János Zsombolyai Queen Budapest
2026 » RECENSIONE | Documentario | musicale
Con John Deacon, Brian May, Freddie Mercury, Roger Taylor





08/10/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone
È al cinema e nelle sale IMAX di tutto il mondo fino all’11 ottobre il docufilm Queen Budapest, concerto registrato il 27 luglio 1986 al Népstadion di Budapest, durante il The Magic Tour; lo spettacolo fu filmato in 35 mm dai migliori operatori cinematografici ungheresi con ben 17 cineprese. Diretto da János Zsombolyai, il concerto dopo 40 anni è stato restaurato in 4K presso gli studi neozelandesi Park Road Post Production di Sir Peter Jackson, con un nuovo missaggio audio realizzato dalle registrazioni multitraccia originali.
In Italia Queen Budapest è distribuito da Nexo Studios in collaborazione con Sony Music e con i media partner Radio Deejay, Radio Capital, MYmovies e Barley Arts. Il 6 novembre uscirà anche la colonna sonora del docufilm, remixata dal team di studio dei Queen a partire dalle registrazioni multitraccia originali; essa sarà pubblicata in doppio CD, in digitale e, per la prima volta, in un cofanetto con 3 LP da Legacy Recordings, la divisione di Sony Music dedicata al catalogo, e da Hollywood Records negli Stati Uniti e in Canada; dalla stessa data il concerto sarà disponibile anche in Blu-ray e DVD con distribuzione Sony Music Vision.
Con 80.000 biglietti venduti (anche a fan che provenivano da Russia e Polonia) e circa 45.000 persone a seguire il live all’esterno dello stadio, i Queen furono la prima rock band a esibirsi oltre la cortina di ferro e questa registrazione live rappresenta l’ultima esibizione dal vivo con Freddie Mercury a essere stata filmata, solo cinque concerti prima della sua ultima esibizione in assoluto.
L’interesse primario che può avere il docufilm è infatti proprio nostalgico, in tempi di retromania diffusa spesso tra giovani e adulti che potrebbero non aver mai visto la band dal vivo. Il docufilm, insomma, soprattutto nelle grandi sale cinematografiche, catapulta gli spettatori sul palco, per dare loro, grazie al grande schermo, l’impressione di vedere dal vivo un gruppo propriamente scomparso con Mercury quasi 35 anni fa, che in tanti hanno continuato ad ascoltare post-mortem. Quando Mercury morì a soli 45 anni il 24 novembre 1991, anche gli altri componenti del gruppo erano tutti solo quarantenni: il bassista John Deacon aveva 40 anni, il batterista Roger Taylor ne aveva 42 e il chitarrista Brian May 44. E questi ultimi due non si sono voluti fermare; tuttavia la vita "postuma" del gruppo con i soli Taylor e May accompagnati prima da Paul Rodger e poi da Adam Lambert non è considerata propriamente un capitolo della storia dei Queen e ad ogni modo May, colpito due anni fa anche da un ictus, ha ricordato in questi giorni che non ci saranno nuovi tour dopo l’ultima data del 2024 e a 79 anni si dedicherà alla famiglia e ovviamente all’astrofisica, pur non escludendo altri eventuali forme di spettacolo targate Queen, come ad esempio un'esperienza immersiva o uno show dal vivo ispirato a quelli visti alla Sphere di Las Vegas. Insomma, il restauro di questo filmato arriva nelle sale quando ormai c’è la certezza che non ci saranno più concerti dei Queen.
(Brian May e Roger Taylor alla premiere di Londra, Getty Images)
Ma torniamo a Budapest. I Queen in quel 1986 erano nel loro periodo più "ecumenico" con A Kind of Magic e iniziavano i concerti con il pacifismo/l’umanitarismo generico di One Vision, ispirata al celebre discorso di Martin Luther King, dopo essere stati subissati di critiche per aver suonato nel 1984 in un lussuoso resort nel Sudafrica dell’apartheid.
