Clint Eastwood

drammatico

Clint Eastwood HEREAFTER


2010 » RECENSIONE | drammatico
Con Matt Damon, Cécile De France, George McLaren

di Claudio Mariani
Per una volta partiamo dalla trama: la vicenda si districa attraverso tre differenti storie, quella dell’operaio americano George, del bambino inglese Marcus e della giornalista francese Marie. Vite che non sembrano avere nessuna cosa in comune, se non l’avere affrontato, in modi totalmente diversi, la morte. Marie è sopravvissuta al tremendo tsunami del 2004, ma ha “visto” cosa c’è dall’altra parte, Marcus subisce invece la morte del fratello gemello, mentre George cerca di staccarsi da quel suo particolare potere che lo fa entrare in contatto con i morti. Come si può immaginare, le tre vite, così distanti, andranno in qualche modo a convergere in un unico punto. Passiamo poi agli attori, tutti diretti magistralmente: dal piccolo emozionante George McLaren (più suo fratello gemello), alla bella ed empatica Cécile De France, fino a un Matt Damon al massimo della sua carriera, con un’interpretazione perfetta, e che ci sta abituando al cinema importante (De Niro, Scorsese, Eastwood). La pellicola affronta un argomento ostico, difficile, che ci viene presentato in una maniera che, al giorno d’oggi, pochi -e forse uno solo- sanno fare. Stiamo parlando di Clint Eastwood, colui che viene indicato, non a sproposito, come il più grande regista vivente. A ottant’anni il vecchio Clint affronta un argomento quanto mai vicino a chi è entrato nel crepuscolo della parabola della vita, e lo fa in una maniera molto particolare, prima “buttandoci” violentemente nei fatti tragici, da una sequenza fin troppo realistica dello tsunami (i primi, interminabili 15 minuti del film) che analizza la “morte collettiva”, per poi passare alla tragica “morte individuale” del piccolo gemello. Cambio di registro poi nel trattare del mite George, appassionato di Dickens, che cerca di buttarsi alle spalle un passato fatto di “morte percepita”, grazie/per colpa dei suoi poteri. Il film, con l’inizio pesante, duro, cambia dolcemente e sottilmente indirizzo, facendoci candidamente entrare nei meandri del pensiero umano, e nella domanda più enigmatica e ricorrente: “c’è vita dopo la morte?”. E piano piano entriamo anche in simbiosi con i tre personaggi, viviamo i loro percorsi e vogliamo quasi che si incrocino, che parlino, che si capiscano. Nello stesso momento capiamo anche che un film sulla morte non necessariamente deve parlare di morte, ma che può parlare di vita. Il film non cerca di dare risposte, forse ci fa capire che se ci sia o no la vita dopo la morte, non è importante, l’essenziale piuttosto è crederlo e, in ogni caso, incominciare a vivere questa, di vita. Sembra retorica, la più scontata possibile, ma vi assicuriamo che il film è tutto tranne che retorico; è semmai poetico, nel suo crudo realismo. Un altro, ennesimo, imprescindibile tassello nella filmografia dell’allievo di Sergio Leone.

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