Cary Joji Fukunaga True Detective - La Serie
2014-2015 » RECENSIONE | Thriller | Poliziesco
Con Matthew McCounaghey, Woody Harrelson, Colin Farrell, Rachel McAdams, Vince Vaughn
15/09/2015 di Kevin Ben Alì Zinati
È stato il fenomeno televisivo dell’ultimo anno. Create dalla mente di Nick Pizzolatto, le due stagioni di True Detective hanno riscosso, nell’arco di un anno, un successo straordinario di pubblico ma anche di critica. Composti da otto episodi ciascuna, i due capitoli di True Detective danno vita a quelle che si possono definire due serie antologiche: ogni stagione ha come protagonisti due o più detective che, sul filone della crudità della realtà, tentano di risolvere casi d’omicidio. Con True Detective non si può parlare di rivoluzione del concetto di serie tv, bensì di un suo miglioramento e perfezionamento. Le due serie non introducono nessuna tecnica avanguardistica come poteva essere il “bullet time” di Matrix e dei fratelli Wachowsky o il “real time” di Jack Bauer in 24. Semplicemente, True Detective è la serie che alla già vincente ricetta fatta di personaggi a “tutto tondo”, tecniche registiche perfette e una trama avvincente, ha saputo aggiungere il giusto ingrediente segreto: una manciata di cruda, disincantata, cinica realtà.

La Prima Serie
Due detective, il cadavere di una donna nuda, legata e con delle corna di cervo messe come corona e degli strani oggetti fatti di legni appesi sui rami del’albero della scena del crimine. Inizia così la prima stagione di True Detective e l’indagine di Rust Cohle e Marty Hart: un’indagine alla ricerca di un misterioso e oscuro serial killer lunga diciassette anni che, con salti tra 1995 e 2012, intreccerà le vite dei due detective tra mogli e figlie, alcol e droga, religione e misticismo. Recensire la prima stagione di True Detective è un lavoro difficile. Più da investigatore, quasi, che da giornalista. Perché significa andare alla ricerca di prove che confermino un sospetto: True Detective è davvero l’evento televisivo degli ultimi anni dopo “House Of Cards”? Il primo indizio è, senza dubbio, la struttura narrativa. Il fluido ed ordinato passaggio tra presente e passato attraverso i racconti dei due personaggi rende il continuum narrativo vivace e intrigante e coinvolge in maniera totale lo spettatore all’interno dell’indagine, accompagnandolo indizio dopo indizio fino alla soluzione del caso. Grossa parte di “responsabilità” di questa struttura seducente ricade su Cary Joji Fukunaga, regista di tutti gli otto episodi: con la direzione del quarto si è portato a casa l’Emmy e, anche per questo, la sua assenza dietro la macchina da presa nella seconda stagione ha fatto discutere mettendone in dubbio la qualità. L’ambientazione cupa e fredda della Lousiana del 1995 e del 2012, inoltre, è qualcosa di magentico: tra case nel bosco, autostrade infinite e “quel sapore in bocca di alluminio e cenere”, l’atmosfera in cui i due protagonisti agiscono tiene lo spettatore costantemente con il fiato sospeso e con un brivido di suspense e mistero che dalla schiena arriva fino alle mani. Il macabro che si mischia all’esoterico, il mistico con il religioso, l’azione adrenalinica fatta di feroci sparatorie che si alterna ai momenti di riflessione e introspezione (memorabili i viaggi in macchina, trasformata in luogo sicuro di confessioni e pensieri) sono tutti elementi che fanno da corollario ad una trama molto articolata ma ben gestita, sciolta lentamente e con ordine. Rimanendo nella metafora investigativa, oltre agli indizi ciò che serve è un “sospettato”: che sia Woody Harrelson il punto di forza della serie? Il suo alibi è forte così come le credenziali perché il suo Marty Hart è un personaggio altrettanto memorabile, diviso tra famiglia e trasgressione, che come compagno di Rust Cohle funziona perfettamente: Harrelson infatti si dimostra abilissimo nella caratterizzazione di un Marty retto e equilibrato che lentamente ed inesorabilmente cade anch’egli nel buio della cinica realtà. Il “sospettato” numero uno, tuttavia è sicuramente da individuare in Matthew McCounaghey la cui performance - che si aggiunge ad altre sue interpretazioni “true” come quella in Dallas Buyers Club – è ciò che, più di tutto, ha reso indimenticabile la serie. Corporatura magra ma