J. Mangold

KATE & LEOPOLD

J. Mangold


2001 » RECENSIONE |
Con M. Ryan, H. Jackman

di Elena Cristina Musso
1876, inaugurazione del Ponte di Brooklyn. Tra la folla, si aggira circospetto uno strano individuo che indossa abiti decisamente troppo moderni per l’epoca in cui la scena é ambientata; tiene in mano una minuscola macchina fotografica di ultimo tipo, con cui fa qualche furtivo scatto. La sua presenza non passa inosservata per un affascinante giovane signore. Si tratta dello squattrinato Duca di Albany che lo zio suo tutore vorrebbe vedere sposato ad una qualche ricca ragazza. Ma il giovane Leopold - questo é il suo nome - ha tutt’altre aspirazioni e si diverte a progettare strani marchingegni: sua l’invenzione dell’ascensore, come scopriremo nel corso della storia. Ed é inseguendo l’uomo con la macchina fotografica che Leopold si ritroverà letteralmente catapultato - dopo un volo da uno dei piloni del ponte appena inaugurato - ai nostri giorni, in una New York frenetica e decisamente diversa dalla New York di fine ‘800, in cui, fra mille prevedibili disavventure, incontrerà Kate, un’attraente donna in carriera dall’apparenza forte e aggressiva, ma che, prevedibilmente, si rivelerà dolce e fragile. Un film, insomma, che mantiene tutte le promesse del presupposto. Se quello che ci si aspetta, infatti, é una storia romantica e melensa con ammiccamenti ad uno scontato moralismo, non si resterà delusi. Una favola ben confezionata con tutti i relativi classici ingredienti a stento attualizzati: il bel “principe azzurro”, la “principessa triste” e una corte di buoni, cattivi e qualche giullare. Sicuramente, Hugh Jackman, attore australiano che si é fatto conoscere al grande pubblico con il film X-Men, merita di avere altre occasioni per mettere in evidenza le sue doti interpretative, oltre che le indiscutibili qualità estetiche. Per quanto riguarda Meg Ryan, - il cui ruolo della protagonista in “Harry ti presento Sally” resta indimenticabile - seppur innegabile e ormai collaudata la sua bravura, viene da chiedersi quando questa attrice deciderà di lasciarsi alle spalle il ruolo, che sembra prediligere, della dolce, sensibile e fragile ragazza romantica. Per quanto affinate possano essere le sue capacità di calarsi nella parte, infatti, comincia a risultare poco credibile nelle vesti della sognatrice a oltranza, disposta ad abbandonarsi alle lusinghe di fantasiose romanticherie. E nel film in questione di fantasie romantiche se ne trovano a profusione fino a raggiungere l’apoteosi nel finale, neanche tanto a sorpresa, in cui Kate si lancia anche lei dal ponte di Brooklyn per fare il viaggio a ritroso nel passato e raggiungere così il suo amato. Ma, in questa favola dal sapore dolciastro, volendo provare ad immedesimarvisi, che ruolo potrebbe coprire il povero realistico spettatore incapace di spingere così avanti la propria fantasia? Sicuramente quello dell’agente di polizia che, nel vedere la protagonista cadere nel vuoto, si convince di assistere ad un suicidio. E chissà che tutta la storia non sia proprio un lento suicidio (per il pubblico l’arma é la noia!). Perchè, in fondo, si uccide chi vuol fuggire dalla realtà in cui vive, e quella dei protagonisti di questo film non é altro che un’incessante fuga dal proprio mondo reale. Così, neanche il vedere la mielosa Kate avvinghiata al suo zuccheroso Leopold, può convincerci che nella nostra realtà condita da ben altri dolcificanti sintetici, la bella protagonista non sarebbe finita sfracellata sotto quel ponte. E forse, sarebbe stato un ben più giusto finale per ripagarci dell’attacco di diabete che ci avrà colto.