Daniele Ciprì È stato il figlio
2012 » RECENSIONE | Drammatico | grottesco
Con Toni Servillo, Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi, Benedetto Ranelli, Alfredo Castro, Fabrizio Falco, Pier Giorgio Bellocchio, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zammitti
16/09/2012 di Arianna Marsico
Daniele Ciprì, alla sua prima prova senza il fido Maresco, colpisce dritto allo stomaco e non delude. In uno Zen di Palermo che invera ogni forma di degrado urbano, Ciprì gira scene scure come un quadro di Caravaggio, in cui la luce è sempre divorata dalle tenebre. È stato il figlio è un affresco verghiano sui vinti, su coloro che non potranno mai innalzarsi dal buio su cui sono costretti a galleggiare.
Tutto ha inizio ad un ufficio postale, dove Busu (Alfredo Castro), racconta ai presenti una storia che si perde lontana nel tempo. E qui inizia il flashback
La famiglia Ciraulo nel suo precario equilibrio economico, riesce ad andare avanti. Nicola (Toni Servillo) recupera ferraglia dalle imbarcazioni in disarmo ( “Il cantiere”) assieme all’anziano padre (Benedetto Ranelli ) e al timido e confuso figlio Tancredi (Fabrizio Falco). L’equilibrio si infrange quando in un agguato mafioso viene uccisa per sbaglio la piccola di casa Serenella (Alessia Zammitti). Il dolore diventa così uno scivolo per la deriva dei rapporti familiari e la rovina economica, un solco nel viso della madre Loredana (Giselda Volodi).
In questo teatro del grottesco, dove tutto è ancora più triste e brutto di quanto possa essere la realtà, non è solo Toni Servillo ad impressionare per l’aderenza iperrealista al personaggio. Ogni attore compone alla perfezione un quadro di Hopper virato sul nero a cui è stato strappato l’unico raggio di sole, Serenella. E in cui poi la vera vittima di questa folle ricerca dell’apparenza è Tancredi, puro come il principe Myskin.
Forse poi per certe ferite inferte dalla spietata logica della sopravvivenza non c’è cura, nemmeno con il tempo, qui appunto indefinito, non scandito.
Tutto ha inizio ad un ufficio postale, dove Busu (Alfredo Castro), racconta ai presenti una storia che si perde lontana nel tempo. E qui inizia il flashback
La famiglia Ciraulo nel suo precario equilibrio economico, riesce ad andare avanti. Nicola (Toni Servillo) recupera ferraglia dalle imbarcazioni in disarmo ( “Il cantiere”) assieme all’anziano padre (Benedetto Ranelli ) e al timido e confuso figlio Tancredi (Fabrizio Falco). L’equilibrio si infrange quando in un agguato mafioso viene uccisa per sbaglio la piccola di casa Serenella (Alessia Zammitti). Il dolore diventa così uno scivolo per la deriva dei rapporti familiari e la rovina economica, un solco nel viso della madre Loredana (Giselda Volodi).
In questo teatro del grottesco, dove tutto è ancora più triste e brutto di quanto possa essere la realtà, non è solo Toni Servillo ad impressionare per l’aderenza iperrealista al personaggio. Ogni attore compone alla perfezione un quadro di Hopper virato sul nero a cui è stato strappato l’unico raggio di sole, Serenella. E in cui poi la vera vittima di questa folle ricerca dell’apparenza è Tancredi, puro come il principe Myskin.
Forse poi per certe ferite inferte dalla spietata logica della sopravvivenza non c’è cura, nemmeno con il tempo, qui appunto indefinito, non scandito.