robusta, tatuaggio sull’avambraccio destro che fuoriesce dalla manica della camicia, sigaretta sempre accesa e un lacerante dolore che dall’intimo dell’anima trapela dagli occhi bassi e stanchi. Con l’interpretazione di Rustin Cohle, McCoungahey lascia impressa nella memoria del pubblico l’immagine di un detective tanto acuto, cinico e razionale quanto misterioso, diviso e silenzioso. Con il “suo” Cohle l’attore texano premio oscar lascia in eredità il ritratto vivo e disincantato di un uomo ferito, disilluso e senza alcun tipo di fede in niente e in nessuno, nemmeno nell’uomo. Indimenticabili sono i monologhi sul suo essere pessimista (“Io mi considero una persona realista, ma in termini filosofici sono quello che definiresti un pessimista. […] Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell'evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere... per le leggi della natura”) o la facilità con cui “Rust” si abbandona alle tenebre di una vita fatta di eccessi e droghe per poi risalire e rinsavire grazie alla sua ferrea razionalità. Quello portato sugli schermi da Matthew McCoungahey è, dunque, la personificazione nuda e cruda - oseremmo dire “true” - di un uomo vero, divorato dal dolore per la morte di una figlia e da una profonda oscurità interiore, ma con un fermo e a tratti ambiguo senso del dovere e della giustizia che, dal buio, riuscirà a riportarlo a risolvere il caso e, alla fine, a rivedere la luce.

La Seconda Serie
Controtendenza e a dispetto di qualche critica, anche il giudizio sulle seconda serie di True Detective rimane oltre ogni modo positivo. In questo secondo capitolo, i detective Raymond Velcoro e Antigone Bezzerides e l'agente di polizia Paul Woodrugh si trovano a dover indagare sull’omicidio di un uomo di spicco della vita politica di Los Angeles. Nell’indagine entrerà, in modo non ufficiale, anche Frank Semyon, uomo d’affari con un passato nella malavita, e il suo coinvolgimento porterà i tre detective ad scavare tra i segreti delle alte cariche cittadine. È vero, la scelta di dare maggior attenzione ai personaggi che alla trama ha destabilizzato e forse deluso un pubblico abituato troppo bene. Dopo due personaggi come Rustin Cohle e Marty Hart, il confronto con la prima serie per i nuovi protagonisti, i detective Ray Velcoro, Ani Bezzerides e Paul Woodrugh e dell’imprenditore con un passato malavitoso Frank Semyon, risulta perdente. Un confronto, però, che possiamo definire impari. È come nelle gare di atletica: se si gareggia con Usain Bolt e si arriva secondi staccati di dieci metri sui 200 piani, la prestazione può apparire deludente. Se si guarda tutto da un’altra prospettiva, però, si vedrà che davanti ha vinto un marziano, uno fuori da ogni schema e da ogni possibile definizione, un uomo con poteri quasi sovrannaturali, un “out cast”. Quindi è vero, si è arrivati secondi, ma primi tra quelli che si possono definire “normali”. Lo stesso vale per la seconda stagione di True Detective. Bissare il successo del capitolo precedente era impresa difficilissima, sia per ragioni di screenplay (perché trovare un’altra storia tanto cruda quanto reale e coinvolgente non era di certo facile) sia per ragioni di cast: Matthew McCounaghey è sulla cresta dell’onda, è l’attore più richiesto del momento e la sua sola presenza è una potente calamita per una fetta di pubblico abbondante e assicurata. Criticare, dunque, il secondo capitolo, se messo a confronto con i primi otto episodi , è troppo facile. Quella interpretata da Colin Farrell, Rachel McAdams e Vince Vaughn invece è una serie originale, inquietante, realistica e altrettanto disillusa, capace di mescolare in modo perfetto una giusta dose di adrenalina, suspense e cinismo in modo peculiare e vincente. La trama è sicuramente più ricca ed articolata ed anche il finale, senza nessuno spoiler, si contraddistingue per colpi di scena e spunti di riflessione. Il “tocco magico” di Fukunaga manca e la sua assenza, come dire, si vede: l’andamento narrativo, infatti, è meno fluido e l’eccessiva eterogeneità nelle riprese permette un coinvolgimento più lento. Tuttavia, le ragioni che rendono la serie una delle migliori degli ultimi anni si possono ritrovare ancora una volta, oltreché in questioni narrative, nelle scelte di cast. Tolti i consueti