Ismaël Ferroukhi

Drammatico

Ismaël Ferroukhi VIAGGIO ALLA MECCA - LE GRAND VOYAGE


2004 » RECENSIONE | Drammatico
Con Nicolas Cazale, Mohammed Majd

di Paolo Massa
Quante volte vi è capitato di vedere al cinema dei “film meteora” (per non dire fantasma), rivelatisi poi particolarmente belli e non privi di spunti di riflessione per avere qualche chiave di lettura in più, utile a capire questo nostro “vecchio pazzo mondo”? Dopo aver assistito alla proiezione di “Viaggio alla Mecca” di Ismael Ferroukhi ci è sembrato proprio questo il caso di tali pellicole, non si sa per quale motivo snobbate dalla grande distribuzione cinematografica. Come mai capita di vederle su grande schermo solo in occasione di festival o cineforum d’essai? Ecco perché non bisognerebbe lasciarsi sfuggire quelle poche occasioni volte a colmare queste lacune distributive, colpevoli di propinarci le solite “video-baracconate” in salsa hollywoodiana. Avremmo così la chance di ammirare un cinema globale, capace di aprirci le porte di culture troppo spesso relegate nel dimenticatoio del pensiero dominante occidentale. E nel caso di “Viaggio alla Mecca” (Le grand vojage, nel titolo originale) potremmo intraprendere, insieme a Reda (giovane marsigliese di origine marocchina) e a suo padre, un viaggio “on the road” lungo circa 5.000 chilometri, dalla Francia d’adozione fino alla città santa dei musulmani, Mecca. Tutto ciò per adempiere al quinto pilastro dell’Islam: compiere, almeno una volta nella vita, il pellegrinaggio di purificazione spirituale. E per farlo, padre e figlio scelgono un’auto malandata che li porterà, strada facendo e imprevisti permettendo, all’agognata meta. Non tanto agognata, però, dal giovane Reda costretto dall’anziano genitore ad accompagnarlo, suo malgrado, lungo questo viaggio purificante di tutte le certezze finora maturate. E qui sta l’assunto centrale del film di Ferroukhi: alla fine del viaggio nessuno, compresi noi spettatori, sarà la stessa persona della partenza; nessuno avrà gli stessi dubbi, le stesse paure o le medesime convinzioni dell’inizio; tutti saranno diversi alla luce delle nuove esperienze vissute (belle o brutte esse siano state). Qualunque sia la religione in cui si crede, insomma, anche nessuna (rivendicando così il proprio ateismo), ognuno riuscirà a dare un senso alla vita che lo circonda solo compiendo il proprio dovere, solo rispettando le fedi altrui, senza disdegnare di imparare anche dalle più lontane ed altere.