Jan Verheyen

Documentario

Jan Verheyen Heysel, la tragedia (Docuserie TV NOW)


2025 » RECENSIONE | Documentario | Drammatico | Sport



21/07/2025 di Roberto Codini
La notte in cui il calcio morì: un ricordo della tragica finale dell’Heysel

Il tennis è lo sport che ho praticato. Il calcio è lo sport che ho detestato. Ma giocavo in porta. E tifavo Juventus. Perché Mario, mio padre, era della Juventus. Io parteggio sempre per gli ultimi e probabilmente non avrei mai scelto la Juve, ma c’era papà. Mio padre se ne è andato troppo presto, quando avevo solo 16 anni. Ma ricordo bene quella sera, quella maledetta sera del 29 maggio, della finale della Coppa dei Campioni, la partita tra Juventus e Liverpool disputata allo stadio Heysel di Bruxelles. Pochi mesi dopo mio padre se ne sarebbe andato.

In tanti hanno raccontato quella tragedia, “la tragedia che la Juventus ha cercato di dimenticare”, per citare il titolo del libro dal quale è tratta la serie andata in onda su Noe Sport. Ora vorrei raccontare io la notte in cui per me il calcio morì, in cui la morte di 39 persone innocenti tolse ogni significato a quella che doveva essere una gara sportiva. Questa non è solo una recensione, ma anche un racconto doloroso.

Juventus e Liverpool stavano per entrare in campo e io ero emozionato, un po' agitato, ansioso per quella finale (la Juve ne perse già una ad Atene contro l’Amburgo) perché la Coppa doveva essere nostra. Ma succede qualcosa: sugli spalti si capisce che nel settore dei tifosi juventini qualcosa sta andando storto. I tifosi inglesi, i temutissimi Hooligans, sono entrati con bottiglie in mano, sono entrati ubriachi. Come era possibile? Solo una piccola rete metallica separa il settore juventino dai feroci Hooligans. E gli inglesi invadono quel settore. Attaccano senza pietà gli italiani, che scappano, finendo travolti dall’onda umana. Ci sono dei morti. Comincia a girare la voce. Ma bisogna giocare. Se i tifosi fossero usciti dallo stadio sarebbe stato molto peggio. Le autorità di polizia decretano che si deve giocare. Gira la voce che i morti sarebbero 39. Si gioca, ma sono sconvolto, getto la mia bandiera per terra e guardo mio padre, "Perchè giochiamo?", chiedo. "Non lo so. Speriamo bene", risponde. Si gioca. Viene concesso un rigore inesistente alla Juventus, Michel Platini lo batte, segna ed esulta. La Juventus è campione d’Europa. I giocatori alzano la coppa in segno di vittoria. Ma ci sono 39 morti. Perché? La partita non si doveva giocare e quella coppa andava restituita. Era una coppa insanguinata, ma non venne restituita. I giocatori della Juventus e anche quelli del Liverpool non rilasciarono dichiarazioni. Sarà fatta luce su questa tragedia. Ma non doveva andare così, e quella notte per me il calcio è morto; scorgo le lacrime negli occhi di mio padre e viene da piangere anche a me. Ma come è potuto succedere? Perché le autorità belghe hanno permesso che i tifosi inglesi entrassero nello stadio ubriachi e pronti a colpire? Ci saranno condanne ma saranno lievi. The show must go on. Lo spettacolo deve continuare, ma io no ci sto.

La serie tv, Heysel, la tragedia, trasmessa su Now per ricordare sulla tragedia di 40 anni fa, ma ancora viva nella memoria, è bella e dolorosa, tratta dal libro citato. Viene ripercorsa quella giornata, vengono ricordati i morti e parla chi è sopravvissuto e ha ancora negli occhi quella notte infernale; ne parlano alcuni giocatori della Juve e del Liverpool.

Quella tragedia non ha insegnato niente. La violenza negli stadi non si è fermata. La docu-serie non si può raccontare, ma deve guardarla chi ha vissuto quella notte e anche chi non l’ha vissuta. Per capire. Per riflettere sul senso dello sport. La notte dell’Heysel non fu una notte di sport, ma di guerra e di morte. E non deve essere dimenticata, anche se la Juventus, la mia Juventus, ha cercato di dimenticarla. Ma io non dimentico. 39 persone non possono morire per una partita di calcio.

Giusto guardare questo documentario, magari leggendo prima il libro; giusto che i giovani sappiano cosa è successo e cosa non deve più succedere, ma io allo stadio non andrò più e della Juventus conserverò sempre il gagliardetto che mi regalò mio padre, sempre nel mio cuore, che preferisco ricordare quando mi portò a Superga a omaggiare il grande Torino precipitato nell’incidente aereo, il grande avversario, che non è e non deve essere un nemico, come una partita di calcio non deve essere una guerra.

Questa docu-serie la dedico a mio padre, al suo eterno ricordo e al suo indimenticabile sorriso dopo una sconfitta. “Andrà meglio la prossima volta. Disse Pirro agli sconfitti eroi: la prossima volta vincerete voi”. Questo è lo sport. Guardiamo questa serie e cerchiamo di non dimenticarlo mai, come non dimentico uno striscione esposto da alcuni tifosi di una squadra avversaria: “Non essere con la Juve non significa non piangere i morti”.

Ricordiamocelo sempre.