Jesse Eisenberg A real pain
2024 » RECENSIONE | Drammatico | Commedia
Con Jesse Eisenberg, Kieran Culkin, Will Sharpe, Jennifer Grey





03/03/2025 di Laura Bianchi
Ci sono due cugini, David (Jesse Eisenberg) e Benjamin (Kieran Culkin). Li separano pochi giorni, hanno trascorso l'infanzia e la giovinezza insieme, sotto lo sguardo protettivo della nonna comune, Doris, ora morta, miracolosamente scampata alla persecuzione contro gli ebrei polacchi, ed emigrata negli Stati Uniti. David, marito e padre felice, grande lavoratore, ma insicuro e stressato, coinvolge il cugino, estroverso, sbruffone, ma tormentato, in un viaggio organizzato in Polonia, per trovare le radici della loro famiglia - e forse della loro religione, o della loro stessa esistenza. Il viaggio rivelerà molto della loro personalità e del loro passato.
Jesse Eisenberg ha scritto, diretto e interpretato A real pain, un film solo apparentemente semplice e lineare, il classico On the road tra due personaggi antitetici, ma ugualmente simpatici, la cui chimica crea un effetto di commedia lieve. Invece, il regista - attore affronta tematiche complesse, con lo sguardo e il ritmo della commedia: progetto difficile, ambizioso, fare pensare mentre si sorride, fare spegnere sul viso dello spettatore la risata, per sostituirla con la commozione, la riflessione e il dubbio.
Merito di una sceneggiatura in cui Eisenberg dà il meglio di sé, con dialoghi brillanti e acuti, serrati e intensi, e merito di una regia che dirige l'attenzione di tutti non sul protagonista, ma sul non protagonista, scompaginando clichés e ruoli.
Così David diventa la spalla di Benjamin, ed è splendida la dedizione con cui Eisenberg si mette al servizio dell'incredibile bravura di Culkin, del suo sguardo mobile e della sua fisicità sfaccettata e mutevole, per farne brillare ogni sfumatura, e creare un personaggio indimenticabile, che si e ci interroga su quale sia il dolore reale, autentico, , da cui il film prende il titolo.
Nel viaggio, non si tocca solo il tema del destino e della sua insondabilità (perché la loro nonna si salvò dallo sterminio, e milioni di altre persone vennero sterminati?), ma anche quello delle scelte personali (come hanno fatto i due cugini a intraprendere strade tanto diverse a un punto della loro vita?), quello dello stigma sociale della malattia mentale (che scorre, sotterranea o meno, in molte delle figure della storia), e quello delle contraddizioni del nostro Occidente iperindustrializzato, che rischia di fare diventare l'Olocausto un'occasione per una visita turistica ed erudita, abilmente smascherata dalla reazione caustica di Benji. Memorabile, perché sintesi di tutto, è la sequenza della visita al lager di Majdanek, a pochi chilometri da Lublino: negli sguardi dei suoi visitatori leggiamo tutto il turbamento per domande senza risposta.
Il tutto, con il sottofondo di un'unica colonna sonora, dissonante eppure perfetta: il polacco Chopin, i suoi Études, i suoi Valzer, i suoi Notturni accompagna ogni tappa del percorso dei due cugini, e nostro, in mezzo ai misteri di una vita che, come scrisse Pirandello, "non conclude". E lo sguardo di Culkin nel finale è il nostro: aperto a ogni conclusione.
Jesse Eisenberg ha scritto, diretto e interpretato A real pain, un film solo apparentemente semplice e lineare, il classico On the road tra due personaggi antitetici, ma ugualmente simpatici, la cui chimica crea un effetto di commedia lieve. Invece, il regista - attore affronta tematiche complesse, con lo sguardo e il ritmo della commedia: progetto difficile, ambizioso, fare pensare mentre si sorride, fare spegnere sul viso dello spettatore la risata, per sostituirla con la commozione, la riflessione e il dubbio.
Merito di una sceneggiatura in cui Eisenberg dà il meglio di sé, con dialoghi brillanti e acuti, serrati e intensi, e merito di una regia che dirige l'attenzione di tutti non sul protagonista, ma sul non protagonista, scompaginando clichés e ruoli.
Così David diventa la spalla di Benjamin, ed è splendida la dedizione con cui Eisenberg si mette al servizio dell'incredibile bravura di Culkin, del suo sguardo mobile e della sua fisicità sfaccettata e mutevole, per farne brillare ogni sfumatura, e creare un personaggio indimenticabile, che si e ci interroga su quale sia il dolore reale, autentico, , da cui il film prende il titolo.
Nel viaggio, non si tocca solo il tema del destino e della sua insondabilità (perché la loro nonna si salvò dallo sterminio, e milioni di altre persone vennero sterminati?), ma anche quello delle scelte personali (come hanno fatto i due cugini a intraprendere strade tanto diverse a un punto della loro vita?), quello dello stigma sociale della malattia mentale (che scorre, sotterranea o meno, in molte delle figure della storia), e quello delle contraddizioni del nostro Occidente iperindustrializzato, che rischia di fare diventare l'Olocausto un'occasione per una visita turistica ed erudita, abilmente smascherata dalla reazione caustica di Benji. Memorabile, perché sintesi di tutto, è la sequenza della visita al lager di Majdanek, a pochi chilometri da Lublino: negli sguardi dei suoi visitatori leggiamo tutto il turbamento per domande senza risposta.
Il tutto, con il sottofondo di un'unica colonna sonora, dissonante eppure perfetta: il polacco Chopin, i suoi Études, i suoi Valzer, i suoi Notturni accompagna ogni tappa del percorso dei due cugini, e nostro, in mezzo ai misteri di una vita che, come scrisse Pirandello, "non conclude". E lo sguardo di Culkin nel finale è il nostro: aperto a ogni conclusione.