Luis Bunuel

commedia grottesca

Luis Bunuel QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO


1977 » RECENSIONE | commedia grottesca
Con Fernando Rey, Carole Bouquet, Angela Molina

di Salvatore Molignano
Ultima e meritevole prova di regia di un maestro assoluto del cinema di sempre, il più irriverente, il più semplicemente scandaloso, il più acerrimo nemico cinematografico che le borghesie mondiali abbiano mai conosciuto. E’sempre stata infatti la borghesia il bersaglio preferito dell’arte di Bunuel, dal surrealimo in avanti, passando per il periodo messicano e infine nei capolavori francesi prima della morte, avvenuta nel 1983, tra cui il bellissimo “Il fascino discreto della borghesia” (la borghesia tutta, perchè non ve n’è una buona e una cattiva). L’opera è tratta da un romanzo già molte volte ripreso dal cinema fin dagli anni trenta, dal titolo “La donna e il burattino” di un autore poco noto, Pierre Louys, e verso cui Hollywood era riuscita a farne solo opere dozzinali e convenzionali. Bunuel, aiutato nella sceneggiatura da Jean-Paul Carriere, ne trae un film in cui il protagonista e narratore è il “burattino” (e non la donna), un ricco borghese di mezza età che ansima per la giovane cameriera Conchita, approfittando del suo danaro e del suo potere per averla a sé. La ragazza, furbamente approfitta e lo trascina da Madrid a Parigi e infine a Siviglia, fingendo con lui una castità che però non possiede realmente. Il pover’uomo è infatti respinto ogni volta quando vuol far l’amore con lei, a volte anche in maniera violenta dalla ragazza, che gli nega quindi l’unica cosa che conta davvero per lui. Sullo sfondo, la giovane donna, interpretata da una bravissima Carole Bouquet, se la fa con giovani appartenenti a bande armate terroristiche e rivoluzionarie tipiche in quegli anni in Europa, nascondendoli in casa e dandone protezione. Bunuel riesce a rendere la donna incredibilmente odiosa agli occhi di un normale spettatore di sesso maschile. La sua spietatezza, il suo cinismo e la sua mancanza di onestà (tipica di molte donne di oggi, ahimè), viene risolta dal burattino verso la fine, quando all’ennesimo rifiuto e all’ennesima umiliazione subita (lei che si fa comprare da lui una casa a Siviglia e lo chiude fuori costringendolo a guardarla mentre fa l’amore con un giovanotto), la ragazza prende tanti schiaffi da restare sanguinante a terra. Magra consolazione, perchè quando lui la lascia, lei lo raggiunge sul suo treno diretto a Madrid (dove l’uomo racconta tutto ciò che è successo ai compagni di scompartimento), lo riagguanta e riesce a rabbonirlo un’ennesima volta, trascinandolo mansueto nel centro della capitale spagnola. Qui lei scarica in un negozio un misterioso sacco pieno, poi improvvisamente s’allontana di corsa. Lui lo segue insospettito, subito dopo il negozio esplode. La ragazza appertiene a una banda di terroristi. Il riferimento a questo tema è assai frequente negli ultimi film di Bunuel. “Quell’oscuro oggetto del desiderio” è un film da vedere per molte ragioni: la regia impeccabile, gli attori usati con intelligenza, i riferimenti sociali e politici e ,non ultima, l’attenta analisi della concezione del rapporto di coppia nella borghesia, che misura l’individuo su ciò che possiede. Il tutto è raccontato dall’autore con le sue solite armi del grottesco e dell’assurdo, retaggi del vecchio cinema surrealista di fine anni ’20 (Bunuel e Salvador Dalì ne sono stati gli iniziatori). Può infine sembrare anche un film misogeno, ma non c’è da ingannarsi. Ce n’è soprattutto per il protagonista maschile, reo di usare da tipico borghese l’unica arma possibile, il denaro. La ragazza, pur se odiosa, riesce a farlo fesso sempre, portandoselo in giro per mezz’Europa e dimostrandogli che i sentimenti non si possono comprare. Una curiosità: il film segna il debutto della bellissima Carole Bouquet nel cinema; l’attrice impersona l’ “oscuro oggetto del desiderio”, Conchita. E’tuttavia curioso vedere come Bunuel decida di far interpretare lo stesso personaggio, nello stesso film anche alla spagnola Angela Molina (che non arriva ai risultati della francese). Non una dunque, ma due interpreti per impersonare Conchita, retaggio di una personalità un po’ pazza e un po’ bizzarra del regista padre del surrealismo cinematografico, ma senza il quale quest’arte non sarebbe stata la stessa. (scritto nel gennaio 2006)