Dani Levy

commedia

Dani Levy ZUCKER! ...COME DIVENTARE EBREO IN 7 GIORNI


2004 » RECENSIONE | commedia
Con Henry Hübchen, Hannelore Elsner, Udo Samel, Golda Tencer, Steffen Groth, Anja Franke, Sebastian Blomberg

di Andrea Battantier
Il regista Dani Levy parte dal rapporto conflittuale tra due fratelli, Henry Hubchen (Jaeckie, un disilluso dio del biliardo, e null'altro) e Udo Samel (Samuel, un ebreo ortodosso, molto ortodosso). Due opposte concezioni del mondo che, magicamente (io direi, piuttosto, meccanicamente), si incontreranno. La morale della storia potrebbe riassumersi in un generico "siamo diversi, vogliamoci bene", Con questo film (tit. orig., Alles auf Zucker!), che ha vinto il premio Lubitsch (migliore commedia tedesca dell'anno), la produttrice Manuela Stehr ha tentato di portare avanti l'avventura (che all'epoca andò molto bene) di Good Bye Lenin. Entrambi i film, infatti, hanno per protagonista un muro che (non) c'è. Purtroppo il campionario di stereotipi ebraici é servito, seppur con un certo gusto nell'abbinamento. Una commedia? Mah! Un compitino volto al sorriso, di tanto in tanto. Buonismo e prevedibilità nel far tornare tutto a posto. Volevo divertirmi e invece sono uscito dalla sala sbadigliando. E non ho riflettuto un granché (sai, non avete fatto ridere, almeno datemi qualche altra cosa) su questo improbabile mondo ebreo spiattellato come fosse un corsetto intensivo per turisti della religione a buon mercato. Jackie Zucker, "ebreo laico", ex cronista famoso ai tempi della Ddr, dopo la riunificazione gestisce un club privato, preferendo, tuttavia, il gioco del biliardo ("la vita è un gioco e io sono un giocatore nato" è la frase sunto di Jaeckie Zucker). Intanto suo figlio, impacciato bancario, vuole farlo arrestare per debiti, sua moglie vuole sbatterlo fuori casa, la figlia lesbica vorrebbe tanto sbatterlo al muro, e suo fratello, perfetto ebreo ortodosso, che non vuole vederlo più, causa l'abbraccio dell'ideologia comunista. Quest'ultimo ha infatti abbandonato con la madre la Germania Est scegliendo la Germania Ovest, ed ora, a distanza di 40 anni, i due sono "costretti" a mettere da parte i silenzi e le ostilità, a meno che preferiscano rinunciare all'eredità. Il dramma per Jaeckie (come se già non fosse sufficiente il fratello ritrovato) è scoprire che l'eredità si agguanta, non solo riconciliandosi dopo 40 anni, ma anche rispettando strettamente i sette giorni di "shivah"(il lutto stretto), arbitro un integerrimo rabbino. E Jaeckie, congiuntamente alla forzata ricostruzione di un'identità ebraica, tenterà di risolvere i suoi guai finanziari, partecipando in gran segreto ad un prestigioso torneo di biliardo. Sbadigli e sorrisi di carineria. Eppure un po' di spettatori in sala ridevano per questa intuibile commedia degli equivoci di Dani Levy (regista e sceneggiatore), una storiella prevedibilmente magica, con quelle situazioni che avvengono, oplà, all'improvviso, tanto per far tornare i conti. Ad esempio l'incerto (e ammiccatamente omosessuale) figlio di Jaeckie che viene circuito e sedotto dalla cugina mangiatrice di maschi, la figlia lesbica di Jackie che magicamente ritrova suo marito nell'iperortodosso cugino (e la figlia di lei , oplà, ha due mamme e finalmente un papà), i finti attacchi di cuore (e guarda un po', quando arriva per davvero nessuno ci crede), la speculare malattia del fratello (oplà, malato uno, malato l'altro), la scontata vittoria al biliardo (ma no però, oplà, Jaeckie arriva in ritardo e viene squalificato ma...la sconfitta, ma...la sfida in privato, ma...la rivincita, ma...). E poi, ciliegina degli oplà, la riconciliazione familiare. Jaeckie, fallimento di un uomo e fallimento di uno stato, uomo caduto assieme al muro di Berlino, che abbracciava amorevolmente (?) i suoi figli (emblematica il fantasma della madre Ddr) che aleggia nel finale. E per fortuna c'è il whisky.