Ferdinando Cito Filomarino

Drammatico

Ferdinando Cito Filomarino Antonia.


2015 » RECENSIONE | Drammatico | Biografia
Con Linda Caridi, Filippo Dini, Alessio Praticò, Maurizio Fanin, Federica Fracassi

15/06/2016 di Silvia Morganti
La poesia di Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938)  si incarna nella sua esile esistenza e trova voce nei volumi editi solo dopo la sua morte. Morire a 26 anni nel giardino dell’abbazia di Chiaravalle è per lei  una scelta voluta, ingoiando un barattolo di barbiturici,  distesa su di un prato: questo è il finale.

Il film di Ferdinando Cito Filomarino sceglie di far rivivere Antonia Pozzi nei suoi ultimi dieci anni, da liceale a universitaria a giovane insegnante; l’attrice, Linda Caridi, dalla somiglianza molto credibile  la interpreta senza cedere alla necessità di verità assolute.  Lo sfondo è Milano, i luoghi cari ad Antonia, ai tempi bui e ingessati del fascismo, che come una cappa di vetro appare nel film in trasparenza. Per Antonia, dell’alta borghesia, sono anni di formazione, di amicizie, di studio, di scoperta, di scrittura  e d’amore.
Le riprese privilegiano specchi, finestre e un punto d’osservazione basso parallelo al pavimento:  la macchina da presa tenuta bassa è all’altezza delle gambe, dei passi, dei piedi, ma non mancano anche il retro (come nella locandina), le spalle, lo scambio di punto di vista e l’altezza di alcune riprese.

Il film ha un cuore ed è una scena lunga quanto una canzone: Antonia è di spalle adagiata su un fianco, nuda, con le gambe rannicchiate invisibili e il viso girato di profilo verso lo spettatore; non è sola… la voce e la musica di Piero Ciampi irrompono e l’accompagnano, si tratta dell’interpretazione di Va, canzone  del  1976 (musica di Gianni Marchetti), il pezzo realizza un incontro perfetto. I versi dipanano il racconto. C’è la forza e la dolcezza, ci sono sguardi e immaginazione, è presente poesia e musica, e tutto sembra attraversare il corpo, tutto passa attraverso esso anche le parole stesse della canzone che ne sono amplificate nel senso. È il corpo della poetessa o della poesia? È una magia che il regista compie e a cui va riconosciuto merito per originalità e coraggio insieme. È lì che il film diventa opera (e pensare che si tratta di opera prima!).

Il film colpisce per stile, essenzialità e sottrazione. La natura amata dalla protagonista è attraversata nella quotidianità: ci sono i fiori, il bosco e la montagna. Si scala fin sulla vetta e quasi senza sudore. Anche la passione non conosce stanchezza amorosa. I desideri si stemperano, vivendoli senza forse concedere le altitudini ricercate (e non riguarda qui la montagna). La poesia è mostrata in più punti manoscritta e stampata, ma sempre silenziosa, mai declamata.  Il corpo è poetico, per questo musicale (in una scena si fa direttore d’orchestra), ma trattasi di poesia ‘scabra ed essenziale’, quotidiana e alla ricerca di ‘parole leggere’. È poesia del Novecento, letta dallo stesso Montale nella giusta luce.  Tra l’altro la luce e il controluce arricchiscono non a caso il film, per mano del direttore della fotografia Sayombhu Mukdeepron. La fotografia è del resto centrale anche nella vita di Antonia Pozzi, fotografa sensibile e curiosa.

Il film ha pregi notevoli. Va cercato nei cinema che amano pellicole fuori dal circuito commerciale,  prodotto da Luca Guadagnino.

Ultima notazione: il titolo finisce con un punto fermo!