panni di comico per indossare quelli di un serioso e spietato malavitoso, Vince Vaughn si dimostra a suo agio, caratterizzando il personaggio con quel terrore e quel rispetto che, nella mente di Nick Pizzolatto, devono appartenere a Frank Semyon. Anche la bella Rachel McAdams non sfigura come detective caparbia, tosta e con una vita personale “bordeline” tra problemi di gioco, alcolismo e accuse di molestie sessuali. Chi rappresenta la punta di diamante di questa “squadra” e che, allo stesso tempo, può trovare il definitivo riscatto - dopo qualche eccesso di troppo e una vita travagliata - grazie ad un personaggio caduto in una buia e personale oscurità è invece Colin Farrell. Il detective Ray Velcoro è stanco e avvezzo all’alcolismo (“l’alcol tende a calmarmi mentre io voglio rimanere incazzato”), ha più di un problema con le droghe e il ricordo del suo passato tormenta il suo presente e il possibile futuro con suo figlio. È un altro uomo insatabile ed irrimediabilmente cinico (memorabile la frase-tag line della serie "We get the world we deserve - Abbiamo il mondo che ci meritiamo"), divorato lentamente dal suo interno, capace di aprire le porte della propria anima alle spettatore e, con i suoi pianti e le sue crisi d’ira, di farlo entrare entro un mondo di violenza e di oscurità, un mondo di precarietà e caos, il suo mondo. E nessuno poteva dare miglior forma e miglior volto a Raymond Velcoro di Colin Farrell: con il suo sguardo da “faccio il duro ma dentro muoio” l’attore americano dà prova di grandi capacità interpretative e consegna allo spettatore un degno - e difficilmente dimenticabile - sostituto del precedente Rustin Cohle, fatto della sua stessa materia: dolore, disillusione e caos.

Carta e penna in mano per i critici cinematografici, perché True Detective ha riscritto alcune pagine del dizionario del cinema. Ha portato il concetto di serie tv ad un livello dal quale, inevitabilmente, non è più possibile fare ritorno. In genere perché un film o una serie possano essere etichettati come “cult” devono passare anni, decenni e devono essere oggetto di citazioni o riferimenti. Con le due serie di True Detective si entra in una nuova definizione di “cult”. Non sono più necessari anni o rivisitazioni di sorta. Ciò che colpisce fin dai primi minuti e che crea una vera dipendenza per milioni di spettatori; ciò che genera audience con soli 8 episodi e che, in attesa dell’ultima puntata, manda in crash i server della piattaforma che li trasmette; ciò che, nel giro di un solo anno, mitizza personaggi, frasi, dialoghi e monologhi e colpisce con il suo disarmante cinismo: questi sono solo alcuni dei tratti che contraddistinguono ciò che oggi si può definire “Cult”. E True Detective corrisponde in ogni punto a questo identikit.

La Prima Serie
Due detective, il cadavere di una donna nuda, legata e con delle corna di cervo messe come corona e degli strani oggetti fatti di legni appesi sui rami del’albero della scena del crimine. Inizia così la prima stagione di True Detective e l’indagine di Rust Cohle e Marty Hart: un’indagine alla ricerca di un misterioso e oscuro serial killer lunga diciassette anni che, con salti tra 1995 e 2012, intreccerà le vite dei due detective tra mogli e figlie, alcol e droga, religione e misticismo. Recensire la prima stagione di True Detective è un lavoro difficile. Più da investigatore, quasi, che da giornalista. Perché significa andare alla ricerca di prove che confermino un sospetto: True Detective è davvero l’evento televisivo degli ultimi anni dopo “House Of Cards”? Il primo indizio è, senza dubbio, la struttura narrativa. Il fluido ed ordinato passaggio tra presente e passato attraverso i racconti dei due personaggi rende il continuum narrativo vivace e intrigante e coinvolge in maniera totale lo spettatore all’interno dell’indagine, accompagnandolo indizio dopo indizio fino alla soluzione del caso. Grossa parte di “responsabilità” di questa struttura seducente ricade su Cary Joji Fukunaga, regista di tutti gli otto episodi: con la direzione del quarto si è portato a casa l’Emmy e, anche per questo, la sua assenza dietro la macchina da presa nella seconda stagione ha fatto discutere mettendone in dubbio la qualità. L’ambientazione cupa e fredda della Lousiana del 1995 e del 