Joachim Trier Sentimental Value
2025 » RECENSIONE | Drammatico
Con Renate Reinsve, Elle Fanning, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Cory Michael Smith, Catherine Cohen, Jesper Christensen,





08/02/2026 di Laura Bianchi
Nora deve entrare in scena, a teatro, per recitare la parte di Nora in Casa di bambola di Ibsen. Nora è un'affermata attrice teatrale, ma ha una crisi di ansia, suda, si lamenta del vestito, si mette e si toglie il microfono. La cinepresa a spalla la segue nel suo andirivieni tra camerino e proscenio, mentre il pubblico attende impaziente. Lo sguardo della donna si svela per quello che sarà durante tutta la vicenda raccontata in Sentimental Value, lo splendido film di Joachim Trier, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, candidato a ben nove Oscar (miglior film, regista, attrice protagonista, attore non protagonista, due attrici non protagoniste, sceneggiatura originale, montaggio, film internazionale): un'attrice non risolta, una figura femminile tormentata, e, si scoprirà poi, una figlia e una sorella sovraccarica di sensi di colpa, di incertezze, di paure.
Trier sceglie il volto solo apparentemente ordinario di Renate Reinsve per fare sentire il pubblico vicino alla normalità extra-ordinaria che ogni storia familiare porta con sé; Nora ha un padre, Gustav (il mostro sacro Stellan Skarsgard qui nel ruolo della vita), che, dopo essere stato un padre assente, un marito traditore e divorziato, e ora un regista ormai anziano, alla morte dell'ex moglie si rifà vivo perché vuole girare quello che crede sia il suo ultimo, decisivo film, per ricostruire il suicidio della propria madre, avvenuto in casa, quando lui aveva undici anni; e vuole Nora come protagonista, nella parte della madre. Ma lei ha anche una sorella, Agnes (un'intensa Inga Ibsdotter Lilleaas), ricercatrice in campo storico, sposata e con un figlio che ha la stessa età che aveva il padre quando scoprì il suicidio. Questa, coinvolta come la sorella nelle dinamiche paterne, rappresenta l'alter ego di Nora, specchio rovesciato degli stessi traumi, del dolore rimosso e forzatamente condiviso; pacata e razionale, ma empatica e sensibile, cerca nell'archivio le ragioni del suicidio della nonna, trovandole in un passato di violenze subite in un campo di concentramento, dove era stata rinchiusa perché oppositrice del nazismo.
Intanto, Nora, dopo aver rifiutato la parte che il padre le propone, scivola in una depressione, non essendo in grado di seguire i consigli della sorella, troppo concentrata invece sul rancore nei confronti del padre, su un passato che torna a bruciare, mentre Gustav opta per un'altra attrice, Rachel, Elle Fanning, una star di Hollywood attratta dal cosiddetto cinema d'autore, che però si rende conto di non essere adatta, e, con grande affetto e rispetto, dona a Gustav il proprio rifiuto per salvare il film, non respingendolo, ma spingendolo ad attendere la decisione della figlia, mentre lui subisce un grave crollo psicologico.
C'è però un altro protagonista nella vicenda, presente fin dalla prima scena: la casa, quella casa che ha visto nascite e morti, un luogo accogliente, luminoso, che è stato però capace di ospitare scene violente, dolorose, e di cui Nora, in un tema infantile, immagina di diventare gli occhi, per osservare se stessa e la sua famiglia attraverso le sue crepe, che solcano le vite dei protagonisti, che rischiano di separarli per sempre, e che solo l'arte, in questo caso la sceneggiatura e i dialoghi del film, potrebbero riavvicinare. Trier ci conduce in un percorso di scoperta delle dinamiche familiari, non solo dei protagonisti, ma anche di quelle che ciascuno di noi potrebbe aver vissuto, in misura maggiore o minore, ma che ugualmente hanno inciso e incidono sulle nostre scelte. A questo concorrono molti fattori, in primis l'interpretazione superlativa dei tre attori, struggente, ciascuna nel proprio modo - meno spiegabile la nomination per Fanning -, ma anche l'uso dei colori, il taglio fotografico, il montaggio che avvicina sequenze diverse, affinché lo spettatore ricostruisca autonomamente la sua verità, e anche l'espediente del film nel film, fino all'ultima, indimenticabile scena, che non può essere rivelata.
Come Nora, bambina, spiava le confidenze dei pazienti della madre psicologa, anche noi quindi ci insinuiamo nelle azioni, nei pensieri e nelle ansie del trittico familiare, osservandone traumi e speranze, silenzi e parole, non detti e urla, scoprendoci fragili e contraddittori come loro, tutti eredi di passati che non passano, attori di un copione scritto da altri, in cui ricapitoliamo in noi più ruoli. Come Gustav è contemporaneamente figlio, padre e nonno, Nora è figlia, sorella e zia, Agnes è figlia, madre, moglie e sorella; e in una memorabile sequenza - esplicito omaggio a Persona di Bergman - scopriamo che i volti si sovrappongono, fino a confondersi, rivelandoci quanto le personalità possano intrecciarsi inscindibilmente, in quel nodo indissolubile che si chiama famiglia.
