Bernard Macmahon Becoming Led Zeppelin
2025 » RECENSIONE | Documentario | Storico
Con Robert Plant, Jimmy Page, John Bonham, John Paul Johnes





09/03/2025 di Pietro Cozzi
“Ma sono quelli che fanno baccano?”, mi fa una voce “anonima”, amorevolmente inconsapevole, mentre sto uscendo per andare al cinema. Sì, proprio loro. A ben pensare è una definizione azzeccatissima: un raffinatissimo baccano, paragonabile a un casino d'altissimo bordo. Fu proprio questo a colpirmi quando alla fine degli anni Ottanta diventavo, ovviamente ex post, un fan degli Zep (“Becoming a Led Zeppelin fan”, si potrebbe parafrasare...). Dentro la loro musica c'era tanta
energia, tantissimo casino, ma anche tanta-tantissima finezza. Il Dirigibile era enorme e potente, ma anche leggiadro e inevitabilmente più leggero dell'aria.
Becoming Led Zeppelin, il bel documentario dell'anglo-irlandese Bernard MacMahon, uno specialista del genere, sembra dirci proprio questo: dietro la leggenda ci sono quattro musicisti eccelsi, che hanno saputo mescolare in maniera unica le peculiarità della loro formazione, dei loro stili, dei loro gusti. Una "gang of four" di potenza, energia, classe, trame sonore che si intrecciano e un gusto per le sonorità sofisticate e il dettaglio che hanno attraversato i decenni e le generazioni. Pensiamo a tutta la musica masticata e digerita da Page nel suo infinito
apprendistato di session man (suonò pure nel 1964 in Goldfinger, colonna sonora dell'omonimo 007, dietro a Shirley Bassey...), o ai ricorrenti trip di Plant nella musica folk inglese e araba, o ancora all'eterogenea formazione artistica di John Paul Johnes come organista e direttore di un coro di chiesa. E chi ispirò per primo la vocazione di Bonzo ai tamburi? Niente meno che Gene Krupa. E l'inserto rumoristico in Whole Lotta Love cos'è se non un omaggio alla contemporaneità colta? Si potrebbe continuare così all'infinito.
Di tutto questo, Becoming Led Zeppelin ci rende edotti in due fittissime ore di film che più “documentario” musicale di così non si potrebbe. Se un difetto ce l'ha è proprio la mancanza di originalità, perché qui dentro c'è esattamente quello che ci si può aspettare: vecchie fotografie da privatissimi archivi, ritagli di giornale, documenti vari (tantissimi e preziosissimi a onor del vero...) e l'immancabile intreccio delle quattro interviste realizzate per l'occasione, eccezion fatta
ovviamente per quella di Bonzo, ripescata da un rara registrazione radiofonica del 1971. Ma qui l'autorialità non era evidentemente l'intento principale, quanto piuttosto ricordare, ricostruire, sintetizzare e trasmettere ai posteri.
In questo, il film mantiene le promesse, raccontando e indagando il mito ai suoi albori, il dirigibile che si gonfia e prende il volo, con Page nel ruolo di pilota e di Gran Federatore. Il cervello del chitarrista è sicuramente anche dietro le
coordinate creative del film, che è costruito con logica e ordine inappuntabili e che si lascia alle spalle tutta la spazzatura di contorno, eccessi, droghe, groupies, violenze e affini. Qui il focus è soltanto alla musica, che dove necessita viene lasciata fluire liberamente. Si veda per esempio un'antica performance live (17 marzo 1969) di How Many More Times sul canale televisivo danese Danmarks Radio. È un capolavoro precoce, a cui si assiste contorcendosi sulla poltrona in sala
perché di più non si può fare. La performance ha la capacità di far impallidire la freddezza con cui i critici accolsero il disco d'esordio degli Zep e le ricorrenti accuse di plagio.
Se il debito nei confronti dei Padri del blues è innegabile, altrettanto innegabile è la potenza e la modernità che gli Zep iniettano negli “originali”. Possiamo forse negare la genialità e la carica innovativa di Michelangelo solo perché si rifaceva alla classicità degli scultori romani e greci? Ecco, ci aggiriamo più o meno da queste parti, e non a caso al termine del pezzo in sala parte un applauso spontaneo,
positivamente liberatorio, per fortuna presto sedato (si era partiti già male con un
“GRANDISSIMI” sparato durante i titoli di testa, ma perdoniamo l'entusiasmo dell'ex ragazzo).
