Jonathan Levine 50 e 50
2011 » RECENSIONE | Commedia | Drammatico
Con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard
21/03/2012 di Paolo D´Alessandro
“Morte e tutti i suoi amici”, cantavano i Coldplay qualche anno fa. Di drammi oncologici o meno ne abbiamo visti parecchi nel corso degli anni, tutte storie vere (e qui non si fa eccezione), ma difficilmente tanto deliziosi e corali come questo.
“50 e 50” mette al centro la tragedia incomprensibile di Adam, un ventisettenne americano in odore di hipsterismi (l’iconico bel visino di Joseph Gordon-Lewitt) colpito da un cancro alla colonna vertebrale. Certo. Ma questo è solo il motore. A fare la differenza è quanto questo riesca a cambiare il mondo attorno a lui: in primis del best pal Kyle (Seth Rogen), della fidanzata artistoide e immatura (Bryce Dallas Howard), della “peggior psicologa al mondo” Katherine (Anna Kendrick). Sono loro a definire l’identità di una pellicola che, pur non disdegnando i macchiettismi e i melodrammini del caso, si porge con spontaneità persino allo spettatore più smaliziato proprio grazie alla naturalezza degli interpreti, che portano a frutto i loro manierismi interpretativi in una storia vera e vissuta in prima persona dallo sceneggiatore Will Reiser e da Rogen medesimo, migliore amico del malato nella realtà prima che sul grande schermo. Ma merito anche di Jonathan Levine, che raddrizza il mezzo pasticcio di “Fa la cosa sbagliata” (“The Wackness”, 2008), e porta a un livello ulteriore la sua personale ricerca sull’essere adulti in un mondo deresponsabilizzante, con una mano più sintetica ma dal solito cinismo sorridente.
“50 e 50” mette al centro la tragedia incomprensibile di Adam, un ventisettenne americano in odore di hipsterismi (l’iconico bel visino di Joseph Gordon-Lewitt) colpito da un cancro alla colonna vertebrale. Certo. Ma questo è solo il motore. A fare la differenza è quanto questo riesca a cambiare il mondo attorno a lui: in primis del best pal Kyle (Seth Rogen), della fidanzata artistoide e immatura (Bryce Dallas Howard), della “peggior psicologa al mondo” Katherine (Anna Kendrick). Sono loro a definire l’identità di una pellicola che, pur non disdegnando i macchiettismi e i melodrammini del caso, si porge con spontaneità persino allo spettatore più smaliziato proprio grazie alla naturalezza degli interpreti, che portano a frutto i loro manierismi interpretativi in una storia vera e vissuta in prima persona dallo sceneggiatore Will Reiser e da Rogen medesimo, migliore amico del malato nella realtà prima che sul grande schermo. Ma merito anche di Jonathan Levine, che raddrizza il mezzo pasticcio di “Fa la cosa sbagliata” (“The Wackness”, 2008), e porta a un livello ulteriore la sua personale ricerca sull’essere adulti in un mondo deresponsabilizzante, con una mano più sintetica ma dal solito cinismo sorridente.