Ildikó Enyedi

Corpo e anima

Ildikó Enyedi


2017 » RECENSIONE | Drammatico
Con Alexandra Borbély, Morcsányi Géza, Júlia Nyakó, Ervin Nagy, Pál Mácsai,



18/01/2018 di Silvia Morganti
Non capita spesso di andare al cinema e rimanerne turbati. Corpo e anima è un film perfetto e sublime. La regista ungherese Ildikó Enyedi utilizza la camera con una capacità preziosa in grado di comunicare interno/esterno allo stesso tempo: i tagli, le inquadrature, i colori, la lentezza del movimento, i vetri e le finestre offrono una visuale sul reale che entra al di là della superficie. Le parole dei dialoghi sono disarmanti e disarmate. La semplicità è mescolata alla bellezza, che non esclude però anche la ferocia di un macello di Budapest, in cui gli animali offrono occhi eloquenti, e non si risparmia alla vista nessun taglio o effluvio di sangue a segnare la distanza da una calma apparente.
Sembra dirci “è la vita!”. Budapest non si vede quasi per nulla. Siamo per lo più all’interno di un ambiente di lavoro: un uomo (Endre) è direttore amministrativo e una donna (Mária) è la nuova addetta al controllo di qualità della carne macellata. Altri svolgono il loro lavoro quotidiano, tra routine e sporadici scambi colloquiali. Ad un certo punto avviene una rivelazione che appartiene al mondo del sogno: l’inconscio appare trasfigurato tra desideri e paure.
Sembra dirci “non è facile!”. Entriamo nelle due case, di lui e di lei: si tratta di luci completamente diverse. La camera da presa è a filo pavimento talvolta. Ci sono solitudine e silenzio, ma anche desiderio. Ci sono il sonno e piatti tristi consumati. Ci sono pensieri espressi tacitamente.
L’incontro è segnato da una magia che avviene in maniera imperscrutabile.
Appare un bosco innevato e due cervi che si toccano sfiorandosi il naso, un mutuo soccorso di foglie sotto la coltre di neve, un laghetto dove bere, il silenzio nitido della montagna, una timidezza e un rispetto che va al di là dell’umano. Si muovono gli animali come attori di scene perfette.
È un film d’amore, di quello raro. La psicologia forse aiuta, ma è la musica la chiave. La regista sceglie non a caso Laura Marling di “What he wrote” che funziona da ‘apriscatola’, dove la scatola è l’anima. La musica emoziona la protagonista, una meravigliosa Alexandra Borbély, capace di comprendere i suoi problemi più intimi, eppure incapace di affrontare in realtà ciò che esula dal ‘regolamento’, dalla propria incredibile modalità di vita.  Ma fa dei tentativi, sembra voler entrare in contatto con il mondo: si procura anche un cellulare nuovo di zecca, affonda una mano nel purè, tocca gli animali al macello. Il protagonista maschile, uno straordinario Géza Morcsányi, sembra leggere tutto in controluce, dotato di antenne particolari, in grado di ascoltare ciò che gli accade intorno. Ha esperienza della vita che lo ha trasformato. La gentilezza di entrambi entra nell’anima di chi guarda (noi).
Non vogliamo rivelare nulla di più. È stato ispirato da alcuni versi di una poetessa ungherese Ágnes Nemes Nagy (1922 – 1991), della quale in italiano si conosce poco e speriamo che qualcuno si accorga di tale lacuna. Il Festival internazionale del cinema di Berlino ha consegnato l’Orso d’oro nelle mani preziose della regista nel 2017. Non è drammatico come qualcuno ha scritto, anzi conosce a tratti un surrealismo che fa ridere. È semplicemente un capolavoro (e questo è stato evidente quando alla fine delle scene, comparsi i titoli di coda, il pubblico nella sala buia del cinema è rimasto immobile e sospeso dentro un silenzio che non capitava da tempo per così lunghi istanti).



Claudio Mariani


Film poetico anche nel suo crudo realismo, che a volte sembra troppo didascalico, ma nell`economia dell`opera in fondo ci sta. Scene con i due cervi semplicmente ipnotiche. Premi e successo meritati.