Come Hamnet, anche Sentimental Value scava in ciascuno di noi; e noi non possiamo fare altro che aprire il cuore alla nostra, personale, catarsi.
Trier sceglie il volto solo apparentemente ordinario di Renate Reinsve per fare sentire il pubblico vicino alla normalità extra-ordinaria che ogni storia familiare porta con sé; Nora ha un padre, Gustav (il mostro sacro Stellan Skarsgard qui nel ruolo della vita), che, dopo essere stato un padre assente, un marito traditore e divorziato, e ora un regista ormai anziano, alla morte dell'ex moglie si rifà vivo perché vuole girare quello che crede sia il suo ultimo, decisivo film, per ricostruire il suicidio della propria madre, avvenuto in casa, quando lui aveva undici anni; e vuole Nora come protagonista, nella parte della madre. Ma lei ha anche una sorella, Agnes (un'intensa Inga Ibsdotter Lilleaas), ricercatrice in campo storico, sposata e con un figlio che ha la stessa età che aveva il padre quando scoprì il suicidio. Questa, coinvolta come la sorella nelle dinamiche paterne, rappresenta l'alter ego di Nora, specchio rovesciato degli stessi traumi, del dolore rimosso e forzatamente condiviso; pacata e razionale, ma empatica e sensibile, cerca nell'archivio le ragioni del suicidio della nonna, trovandole in un passato di violenze subite in un campo di concentramento, dove era stata rinchiusa perché oppositrice del nazismo.
Intanto, Nora, dopo aver rifiutato la parte che il padre le propone, scivola in una depressione, non essendo in grado di seguire i consigli della sorella, troppo concentrata invece sul rancore nei confronti del padre, su un passato che torna a bruciare, mentre Gustav opta per un'altra attrice, Rachel, Elle Fanning, una star di Hollywood attratta dal cosiddetto cinema d'autore, che però si rende conto di non essere adatta, e, con grande affetto e rispetto, dona a Gustav il proprio rifiuto per salvare il film, non respingendolo, ma spingendolo ad attendere la decisione della figlia, mentre lui subisce un grave crollo psicologico.
C'è però un altro protagonista nella vicenda, presente fin dalla prima scena: la casa, quella casa che ha visto nascite e morti, un luogo accogliente, luminoso, che è stato però capace di ospitare scene violente, dolorose, e di cui Nora, in un tema infantile, immagina di diventare gli occhi, per osservare se stessa e la sua famiglia attraverso le sue crepe, che solcano le vite dei protagonisti, che rischiano di separarli per sempre, e che solo l'arte, in questo caso la sceneggiatura e i dialoghi del film, potrebbero riavvicinare. Trier ci conduce in un percorso di scoperta delle dinamiche familiari, non solo dei protagonisti, ma anche di quelle che ciascuno di noi potrebbe aver vissuto, in misura maggiore o minore, ma che ugualmente hanno inciso e incidono sulle nostre scelte. A questo concorrono molti fattori, in primis l'interpretazione superlativa dei tre attori, struggente, ciascuna nel proprio modo - meno spiegabile la nomination per Fanning -, ma anche l'uso dei colori, il taglio fotografico, il montaggio che avvicina sequenze diverse, affinché lo spettatore ricostruisca autonomamente la sua verità, e anche l'espediente del film nel film, fino all'ultima, indimenticabile scena, che non può essere rivelata.
Come Nora, bambina, spiava le confidenze dei pazienti della madre psicologa, anche noi quindi ci insinuiamo nelle azioni, nei pensieri e nelle ansie del trittico familiare, osservandone traumi e speranze, silenzi e parole, non detti e urla, scoprendoci fragili e contraddittori come loro, tutti eredi di passati che non passano, attori di un copione scritto da altri, in cui ricapitoliamo in noi più ruoli. Come Gustav è contemporaneamente figlio, padre e nonno, Nora è figlia, sorella e zia, Agnes è figlia, madre, moglie e sorella; e in una memorabile sequenza - esplicito omaggio a Persona di Bergman - scopriamo che i volti si sovrappongono, fino a confondersi, rivelandoci quanto le personalità possano intrecciarsi inscindibilmente, in quel nodo indissolubile che si chiama famiglia.
Come Hamnet, anche Sentimental Value scava in ciascuno di noi; e noi non possiamo fare altro che aprire il cuore alla nostra, personale, catarsi.