David Grieco

Drammatico

David Grieco EVILENKO


2004 » RECENSIONE | Drammatico
Con Malcolm McDowell, Marton Csokas, Frances Barber, Ronald Pickup, Vernon Dobcheff, John Benfield

di Claudio Mariani
Innanzitutto partiamo dal regista, David Grieco, che per molti può essere un nome che non evoca nulla. Infatti questo è il suo film d’esordio, ma non per questo la sua storia è poco affascinante e povera di interesse: nipote di un fondatore del PCI (Ruggero), nipote anche di un regista che è tra i preferiti di Tarantino (Sergio), assistente alla regia di Bertolucci e Pasolini, giornalista, autore televisivo e radiofonico, sceneggiatore e critico cinematografico nonché scrittore. In particolare la sua ossessione per Andrej Romanovic Chikatilo, altresì noto come il Mostro di Rostov, fu fulminea, tanto che quando il killer fu catturato, agli inizi degli anni novanta, egli partì per l’Ucraina per seguire il processo di persona. Seguirono anni di dossier, articoli e, soprattutto, un libro intitolato “Il comunista che mangiava i bambini”, da cui, solo ora, è stato tratto il film. Negli anni produttori di tutto il mondo hanno cercato di acquisire i diritti cinematografici del libro, ma l'autore non ha voluto cederli: "non volevo che Il comunista che mangiava i bambini diventasse sullo schermo il solito thriller sul solito serial killer. Desideravo che fosse un film sulla fine del comunismo e sulla negazione dell'infanzia", queste sono le sue parole. E quella del “ribattezzato” Evilenko è una storia incredibile, allucinante, capace di muovere le menti e gli animi: professore di lettere, intellettuale, comunista modello, fu negli anni ottanta uno dei serial killer più spietati della storia, capace di violentare, uccidere, mangiare 53 persone, perlopiù ragazzine, anche grazie al suo sguardo magnetico che, sembra, riuscisse ad ipnotizzare le vittime. Su questo “potere” sono pure stati effettuati degli studi medici e formulate ipotesi di ogni tipo. Racconto nel racconto, la fine del comunismo nell’ex-URSS e lo stato di caos mentale della popolazione e degli irriducibili come l’assassino stesso, lo smarrimento per la perdita di ideali e le denunce per niente celate da parte del regista. Vi è, grazie a un ruolo di contorno, pure l’accusa all’ex-regime che, avendo abolito la psichiatria, ha “utilizzato i manicomi per rinchiudere i dissidenti, ovvero gli unici sani di mente, lasciando liberi i pazzi”; pazzi che, come Evilenko, sono destinati, secondo uno psicanalista, ad aumentare a dismisura. Interrelazione tra fine del comunismo-smarrimento-pazzia resa abbastanza bene dalla pellicola. Per quanto riguarda il film in se stesso, il neo-regista ha scelto di utilizzare uno stile compassato, lento, senza virtuosismi ma che risulta sopra la media del cinema italiano contemporaneo per la sua formalità visiva e per il suo “senso della scena”. Il film da questo punto di vista rende molto, grazie anche ad una buona fotografia, ma soprattutto per merito di un grande Malcom McDowell che riesce a dare il surplus alla pellicola, grazie alla sua interpretazione. Se esiste ancora la frase “entrare nella parte”, l’ex-arancia meccanica ne è il maestro: lui diviene Evilenko, e gli dà la caratterizzazione, il passo, le movenze, l’espressione, la forza. La sua presenza si sposa alla perfezione con un thriller-storico molto atipico, che fa vedere pochissimi dei delitti commessi dal mostro, preferendo mostrarci il killer da una parte, e il suo inseguitore dall’altra (Marton Csokas, bravo) ma senza mai fare calare la tensione sempre ad alti livelli. E’ un’opera armonicamente grigia, di un grigio sporco, come la storia terribile raccontata, e che viene a tratti colorata da il viso del protagonista che da icona immortale della lucida follia si candida anche al ruolo di espressione tragica del male che alberga (forse) in ognuno di noi.