramel (2007) Nadine Labaki torna a mostrarci il Libano attraverso gli occhi delle donne. E ancora una volta mescola tragedia ed humour, mostrando come le donne sappiano tirare fuori la grinta dopo tanta sofferenza.
Siamo in uno sperduto paese mediorientale in cui Cristianesimo ed Islam convivono con serenità: i bambini giocano insieme, gli uomini giocano a carte nel bar della signora Amale (Nadine Labaki). L’isolamento è interrotto soltanto dai ritorni dalla città di Nassim (Kevin Abboud) e Roukoz (Haidar Ali). I due ragazzi portano dalla città, su uno sgangherato motorino, giornali e altri beni altrimenti irreperibili.
La vita procede tranquilla fino a quando, a causa della tv che dei ragazzi ( tra cui Roukoz) hanno tanto faticosamente installato, non arrivano notizie di scontri tra gruppi religiosi in alcune città. A questo punto, repentina come la cecità dell’omonimo romanzo di José Saramago, si propaga la violenza. Gli uomini, sia Cristiani che Musulmani, di punto in bianco non fanno altro che litigare e scatenare le risse. Saranno allora le donne, stanche di essere solo coloro che devono versare lacrime e portare il lutto ( esemplare è il maestoso corteo funebre esclusivamente muliebre con cui si apre il film) ad escogitare qualsiasi stratagemma, anche esilarante (come invitare delle ballerine di night ucraine), per evitare lo scoppio della guerra civile in questo micro – cosmo.
Nadine Labaki narra questa piccola rivolta copernicana con grazia, dosando sapientemente dramma e sorriso, sinuosa come i canti presenti nel film. Sembra di essere lì, in quel piccolo paese, tanto sono veri i volti, soprattutto femminili, dei personaggi. Ognuno di loro racconta una storia già con una smorfia, un’inarcarsi delle sopracciglia. Ma anche con le mani. Quelle mani così abili a cucire, impastare, contribuire alla vita contro la morte.
E ora dove andiamo? nonostante il finale carico di dubbi è un dolce inno alla vita, alla capacità di costruire. Che non viene dall’alto ma da dentro di noi.
Siamo in uno sperduto paese mediorientale in cui Cristianesimo ed Islam convivono con serenità: i bambini giocano insieme, gli uomini giocano a carte nel bar della signora Amale (Nadine Labaki). L’isolamento è interrotto soltanto dai ritorni dalla città di Nassim (Kevin Abboud) e Roukoz (Haidar Ali). I due ragazzi portano dalla città, su uno sgangherato motorino, giornali e altri beni altrimenti irreperibili.
La vita procede tranquilla fino a quando, a causa della tv che dei ragazzi ( tra cui Roukoz) hanno tanto faticosamente installato, non arrivano notizie di scontri tra gruppi religiosi in alcune città. A questo punto, repentina come la cecità dell’omonimo romanzo di José Saramago, si propaga la violenza. Gli uomini, sia Cristiani che Musulmani, di punto in bianco non fanno altro che litigare e scatenare le risse. Saranno allora le donne, stanche di essere solo coloro che devono versare lacrime e portare il lutto ( esemplare è il maestoso corteo funebre esclusivamente muliebre con cui si apre il film) ad escogitare qualsiasi stratagemma, anche esilarante (come invitare delle ballerine di night ucraine), per evitare lo scoppio della guerra civile in questo micro – cosmo.
Nadine Labaki narra questa piccola rivolta copernicana con grazia, dosando sapientemente dramma e sorriso, sinuosa come i canti presenti nel film. Sembra di essere lì, in quel piccolo paese, tanto sono veri i volti, soprattutto femminili, dei personaggi. Ognuno di loro racconta una storia già con una smorfia, un’inarcarsi delle sopracciglia. Ma anche con le mani. Quelle mani così abili a cucire, impastare, contribuire alla vita contro la morte.
E ora dove andiamo? nonostante il finale carico di dubbi è un dolce inno alla vita, alla capacità di costruire. Che non viene dall’alto ma da dentro di noi.