Nell’introduzione alla nuova versione del docufilm c’è un’intervista a May e Taylor, produttori esecutivi del progetto, che parlano dell’impatto che il concerto ebbe e della gioia che suscitò nel pubblico, sottolineando come fosse vietato ascoltare le cassette dei Queen in Ungheria. Non è difficile capire il perché: non era un gruppo impegnato, si limitava a dichiarazioni generiche, quasi favolistiche, come quelle di Is This the World We Created…? (da The Works, 1984), pur presentata qui in una bella versione intensa, brano che contrappone i bambini poveri e il potente e ricco annoiato. Non era chiaramente una band che rappresentava le idee del comunismo. Anche in questa setlist il meglio dei Queen infatti è nelle ombre oscure e quasi decadenti o nell'intimismo dolente di brani come la grandiosa sinfonia di morte Bohemian Rhapsody, l'accorata Love of My Life (entrambe da A Night at the Opera, 1975), presentata voce e chitarra, o nei dubbi su un futuro imprevedibile di It's in the Laps of the Gods...Revisited (dal disco precedente, il terzo, Sheer Heart Attack, 1974), oppure si può individuare forse nell’aver contribuito a incarnare l'edonismo sfrontato e provocatorio degli anni Settanta, nell'impeto in odore di hard-rock dell' aggressiva Tie Your Mother Down (traccia d’apertura di A Day at the Races, 1976), o nella dichiarazione d'amore per la musica di Now I'm Here, ispirata dal tour con i Mott the Hoople. Questo pezzo, composto da May, è preceduto nella scaletta di Budapest da uno dei suoi caratteristici lunghissimi assoli, per cui è amato oppure odiato (come i nipotini Muse), che dura così tanto che facciamo in tempo, nel frattempo, a vederlo fare cose, firmare autografi, salire in mongolfiera e tanto altro.
Ogni componente della band ha infatti nel docufilm i suoi momenti privati, da Freddie che rifiuta un’intervista con un “Non essere ridicolo”, acquista quadri in una galleria o prova nello stadio vuoto, fino a Roger Taylor con la sua passione per le auto (che gli ispirò anche I’m Love With My Car) che corre in go kart, e a John Deacon che…non fa niente. Cioè si imbarazza un sacco, parla con una bambina inglese e insomma fa John Deacon.
(foto Sony Music).

Tornando alla setlist, compaiono molti brani tra i più rock dei Queen, inclusi non a caso nell’antologia Queen Rocks del 1997, che segnò anche l’ultima comparsa con il gruppo da parte di John Deacon nel brano No-One but You (Only the Good Die Young): si tratta di pezzi coinvolgenti firmati sempre da Brian, come We Will Rock You, pronta a trascinare anche il pubblico cinematografico come la nostalgica dedica al mondo radiofonico Radio Ga-Ga, Hammer to Fall o Tear It Up, canzoni in cui è in gran spolvero la sontuosa batteria di Taylor, posizionata al centro del palco. Il basso di Deacon trova invece i suoi momenti di gloria ad esempio con lo storico riff di Under Pressure, in cui manca però terribilmente il prezioso apporto di David Bowie.
Uno dei momenti più d’atmosfera del concerto risulta la magniloquente Who Wants To Live Forever, una delle canzoni principali della colonna sonora del film Highlander - L'ultimo immortale, che all’immortalità contrappone l’importanza di dare valore autentico al presente nella condivisione più intima e commovente dei suoi attimi.
A rivedere oggi questo live, tra l’altro, non può che colpire ovviamente che fosse molto analogico, voce-chitarra-basso-batteria-piano, con pochi synth, visto che a lungo si precisò che nei dischi non fossero utilizzati e molti suoni provenissero solo dagli effetti usati da May sulla sua Red Special. È un concerto d’impatto, che si basa soprattutto sul carisma di Mercury, che si avvale di bei giochi di luci colorate, ma senza scenografie e logicamente senza filtri sulle voci, senza cellulari a riprendere ogni secondo di esibizione (tranne quelli di qualche spettatore al cinema, sigh): insomma, nel 2026, quarant’anni dopo viene da dire che è un concerto di una volta, perché sì, ci sono stati tempi in cui i grandissimi eventi erano solo suonati (al contrario di quelli di alcune pop-star odierne…), non costavano uno sproposito e non avevano sold out finti, gonfiati dagli accrediti stampa per non cancellare il tour. Ma questa è un’altra storia…
In Queen Budapest non mancano neanche degli omaggi al pubblico: si ascolta infatti un arrangiamento acustico del tradizionale canto popolare ungherese Tavaszi Szél Vizet Áraszt, dei cui versi Freddie si era annotato la pronuncia su una mano, ma che poi aveva proseguito a cantare con i suoi classici vocalizzi, riuscendo a coinvolgere gli spettatori. Inoltre, poi Mercury, in un momento molto celebre del live, sfodera una bandiera gentilmente/opportunisticamente double face, con la Union Jack e i colori dell’Ungheria. Il secondo encore però ci guida nell’apprezzare l’autentico valore del finale del concerto; la tripletta Friends Will Be Friends-We Are the Champions-God Save the Queen con tanto di manto regale e corona pare puntare in qualche modo a una dissacrazione della regalità: nel divismo e oltre, è la celebrazione di un trionfo individuale, quello di Farrokh Bulsara e dei suoi amici, che ce l’avevano fatta nonostante le vicissitudini con l’ex manager Norman Sheffield, lo scetticismo di tanti giornalisti e via discorrendo.
