• Home
  • /
  • Cinema
  • /
  • Kim Ki-duk
  • /
  • FERRO 3 - LA CASA VUOTA
Kim Ki-duk

FERRO 3 - LA CASA VUOTA

Kim Ki-duk


2004 » RECENSIONE | Drammatico
Con Jae Hee, Lee Seung-Yeon, Kwon Hyuk-Ho, Joo Jin-Mo, Choi Jeong-Ho, Lee Joo-Suk

di Claudio Mariani
A volte viene da chiedersi perché ci facciamo affascinare così tanto dalle cose semplici, da piccoli gesti, da sguardi delicati e...da silenzi. Certo che nella società contemporanea iper-attiva è sempre più raro farsi incantare da certi momenti e il “non accontentarsi di piccole gioie quotidiane”, come diceva decenni fa il buon Battiato, sembra sia divenuta la regola principale di vita. Per fortuna che esiste ancora un circuito di cinema che, nonostante le minacciose multisale sempre più invadenti, svolge il ruolo “sociale” di regalarci film di tale bellezza. E’ il caso di Ferro3, del coreano Kim Ki-duk, che, nonostante sia apparso pacatamente nelle sale (ma con il retaggio del premio a Venezia), sta divenendo un piacevole caso di passa-parola e di tipico tam-tam. Bisogna dirlo subito: è un film che incanta, che ci fa uscire dalla sala più leggeri (salvo poi sentire le zavorre ai piedi appena si calpesta l’asfalto cittadino) e con molto più ossigeno in corpo (salvo poi inquinarlo con le polveri sottili in agguato). Già i presupposti della storia c’erano: Tae-suk gira per le case vuote, dove i proprietari sono via, e si stabilisce per pochi giorni in esse, comportandosi come il perfetto padrone di casa, dormendo nel letto, usando i pigiami dei malcapitati, cucinando, lavando i vestiti, aggiustando gli oggetti rotti e giocando appena può a golf. Lui praticamente non esiste, le vite degli altri divengono sue, per pochi attimi, e sembra cambiare sempre identità. Poi l’incontro con un’anima femminile, Sun-hwa, identica a lui, che lo accompagnerà nei suoi “pellegrinaggi”, fino alla svolta del film, al netto cambio di registro che evitiamo, volutamente, di trattare. C’è tanto dentro questa pellicola, si parla di solitudine, di follia, di morte, di smarrimento; e tutto ciò è condensato nei due protagonisti, con i loro silenzi a volte irritanti, in un gioco di rimandi cinematografici e non (un tempo “le bocche chiuse” erano tutte di Antonioni, ora sembrano un’esclusiva del cinema orientale). La coppia del film è una coppia alla deriva, che vive in un altro mondo, e che si trova completa appunto con i silenzi e le paure in quel modo placate; assomiglia molto alla coppia di vagabondi del Dolls di Kitano, da dove sembra uscire. Ma questo film è molto di più, e il surplus è tutto nella seconda parte, quando l’irrealtà si affianca a quel mondo tangibile, e non si capisce più il confine tra la realtà e il sogno, sempre che esso esista... Hee Jae, il perfetto protagonista maschile, è a volte Charlie Chaplin e a volte Bruce Lee, e ci fa immedesimare in lui; Seoung-yeon Lee, invece, bella e sperduta, è lì che lo aspetta, e ci aspetta. Kim Ki-duk, prima artista-pittore, poi regista, dopo il notevole Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera, col quale aveva già smosso i nostri organi vitali, ci regala una vera e propria chicca che lo differenzia da questa generazione di seppur bravissimi registi orientali; noi, azzardiamo, vediamo in lui una marcia in più: sta divenendo un faro, un’ancora di salvezza per chi ha bisogno di evadere, anche solo con la mente e per qualche attimo...

Kim Ki-duk Altri articoli