Mimmo Calopresti

documentario

Mimmo Calopresti VOLEVO SOLO VIVERE


2006 » RECENSIONE | documentario

di Paolo Massa
E’ ancora impellente la necessità di vedere immagini che ci ricordino, a distanza di mezzo secolo, la tragedia dell’Olocausto perpetrato ai danni di milioni di ebrei, ma anche di zingari, rom, comunisti ed omosessuali? A vedere il commovente documentario di Mimmo Calopresti, “Volevo solo vivere”, presentato fuori concorso al 59mo Festival di Cannes nonché candidato al David di Donatello come miglior film documentario, la risposta nasce spontanea: ebbene sì, se ne sente ancora la necessità. L’esperienza provata al buio di una sala cinematografica è di quelle da togliere il fiato. Le emozioni di rabbia e indignazione, di incredulità e dolore, dinanzi a testimonianze vivide (e vere, per chi ancora non credesse a questa tragica pagina della Storia contemporanea), ci danno il senso del lavoro certosino compiuto dal regista nostrano. Dopo aver visionato numerose interviste in lingua italiana, custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education creato da Steven Spielberg, Mimmo Calopresti ha selezionato quelle di nove cittadini italiani sopravvissuti alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz, che con la scritta “Arbeit Macht Frei” (il lavoro rende liberi) salutava dal cancello d’ingresso l’arrivo dei tantissimi deportati ebrei. Il documentario è confezionato con equilibrio tra testimonianze recenti e materiale d’archivio (quasi a voler dimostrare la veridicità delle affermazioni degli intervistati): ma in realtà non c’è bisogno di dimostrare proprio nulla. Infatti a parlare più di tante immagini di repertorio in bianco e nero sono le parole, ma ancor di più gli occhi lucidi di Andra Bucci, Esterina Calo’ Di Veroli, Nedo Fiano, Liliana Segre, Luciana Momigliano, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia e Arminio Wachsberger. Sono le loro storie che cercano di farci capire, almeno in parte, le tribolazioni che hanno dovuto sopportare per un motivo che non avrà mai una giustificazione plausibile. Sono i saluti fugaci con le madri, i padri, i fratelli, le sorelle e i cugini, mai più rivisti al di fuori di quell’inferno in terra, a riempire i nostri occhi di lacrime. Erano quelli gli attimi della “selezione finale”, quando aguzzini in divisa decidevano della sorte di milioni di vittime, colpevoli magari di essere troppo deboli per poter lavorare, e dunque condannate alle camere a gas e ai forni crematori. Questa era la vita (e la morte) al tempo di Auschwitz. E “Volevo solo vivere” ce l’ha ricordato.