Goran Paskaljevic

Goran Paskaljevic COME HARRY DIVENNE UN ALBERO


2001 » RECENSIONE |
Con Colm Meaney, Adrian Dunbar, Cillian Murphy, Gail Fitzpatrick

di Claudio Mariani
Come poteva non essere uno dei film più attraenti in giro in questo periodo? Partiamo semplicemente dal titolo, risulta uno dei più accattivanti mai forgiati; continuiamo analizzando altre caratteristiche della pellicola: regista bosniaco, coproduzione franco-itlao-irlandese-inglese, film interamente ambientato in Irlanda, con attori anglosassoni, il tutto tratto da una storiella cinese…come spesso accade, più è ricco è il cocktail e più è buono. Il problema è che il barista deve essere molto bravo e gli ingredienti di qualità, e Paskaljevic ad essere valido ce l’ha dimostrato tre anni fa con “La Polveriera”, film rimasto in mente a molti; anche gli ingredienti, in questo caso, sono più che mai azzeccati, dagli attori (lo straordinario Colm Meaney su tutti), alla storia che, nonostante la sua semplicità, riesce ad apparirci così assurda, inquietante e paradossale allo stesso momento, senza essere mai noiosa, fino alle qualità tecniche, come la bella fotografia e le ambientazioni quasi “palpabili”.
Il film ruota tutto attorno ad una frase pronunciata dal protagonista ossessionato dal suo nemico: “un uomo si misura dai nemici che ha”, e lui, il suo contendente se lo crea e se lo sceglie con puntiglio, nientemeno che l’uomo più potente del paese, colui che, nonostante l’apparenza docile, nessuno oserebbe sfidare. E da lì la storia procede, l’odio ossessivo di Harry cresce, anche con l’aiuto del tradimento della giovane moglie del figlio con il suo avversario. Il film inizia nel tragico, e nel tragico vi rimane, integrato però da un altro componente che trasforma la pellicola: il grottesco, appena accennato ma insistente. Come con il suo precedente film, col quale il regista aveva costruito l’apologia dell’odio in una terra ferita come quella jugoslava, anche stavolta l’argomento è quello, l’odio viscerale, forse immotivato, ma quasi indispensabile agli uomini, soprattutto per certe popolazioni e in certi contesti. E come i popoli slavi siano predisposti a tale sentimento, dovuto anche a secoli di guerre interne ed intra-razziali, anche nell’Irlanda del 1924, epoca in cui è ambientata la storia, lo troviamo e nel protagonista è presente più che mai. Il pretesto in questo caso può essere la guerra civile con gli inglesi o la solitudine forzata di Harry da due morti in famiglia (moglie e figlioletto). Questi fatti sono più difficili da assimilare per la maggior parte di noi, cittadini industrializzati e magari metropolitani, che esterniamo i nostri sentimenti negativi (?!) più forti in situazioni innaturali, magari scaricandoci in situazioni e verso cose impersonificate (per esempio le istituzioni), relegando le relazioni interpersonali e gli atteggiamenti più atavici in un territorio arido, ben distante dal fruttuoso campo di cavoli del protagonista del film.
E’ una pellicola da vedere, a differenza de “La Polveriera” ciò verrà fatto da pochi, ma bisogna approfittarne finché si è in tempo, senza farsi spaventare da ciò che si è detto sopra, il film risulta anche piacevole e riesce perfino a farci ridere, oltre che a pensare, e nella testa ci rimane il ricordo del viso e delle mani di Meaney-Harry, un attore che riesce a valicare il limite dello schermo e a farci sentire il suo alito, come se fosse a pochi centimetri dal nostro viso, un alito che, stranamente, non puzza e non sa di cibo, ma ha lo stesso odore di un grosso albero su di una collina…