God Save the Queen, adattamento con cui i Queen chiudevano i concerti dal 1974, da inno nazionale, tuttora associato alle cerimonie ufficiali della Corona con il loro preciso cerimoniale, diventa un inno personale e la formula magica che conclude un maestoso rito collettivo musicale per e con i fan: Dio salvi la Regina, Dio salvi i Queen.
(foto Sony Music)
In Italia Queen Budapest è distribuito da Nexo Studios in collaborazione con Sony Music e con i media partner Radio Deejay, Radio Capital, MYmovies e Barley Arts. Il 6 novembre uscirà anche la colonna sonora del docufilm, remixata dal team di studio dei Queen a partire dalle registrazioni multitraccia originali; essa sarà pubblicata in doppio CD, in digitale e, per la prima volta, in un cofanetto con 3 LP da Legacy Recordings, la divisione di Sony Music dedicata al catalogo, e da Hollywood Records negli Stati Uniti e in Canada; dalla stessa data il concerto sarà disponibile anche in Blu-ray e DVD con distribuzione Sony Music Vision.
Con 80.000 biglietti venduti (anche a fan che provenivano da Russia e Polonia) e circa 45.000 persone a seguire il live all’esterno dello stadio, i Queen furono la prima rock band a esibirsi oltre la cortina di ferro e questa registrazione live rappresenta l’ultima esibizione dal vivo con Freddie Mercury a essere stata filmata, solo cinque concerti prima della sua ultima esibizione in assoluto.
L’interesse primario che può avere il docufilm è infatti proprio nostalgico, in tempi di retromania diffusa spesso tra giovani e adulti che potrebbero non aver mai visto la band dal vivo. Il docufilm, insomma, soprattutto nelle grandi sale cinematografiche, catapulta gli spettatori sul palco, per dare loro, grazie al grande schermo, l’impressione di vedere dal vivo un gruppo propriamente scomparso con Mercury quasi 35 anni fa, che in tanti hanno continuato ad ascoltare post-mortem. Quando Mercury morì a soli 45 anni il 24 novembre 1991, anche gli altri componenti del gruppo erano tutti solo quarantenni: il bassista John Deacon aveva 40 anni, il batterista Roger Taylor ne aveva 42 e il chitarrista Brian May 44. E questi ultimi due non si sono voluti fermare; tuttavia la vita "postuma" del gruppo con i soli Taylor e May accompagnati prima da Paul Rodger e poi da Adam Lambert non è considerata propriamente un capitolo della storia dei Queen e ad ogni modo May, colpito due anni fa anche da un ictus, ha ricordato in questi giorni che non ci saranno nuovi tour dopo l’ultima data del 2024 e a 79 anni si dedicherà alla famiglia e ovviamente all’astrofisica, pur non escludendo altri eventuali forme di spettacolo targate Queen, come ad esempio un'esperienza immersiva o uno show dal vivo ispirato a quelli visti alla Sphere di Las Vegas. Insomma, il restauro di questo filmato arriva nelle sale quando ormai c’è la certezza che non ci saranno più concerti dei Queen.
(Brian May e Roger Taylor alla premiere di Londra, Getty Images)

Ma torniamo a Budapest. I Queen in quel 1986 erano nel loro periodo più "ecumenico" con A Kind of Magic e iniziavano i concerti con il pacifismo/l’umanitarismo generico di One Vision, ispirata al celebre discorso di Martin Luther King, dopo essere stati subissati di critiche per aver suonato nel 1984 in un lussuoso resort nel Sudafrica dell’apartheid.
Nell’introduzione alla nuova versione del docufilm c’è un’intervista a May e Taylor, produttori esecutivi del progetto, che parlano dell’impatto che il concerto ebbe e della gioia che suscitò nel pubblico, sottolineando come fosse vietato ascoltare le cassette dei Queen in Ungheria. Non è difficile capire il perché: non era un gruppo impegnato, si limitava a dichiarazioni generiche, quasi favolistiche, come quelle di Is This the World We Created…? (da The Works, 1984), pur presentata qui in una bella versione intensa, brano che contrappone i bambini poveri e il potente e ricco annoiato. Non era chiaramente una band che rappresentava le idee del comunismo. Anche in questa setlist il meglio dei Queen infatti è nelle ombre oscure e quasi decadenti o nell'intimismo dolente di brani come la grandiosa sinfonia di morte Bohemian Rhapsody, l'accorata Love of My Life (entrambe da A Night at the Opera, 1975), presentata voce e chitarra, o nei dubbi su un futuro imprevedibile di It's in the Laps of the Gods...Revisited (dal disco precedente, il terzo, Sheer Heart Attack, 1974), oppure si può individuare forse nell’aver contribuito a incarnare l'edonismo sfrontato e provocatorio degli anni Settanta, nell'impeto in odore di hard-rock dell' aggressiva Tie Your Mother Down (traccia d’apertura di A Day at the Races, 1976), o nella dichiarazione d'amore per la musica di Now I'm Here, ispirata dal tour con i Mott the Hoople. Questo pezzo, composto da May, è preceduto nella scaletta di Budapest da uno dei suoi caratteristici lunghissimi assoli, per cui è amato oppure odiato (come i nipotini Muse), che dura così tanto che facciamo in tempo, nel frattempo, a vederlo fare cose, firmare autografi, salire in mongolfiera e tanto altro.