Becoming Led Zeppelin si ferma a Zep I e II, ma aspettiamo con ansia il sequel e il “trequel”, procedendo ancora così, con poca retorica e tanta sostanza. Con il campagnolo Zep III rischio di convincere anche la voce “amorevolmente inconsapevole” di cui sopra...
energia, tantissimo casino, ma anche tanta-tantissima finezza. Il Dirigibile era enorme e potente, ma anche leggiadro e inevitabilmente più leggero dell'aria.
Becoming Led Zeppelin, il bel documentario dell'anglo-irlandese Bernard MacMahon, uno specialista del genere, sembra dirci proprio questo: dietro la leggenda ci sono quattro musicisti eccelsi, che hanno saputo mescolare in maniera unica le peculiarità della loro formazione, dei loro stili, dei loro gusti. Una "gang of four" di potenza, energia, classe, trame sonore che si intrecciano e un gusto per le sonorità sofisticate e il dettaglio che hanno attraversato i decenni e le generazioni. Pensiamo a tutta la musica masticata e digerita da Page nel suo infinito
apprendistato di session man (suonò pure nel 1964 in Goldfinger, colonna sonora dell'omonimo 007, dietro a Shirley Bassey...), o ai ricorrenti trip di Plant nella musica folk inglese e araba, o ancora all'eterogenea formazione artistica di John Paul Johnes come organista e direttore di un coro di chiesa. E chi ispirò per primo la vocazione di Bonzo ai tamburi? Niente meno che Gene Krupa. E l'inserto rumoristico in Whole Lotta Love cos'è se non un omaggio alla contemporaneità colta? Si potrebbe continuare così all'infinito.
Di tutto questo, Becoming Led Zeppelin ci rende edotti in due fittissime ore di film che più “documentario” musicale di così non si potrebbe. Se un difetto ce l'ha è proprio la mancanza di originalità, perché qui dentro c'è esattamente quello che ci si può aspettare: vecchie fotografie da privatissimi archivi, ritagli di giornale, documenti vari (tantissimi e preziosissimi a onor del vero...) e l'immancabile intreccio delle quattro interviste realizzate per l'occasione, eccezion fatta
ovviamente per quella di Bonzo, ripescata da un rara registrazione radiofonica del 1971. Ma qui l'autorialità non era evidentemente l'intento principale, quanto piuttosto ricordare, ricostruire, sintetizzare e trasmettere ai posteri.
In questo, il film mantiene le promesse, raccontando e indagando il mito ai suoi albori, il dirigibile che si gonfia e prende il volo, con Page nel ruolo di pilota e di Gran Federatore. Il cervello del chitarrista è sicuramente anche dietro le
coordinate creative del film, che è costruito con logica e ordine inappuntabili e che si lascia alle spalle tutta la spazzatura di contorno, eccessi, droghe, groupies, violenze e affini. Qui il focus è soltanto alla musica, che dove necessita viene lasciata fluire liberamente. Si veda per esempio un'antica performance live (17 marzo 1969) di How Many More Times sul canale televisivo danese Danmarks Radio. È un capolavoro precoce, a cui si assiste contorcendosi sulla poltrona in sala
perché di più non si può fare. La performance ha la capacità di far impallidire la freddezza con cui i critici accolsero il disco d'esordio degli Zep e le ricorrenti accuse di plagio.
Se il debito nei confronti dei Padri del blues è innegabile, altrettanto innegabile è la potenza e la modernità che gli Zep iniettano negli “originali”. Possiamo forse negare la genialità e la carica innovativa di Michelangelo solo perché si rifaceva alla classicità degli scultori romani e greci? Ecco, ci aggiriamo più o meno da queste parti, e non a caso al termine del pezzo in sala parte un applauso spontaneo,
positivamente liberatorio, per fortuna presto sedato (si era partiti già male con un
“GRANDISSIMI” sparato durante i titoli di testa, ma perdoniamo l'entusiasmo dell'ex ragazzo).
Becoming Led Zeppelin si ferma a Zep I e II, ma aspettiamo con ansia il sequel e il “trequel”, procedendo ancora così, con poca retorica e tanta sostanza. Con il campagnolo Zep III rischio di convincere anche la voce “amorevolmente inconsapevole” di cui sopra...