Guy Ritchie Sherlock Holmes - Gioco di Ombre
2011 » RECENSIONE | Azione | Poliziesco
Con Robert Downey Jr, Jude Law, Noomi Rapace, Rachel McAdams, Jared Harris, Stephen Fry
14/01/2012 di Paolo D´Alessandro
Altro giro, altra corsa per Guy Ritchie e la sua rilettura di Sherlock Holmes. Questo secondo capitolo, sottotitolato Gioco d’Ombre (A Game of Shadows), alza la posta in gioco con un intrigo a livello europeo, e porta in scena la leggendaria antitesi dell’investigatore di Baker Street, il professor James Moriarty (Jared Harris).
1891: L’Europa è in subbuglio. Continui attentati stanno minando l’equilibro politico del continente, e c’è solo un uomo che li ha ricondotti alle macchinazioni di Moriarty: proprio Sherlock (il solito pirotecnico Robert Downey Jr), che trascina con sé un Watson (Jude Law) più riluttante del solito – sta per sposarsi – e la bella zingara Simza (Noomi Rapace).
Formula di successo non si cambia, si raddoppia: Ritchie sembra aver trovato la sua personalissima via all’action (con cortesie dell’universo di finzione uber-razionalista creato da Conan Doyle), ma a pagare i conti è la brillantissima mente dell’investigatore. Il geniale metodo holmesiano è applicato con efficacia solo ai numerosi show-off di arti marziali (giocati molto intelligentemente nel climax finale), e sempre meno al servizio di un intreccio a tratti eccessivamente convoluto.
A parte i pesanti parossismi estetici (l’illeggibile sequenza della fuga nella foresta), la sottile partita a scacchi a distanza fra Holmes e Moriarty viene ridotta al grado zero dell’eleganza che meriterebbe, anche per via del palese di un Robert Downey Jr troppo brillante, troppo stilizzato, troppo Downey Jr.
La domanda sorge spontanea: l’Holmes di Ritchie-Downey Jr. ha dato la luce a una nuova formula, o a un precedente pericoloso?
1891: L’Europa è in subbuglio. Continui attentati stanno minando l’equilibro politico del continente, e c’è solo un uomo che li ha ricondotti alle macchinazioni di Moriarty: proprio Sherlock (il solito pirotecnico Robert Downey Jr), che trascina con sé un Watson (Jude Law) più riluttante del solito – sta per sposarsi – e la bella zingara Simza (Noomi Rapace).
Formula di successo non si cambia, si raddoppia: Ritchie sembra aver trovato la sua personalissima via all’action (con cortesie dell’universo di finzione uber-razionalista creato da Conan Doyle), ma a pagare i conti è la brillantissima mente dell’investigatore. Il geniale metodo holmesiano è applicato con efficacia solo ai numerosi show-off di arti marziali (giocati molto intelligentemente nel climax finale), e sempre meno al servizio di un intreccio a tratti eccessivamente convoluto.
A parte i pesanti parossismi estetici (l’illeggibile sequenza della fuga nella foresta), la sottile partita a scacchi a distanza fra Holmes e Moriarty viene ridotta al grado zero dell’eleganza che meriterebbe, anche per via del palese di un Robert Downey Jr troppo brillante, troppo stilizzato, troppo Downey Jr.
La domanda sorge spontanea: l’Holmes di Ritchie-Downey Jr. ha dato la luce a una nuova formula, o a un precedente pericoloso?