Damiano Michieletto Primavera
2025 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi





03/01/2026 di Laura Bianchi
Che Damiano Michieletto fosse un ottimo regista lirico era noto da tempo. Che si fosse cimentato con successo anche in Rigoletto al Circo Massimo e nella trasposizione cinematografica e attualizzata di un melodramma, Gianni Schicchi, anche. Ma con Primavera si è superato, proponendo un film completo, in cui la musica è comunque protagonista, ma in cui le tematiche intrecciano la storia e l’attualità in modo originale.
Molti hanno accostato la vicenda raccontata al soggetto di Gloria!, opera prima di Margherita Vicario, ma le differenze superano di gran lunga le analogie. L’ambientazione sembra simile, in quanto entrambi i film si svolgono a Venezia, nel diciottesimo secolo, in uno dei quattro istituti per orfane, in cui queste venivano istruite per formare un’orchestra, a beneficio non certo delle giovani, che, una volta cresciute, erano letteralmente trattate come merce di scambio, date in spose a ricchi e attempati vedovi. La cinepresa si muove inoltre all’interno delle camerate comuni e dei locali in cui le ragazze seguono estenuanti prove, sotto la guida, spesso tirannica, di frustrati maestri di musica.
Ma le affinità si fermano qui: mentre Vicario propone una sorta di musical, con la protagonista che, digiuna di tecnica compositiva, crea una partitura moderna, stretta parente della canzone indie - ma anche del gospel alla Sister Act, nella conclusione -, e si svincola dai legami storici per toccare la favola, Michieletto costruisce un’opera compatta, coerente, profondamente immersa nello spirito del tempo in cui la vicenda è ambientata, ispirata, tra l'altro, a un racconto di Anna Banti, Lavinia fuggita, che rappresenta la voce di troppe donne ombra, silenziose creatrici di musica e bellezza, a lungo messe a tacere da uomini arroganti.
Merito dell’abitudine del regista di guidare un cast che deve andare a tempo, sempre, e di creare un’atmosfera che, nel teatro, sappia evocare ritmo, dinamismo, drammaticità, in un quadro statico qual è il palcoscenico. Così, il regista, scrivendo la sceneggiatura con Ludovica Rampoldi, dà spazio alla fotografia evocativa e fiamminga di Daria D’Antonio - che ha firmato gli ultimi tre film di Sorrentino -; alla colonna sonora di Fabio Massimo Capogrosso, che dialoga con le partiture vivaldiane con gusto e sobrietà, alternando brani propri ai celebri Le dodici sonate a tre dell’Op.1 (con la Follia) o Juditha triumphans; al montaggio di Walter Fasano, tutto al servizio della musica e del suo ritmo, ma anche dei gesti e degli sguardi, muti ed espressivi, di chi la sa far risuonare. E, dalla prima sequenza, simbolica, dell’annegamento dei gattini, appena partoriti, da parte dell’algida istitutrice, fino all’ultima, costruisce una storia vivida e ricca di sorprese, imperniata sul rapporto tra paternità e maternità, rimorsi e risarcimenti, arte e denaro, vita e morte, passato e futuro, senza soluzioni semplicistiche o entusiastiche, ma con lucida consapevolezza.
Gli attori aderiscono in pieno alla bacchetta del direttore d’orchestra, come in un concertato, risultando tutti credibili e immersi nella parte, da Michele Riondino, un Vivaldi tormentato e solo, prete per costrizione, innamorato della musica, alla ricerca di un successo a lungo negato - e mai ottenuto in vita -, a Tecla Insolia, che restituisce un indimenticabile ritratto di tutte le orfane talentuose, ma costrette a piegarsi alla logica ipocrita di una società avida e indifferente, e per questo dolenti e indomite; da Andrea Pennacchi e Stefano Accorsi, viscidi e spietati emblemi di tale logica crudele, a Fabrizia Sacchi, l’istitutrice, carnefice, ma anche vittima del sistema.
Un film prezioso, una gioia per vista e udito, ma anche e soprattutto uno spunto di riflessione che tocca ciascuno di noi.
Molti hanno accostato la vicenda raccontata al soggetto di Gloria!, opera prima di Margherita Vicario, ma le differenze superano di gran lunga le analogie. L’ambientazione sembra simile, in quanto entrambi i film si svolgono a Venezia, nel diciottesimo secolo, in uno dei quattro istituti per orfane, in cui queste venivano istruite per formare un’orchestra, a beneficio non certo delle giovani, che, una volta cresciute, erano letteralmente trattate come merce di scambio, date in spose a ricchi e attempati vedovi. La cinepresa si muove inoltre all’interno delle camerate comuni e dei locali in cui le ragazze seguono estenuanti prove, sotto la guida, spesso tirannica, di frustrati maestri di musica.
Ma le affinità si fermano qui: mentre Vicario propone una sorta di musical, con la protagonista che, digiuna di tecnica compositiva, crea una partitura moderna, stretta parente della canzone indie - ma anche del gospel alla Sister Act, nella conclusione -, e si svincola dai legami storici per toccare la favola, Michieletto costruisce un’opera compatta, coerente, profondamente immersa nello spirito del tempo in cui la vicenda è ambientata, ispirata, tra l'altro, a un racconto di Anna Banti, Lavinia fuggita, che rappresenta la voce di troppe donne ombra, silenziose creatrici di musica e bellezza, a lungo messe a tacere da uomini arroganti.
Merito dell’abitudine del regista di guidare un cast che deve andare a tempo, sempre, e di creare un’atmosfera che, nel teatro, sappia evocare ritmo, dinamismo, drammaticità, in un quadro statico qual è il palcoscenico. Così, il regista, scrivendo la sceneggiatura con Ludovica Rampoldi, dà spazio alla fotografia evocativa e fiamminga di Daria D’Antonio - che ha firmato gli ultimi tre film di Sorrentino -; alla colonna sonora di Fabio Massimo Capogrosso, che dialoga con le partiture vivaldiane con gusto e sobrietà, alternando brani propri ai celebri Le dodici sonate a tre dell’Op.1 (con la Follia) o Juditha triumphans; al montaggio di Walter Fasano, tutto al servizio della musica e del suo ritmo, ma anche dei gesti e degli sguardi, muti ed espressivi, di chi la sa far risuonare. E, dalla prima sequenza, simbolica, dell’annegamento dei gattini, appena partoriti, da parte dell’algida istitutrice, fino all’ultima, costruisce una storia vivida e ricca di sorprese, imperniata sul rapporto tra paternità e maternità, rimorsi e risarcimenti, arte e denaro, vita e morte, passato e futuro, senza soluzioni semplicistiche o entusiastiche, ma con lucida consapevolezza.
Gli attori aderiscono in pieno alla bacchetta del direttore d’orchestra, come in un concertato, risultando tutti credibili e immersi nella parte, da Michele Riondino, un Vivaldi tormentato e solo, prete per costrizione, innamorato della musica, alla ricerca di un successo a lungo negato - e mai ottenuto in vita -, a Tecla Insolia, che restituisce un indimenticabile ritratto di tutte le orfane talentuose, ma costrette a piegarsi alla logica ipocrita di una società avida e indifferente, e per questo dolenti e indomite; da Andrea Pennacchi e Stefano Accorsi, viscidi e spietati emblemi di tale logica crudele, a Fabrizia Sacchi, l’istitutrice, carnefice, ma anche vittima del sistema.
Un film prezioso, una gioia per vista e udito, ma anche e soprattutto uno spunto di riflessione che tocca ciascuno di noi.