2012, inoltre, è qualcosa di magentico: tra case nel bosco, autostrade infinite e “quel sapore in bocca di alluminio e cenere”, l’atmosfera in cui i due protagonisti agiscono tiene lo spettatore costantemente con il fiato sospeso e con un brivido di suspense e mistero che dalla schiena arriva fino alle mani. Il macabro che si mischia all’esoterico, il mistico con il religioso, l’azione adrenalinica fatta di feroci sparatorie che si alterna ai momenti di riflessione e introspezione (memorabili i viaggi in macchina, trasformata in luogo sicuro di confessioni e pensieri) sono tutti elementi che fanno da corollario ad una trama molto articolata ma ben gestita, sciolta lentamente e con ordine. Rimanendo nella metafora investigativa, oltre agli indizi ciò che serve è un “sospettato”: che sia Woody Harrelson il punto di forza della serie? Il suo alibi è forte così come le credenziali perché il suo Marty Hart è un personaggio altrettanto memorabile, diviso tra famiglia e trasgressione, che come compagno di Rust Cohle funziona perfettamente: Harrelson infatti si dimostra abilissimo nella caratterizzazione di un Marty retto e equilibrato che lentamente ed inesorabilmente cade anch’egli nel buio della cinica realtà. Il “sospettato” numero uno, tuttavia è sicuramente da individuare in Matthew McCounaghey la cui performance - che si aggiunge ad altre sue interpretazioni “true” come quella in Dallas Buyers Club – è ciò che, più di tutto, ha reso indimenticabile la serie. Corporatura magra ma robusta, tatuaggio sull’avambraccio destro che fuoriesce dalla manica della camicia, sigaretta sempre accesa e un lacerante dolore che dall’intimo dell’anima trapela dagli occhi bassi e stanchi. Con l’interpretazione di Rustin Cohle, McCoungahey lascia impressa nella memoria del pubblico l’immagine di un detective tanto acuto, cinico e razionale quanto misterioso, diviso e silenzioso. Con il “suo” Cohle l’attore texano premio oscar lascia in eredità il ritratto vivo e disincantato di un uomo ferito, disilluso e senza alcun tipo di fede in niente e in nessuno, nemmeno nell’uomo. Indimenticabili sono i monologhi sul suo essere pessimista (“Io mi considero una persona realista, ma in termini filosofici sono quello che definiresti un pessimista. […] Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell'evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere... per le leggi della natura”) o la facilità con cui “Rust” si abbandona alle tenebre di una vita fatta di eccessi e droghe per poi risalire e rinsavire grazie alla sua ferrea razionalità. Quello portato sugli schermi da Matthew McCoungahey è, dunque, la personificazione nuda e cruda - oseremmo dire “true” - di un uomo vero, divorato dal dolore per la morte di una figlia e da una profonda oscurità interiore, ma con un fermo e a tratti ambiguo senso del dovere e della giustizia che, dal buio, riuscirà a riportarlo a risolvere il caso e, alla fine, a rivedere la luce.

La Seconda Serie
Controtendenza e a dispetto di qualche critica, anche il giudizio sulle seconda serie di True Detective rimane oltre ogni modo positivo. In questo secondo capitolo, i detective Raymond Velcoro e Antigone Bezzerides e l'agente di polizia Paul Woodrugh si trovano a dover indagare sull’omicidio di un uomo di spicco della vita politica di Los Angeles. Nell’indagine entrerà, in modo non ufficiale, anche Frank Semyon, uomo d’affari con un passato nella malavita, e il suo coinvolgimento porterà i tre detective ad scavare tra i segreti delle alte cariche cittadine. È vero, la scelta di dare maggior attenzione ai personaggi che alla trama ha destabilizzato e forse deluso un pubblico abituato troppo bene. Dopo due personaggi come Rustin Cohle e Marty Hart, il confronto con la prima serie per i nuovi protagonisti, i detective Ray Velcoro, Ani Bezzerides e Paul Woodrugh e dell’imprenditore con un passato malavitoso Frank Semyon, risulta perdente. Un confronto, però, che possiamo definire impari. È come nelle gare di atletica: se si gareggia con Usain Bolt e si arriva secondi staccati di dieci metri sui 200 piani, la prestazione può apparire deludente. Se si guarda tutto da un’altra prospettiva, però, si vedrà che davanti ha vinto un marziano, uno fuori da ogni schema e da ogni possibile definizione, un uomo con