Maurizio Nichetti

RATATAPLAN

Maurizio Nichetti


1979 » RECENSIONE | Commedia
Con Maurizio Nichetti, Lidia Biondi, Roland Topor, Angela Finocchiaro, Edy Angelillo, Giorgio White, Umberto Gallone, Enrico Grazioli

di Salvatore Molignano
E’davvero un peccato che un regista come Maurizio Nichetti, pur continuando a girare film di qualità, riposi da vent’anni nel dimenticatoio della cinematografia italiana. Un po’ per scelta, un po’ travolto anche lui della crisi irreversibile che ha colpito il cinema italiana e la sua creatività. Ricordiamo sempre con piacere la comicità romana (da Sordi a Verdone), quella napoletana (da Totò a Troisi), i toscani (da Benigni a Francesco Nuti), persino quella pugliese (il grande Lino Banfi). Ma di questo esponente della comicità di Milano, buffonesca ma intelligente, pochi si ricordano. Con questa recensione proveremo a rendergli giustizia. Nichetti (classe 1948) girò Ratataplan quale sua opera d’esordio al cinema nel 1979, spendendo una cifra ridicola per i tempi. Proveniva dalla celebre scuola di mimo del Piccolo Teatro e le grandi qualità acquisite in questo senso ne hanno fatto mimo insuperabile e insuperato. Ratataplan non ha una vera e propria trama, un plot unitario: cinque piccoli episodi ruotano attorno alla figura del giovane Colombo impersonato da Nichetti. Egli è un giovane “precario” alla ricerca di sé stesso prima ancora che di un lavoro per vivere. Capello lungo, baffoni folti e incolti, occhialini e abbigliamento trasandato. Lo sguardo e la recitazione sono volutamente straniti, brechtiani: tutto accade attorno a lui, a prescindere da lui. L’azione si svolge nella Milano fine anni ’70, a quei tempi già abbastanza alienante, pur tuttavia ancora pregna di un’umanità che non esiste più. In qual periodo la città (come tutte i grandi centri) era attraversata da conflitti dilanianti, specchio delle divisioni politiche a livello nazionale: bombe e terrorismo, morti e cariche della polizia erano pane quotidiano. Il tessuto sociale era ancora formato qua e là di piccole realtà come quelle delle povere case popolari e di ringhiera (oggi diventate un lusso per i ricchi), la cui umanità vive gomito a gomito, ci si aiuta vicendevolmente, ci si innamora della ragazza della porta accanto, si utilizza tutti lo stesso bagno nel ballatoio. E’qui che, attorno a questo buffo personaggio (un po’ Totò e un po’ Charlot), si improvvisa una scuola di ballo in casa, vi sono madri meridionali incinte che gridano dal balcone, vecchi che siedono nel cortile con i mocciosi che giocano agli indiani. Un mondo che è andato via per sempre, soffocato dal cemento e dallo spietato affarismo che hanno reso Milano una delle città più brutte d’Europa. Il pregio del film è tuttavia quello di raccontare come si possa vivere arrangiandosi, in conflitto perenne col mondo ma pur sempre in armonia con esso. Vedremo che alcuni contesti sono rimasti intatti. Emblematica è, a questo proposito, la prima scena del film: Colombo deve sostenere un colloquio di lavoro di gruppo per l’assunzione in una grossa multinazionale. Il “briefing” si svolge in inglese, la prova da sostenere consiste nel disegnare un albero. I cerei e anonimi candidati realizzano tutti disegni uguali tra loro, stilizzati e monotoni. Tutti tranne uno: Colombo, armato di pastelli e pennarelli, compone un’opera spettacolare, di grande valore artistico. Verranno tutti ammessi tranne lui, quasi a voler dire che estro e creatività non siano più di questa società, e Milano ne è la triste avanguardia. Il pericolo dell’arido affarismo cittadino che si mangia la città è dimostrata dal bellissimo episodio in cui Colombo lavora come barista in un chiostro sul Monte Stella. In un’importante azienda qualcuno si sente male e ordina un bicchiere d’acqua. Il giovane attraversa la città col suo bicchiere che, per mille motivi, subisce ogni contaminazione (vernice, gas). Giunto al suo cospetto, il moribondo beve e si rianima, il miracolo è avvenuto. Colombo decide di trasformare il chiosco in un santuario dove l’acqua miracolosa viene somministrata ad infermi e paralitici per la loro guarigione. L’area viene purtroppo comprata in blocco da cupi bussinesmen, che fiutano l’affare facendo svanire il sogno di Colombo. Tutto il film è attraversato da una struggente leggerezza e poesia, sottolineata dalla scelta stilistica di Nichetti nel non far parlare mai il suo personaggio. Tutta la sua comunicativa è affidata alla sola mimica e al corpo. Come per Chaplin, la parola nel cinema è quantomai superflua. Un personaggio dalla mimica adeguata nel momento in cui apre bocca perde tutta la sua poesia, diventa qualcosa di irriconoscibile. Il corpo, pur essendo l’entità fisica per eccellenza, risulta quindi più ingombrante della parola stessa. Si tratta di una scelta ideologica prima ancora che artistica e purtroppo assai poco praticata dai cineasti moderni.