Ogni componente della band ha infatti nel docufilm i suoi momenti privati, da Freddie che rifiuta un’intervista con un “Non essere ridicolo”, acquista quadri in una galleria o prova nello stadio vuoto, fino a Roger Taylor con la sua passione per le auto (che gli ispirò anche I’m Love With My Car) che corre in go kart, e a John Deacon che…non fa niente. Cioè si imbarazza un sacco, parla con una bambina inglese e insomma fa John Deacon.
(foto Sony Music).

Tornando alla setlist, compaiono molti brani tra i più rock dei Queen, inclusi non a caso nell’antologia Queen Rocks del 1997, che segnò anche l’ultima comparsa con il gruppo da parte di John Deacon nel brano No-One but You (Only the Good Die Young): si tratta di pezzi coinvolgenti firmati sempre da Brian, come We Will Rock You, pronta a trascinare anche il pubblico cinematografico come la nostalgica dedica al mondo radiofonico Radio Ga-Ga, Hammer to Fall o Tear It Up, canzoni in cui è in gran spolvero la sontuosa batteria di Taylor, posizionata al centro del palco. Il basso di Deacon trova invece i suoi momenti di gloria ad esempio con lo storico riff di Under Pressure, in cui manca però terribilmente il prezioso apporto di David Bowie.
Uno dei momenti più d’atmosfera del concerto risulta la magniloquente Who Wants To Live Forever, una delle canzoni principali della colonna sonora del film Highlander - L'ultimo immortale, che all’immortalità contrappone l’importanza di dare valore autentico al presente nella condivisione più intima e commovente dei suoi attimi.
A rivedere oggi questo live, tra l’altro, non può che colpire ovviamente che fosse molto analogico, voce-chitarra-basso-batteria-piano, con pochi synth, visto che a lungo si precisò che nei dischi non fossero utilizzati e molti suoni provenissero solo dagli effetti usati da May sulla sua Red Special. È un concerto d’impatto, che si basa soprattutto sul carisma di Mercury, che si avvale di bei giochi di luci colorate, ma senza scenografie e logicamente senza filtri sulle voci, senza cellulari a riprendere ogni secondo di esibizione (tranne quelli di qualche spettatore al cinema, sigh): insomma, nel 2026, quarant’anni dopo viene da dire che è un concerto di una volta, perché sì, ci sono stati tempi in cui i grandissimi eventi erano solo suonati (al contrario di quelli di alcune pop-star odierne…), non costavano uno sproposito e non avevano sold out finti, gonfiati dagli accrediti stampa per non cancellare il tour. Ma questa è un’altra storia…
In Queen Budapest non mancano neanche degli omaggi al pubblico: si ascolta infatti un arrangiamento acustico del tradizionale canto popolare ungherese Tavaszi Szél Vizet Áraszt, dei cui versi Freddie si era annotato la pronuncia su una mano, ma che poi aveva proseguito a cantare con i suoi classici vocalizzi, riuscendo a coinvolgere gli spettatori. Inoltre, poi Mercury, in un momento molto celebre del live, sfodera una bandiera gentilmente/opportunisticamente double face, con la Union Jack e i colori dell’Ungheria. Il secondo encore però ci guida nell’apprezzare l’autentico valore del finale del concerto; la tripletta Friends Will Be Friends-We Are the Champions-God Save the Queen con tanto di manto regale e corona pare puntare in qualche modo a una dissacrazione della regalità: nel divismo e oltre, è la celebrazione di un trionfo individuale, quello di Farrokh Bulsara e dei suoi amici, che ce l’avevano fatta nonostante le vicissitudini con l’ex manager Norman Sheffield, lo scetticismo di tanti giornalisti e via discorrendo.
God Save the Queen, adattamento con cui i Queen chiudevano i concerti dal 1974, da inno nazionale, tuttora associato alle cerimonie ufficiali della Corona con il loro preciso cerimoniale, diventa un inno personale e la formula magica che conclude un maestoso rito collettivo musicale per e con i fan: Dio salvi la Regina, Dio salvi i Queen.
(foto Sony Music)