poteri quasi sovrannaturali, un “out cast”. Quindi è vero, si è arrivati secondi, ma primi tra quelli che si possono definire “normali”. Lo stesso vale per la seconda stagione di True Detective. Bissare il successo del capitolo precedente era impresa difficilissima, sia per ragioni di screenplay (perché trovare un’altra storia tanto cruda quanto reale e coinvolgente non era di certo facile) sia per ragioni di cast: Matthew McCounaghey è sulla cresta dell’onda, è l’attore più richiesto del momento e la sua sola presenza è una potente calamita per una fetta di pubblico abbondante e assicurata. Criticare, dunque, il secondo capitolo, se messo a confronto con i primi otto episodi , è troppo facile. Quella interpretata da Colin Farrell, Rachel McAdams e Vince Vaughn invece è una serie originale, inquietante, realistica e altrettanto disillusa, capace di mescolare in modo perfetto una giusta dose di adrenalina, suspense e cinismo in modo peculiare e vincente. La trama è sicuramente più ricca ed articolata ed anche il finale, senza nessuno spoiler, si contraddistingue per colpi di scena e spunti di riflessione. Il “tocco magico” di Fukunaga manca e la sua assenza, come dire, si vede: l’andamento narrativo, infatti, è meno fluido e l’eccessiva eterogeneità nelle riprese permette un coinvolgimento più lento. Tuttavia, le ragioni che rendono la serie una delle migliori degli ultimi anni si possono ritrovare ancora una volta, oltreché in questioni narrative, nelle scelte di cast. Tolti i consueti panni di comico per indossare quelli di un serioso e spietato malavitoso, Vince Vaughn si dimostra a suo agio, caratterizzando il personaggio con quel terrore e quel rispetto che, nella mente di Nick Pizzolatto, devono appartenere a Frank Semyon. Anche la bella Rachel McAdams non sfigura come detective caparbia, tosta e con una vita personale “bordeline” tra problemi di gioco, alcolismo e accuse di molestie sessuali. Chi rappresenta la punta di diamante di questa “squadra” e che, allo stesso tempo, può trovare il definitivo riscatto - dopo qualche eccesso di troppo e una vita travagliata - grazie ad un personaggio caduto in una buia e personale oscurità è invece Colin Farrell. Il detective Ray Velcoro è stanco e avvezzo all’alcolismo (“l’alcol tende a calmarmi mentre io voglio rimanere incazzato”), ha più di un problema con le droghe e il ricordo del suo passato tormenta il suo presente e il possibile futuro con suo figlio. È un altro uomo insatabile ed irrimediabilmente cinico (memorabile la frase-tag line della serie "We get the world we deserve - Abbiamo il mondo che ci meritiamo"), divorato lentamente dal suo interno, capace di aprire le porte della propria anima alle spettatore e, con i suoi pianti e le sue crisi d’ira, di farlo entrare entro un mondo di violenza e di oscurità, un mondo di precarietà e caos, il suo mondo. E nessuno poteva dare miglior forma e miglior volto a Raymond Velcoro di Colin Farrell: con il suo sguardo da “faccio il duro ma dentro muoio” l’attore americano dà prova di grandi capacità interpretative e consegna allo spettatore un degno - e difficilmente dimenticabile - sostituto del precedente Rustin Cohle, fatto della sua stessa materia: dolore, disillusione e caos.

Carta e penna in mano per i critici cinematografici, perché True Detective ha riscritto alcune pagine del dizionario del cinema. Ha portato il concetto di serie tv ad un livello dal quale, inevitabilmente, non è più possibile fare ritorno. In genere perché un film o una serie possano essere etichettati come “cult” devono passare anni, decenni e devono essere oggetto di citazioni o riferimenti. Con le due serie di True Detective si entra in una nuova definizione di “cult”. Non sono più necessari anni o rivisitazioni di sorta. Ciò che colpisce fin dai primi minuti e che crea una vera dipendenza per milioni di spettatori; ciò che genera audience con soli 8 episodi e che, in attesa dell’ultima puntata, manda in crash i server della piattaforma che li trasmette; ciò che, nel giro di un solo anno, mitizza personaggi, frasi, dialoghi e monologhi e colpisce con il suo disarmante cinismo: questi sono solo alcuni dei tratti che contraddistinguono ciò che oggi si può definire “Cult”. E True Detective corrisponde in ogni punto a questo identikit.