Baz Luhrmann EPiC - Elvis Presley in Concert
2025 » RECENSIONE | Documentario | Storico
Con Elvis Presley





10/03/2026 di Laura Bianchi
Sono trascorsi quattro anni da quando Baz Luhrmann illuminò di una luce originale la vicenda di Elvis Presley, con Elvis, un biopic che ottenne otto candidature agli Oscar, con un cast stellare. Ma mancava qualcosa, a chiudere il cerchio: proporre non il punto di vista del King, e nemmeno quello del Colonnello Parker, ma quello del pubblico, di chi gli stava attorno nei momenti di maggiore splendore, e ascoltare la sua voce, vedere le sue performances, capire dalle interviste chi fosse e cosa pensasse di sè e della musica. Nasce con queste intenzioni EPiC- Elvis Presley in Concert, acronimo geniale per sintetizzare proprio l'epicità e l'unicità di una figura fondamentale, non solo per la musica, ma soprattutto per il costume e la cultura mondiali.
All'indubbia riuscita del progetto, che, secondo il regista, vuole costruire "né documentario, né film-concerto, bensì qualcosa che si lega alla grandezza di Elvis", cospirano alcuni fattori, primo tra tutti il ritrovamento, nei caveau sotterranei della Warner, di 69 scatole con circa 59 ore di negativi cinematografici, oltre a filmati in super8, da Graceland, e quasi quaranta minuti di registrazioni audio mai ascoltate prima. Il lavoro di selezione, montaggio, costruzione dei reperti deve essere stato gigantesco, ma sicuramente animato dal "burning love" per un mito insuperabile, che ha inciso sulle performances di altri miti futuri. Nel protendersi di Elvis verso la folla, toccandola, baciandola, facendosi baciare, ritroviamo la tensione, tra mistico ed erotico, di Nick Cave; nelle scosse elettriche e quasi epilettiche, che fanno del suo corpo un trasmettitore di energia vibrante, intravvediamo il primo David Byrne o Ian Curtis; negli sguardi assassini verso le donne adoranti, una sensualità che tantissimi hanno cercato di imitare.
La selezione comprende anche alcuni spezzoni di Elvis: That’s the Way It Is di Denis Sanders (1970) e Elvis on tour di Pierre Adige e Robert Abel (1972), e si concentra essenzialmente sull'Elvis scintillante, scattante, magrissimo, atletico ed entusiasta, agli inizi del suo tour de force - due concerti al giorno -all'International Hotel and Casino di Las Vegas, dove in sostanza venne rinchiuso da Parker, senza poter realizzare uno dei suoi sogni, andare in tour in Europa e in Giappone, secondo quanto afferma durante un'intervista; oltre a qualche sequenza al Madison Square Garden, nei primi anni Settanta.
L'intento di Luhrmann centra in pieno l'obiettivo: man mano che il film prosegue, nella mente dello spettatore, svanisce l'immagine del Presley sfatto, obeso e intontito dagli psicofarmaci, vicino alla fine, e si impone quella di un Elvis atletico, scattante, magrissimo (nel 1970 pesava circa 70 kg!), sensuale, ironico, divertito e divertente, e ci seduce, ancora e per sempre, con la sua istintiva musicalità, con un senso del ritmo e dello spettacolo travolgente, con la sua voce potente ed espressiva, che spazia nei vari generi e rivela le matrici soul, gospel, country, blues, amalgamandole insieme in una miscela unica ed esplosiva, in un linguaggio che del rock ha l'intenzione migliore, autenticamente popolare e liberatoria.
Ma la cinepresa registra e consegna alla memoria collettiva anche le prove, che vedono un Elvis rilassato e attento alle minime sfumature dell'arrangiamento, con una band potentissima, nella quale, dalle prove in sala a quelle di palco, egli aggiunge elementi per accentuare il tono soul e gospel delle interpretazioni. Non dimentichiamo infatti che lui ha conosciuto il clima delle Assemblies of God del Sud, di cui i genitori erano frequentatori, e che amava fuggire nelle chiese afroamericane, sfidando la segregazione, affascinato dai cori spiritual. Così, ecco l'incanto di How Great Thou Art, o Oh Happy Day, cantati con un trasporto puro e una gioia ingenua; ma, anche, ecco una versione intima di Yesterday, dei presunti rivali Beatles, di cui canta un pezzo di Get Back all'interno di Little Sister, o la contemporanea Bridge Over Troubled Water di Paul Simon, in cui accentua il tono gospel. Il tutto con un suono perfetto, frutto di un lungo lavorìo in sede di postproduzione, che ci immerge nell'energia incomparabile del live. Esempi che, aggiunti alle travolgenti Polk Salad Annie, Burning Love e Suspicious Minds, formano un caleidoscopio di suoni, immagini, emozioni, e fissano il profilo di un artista superlativo, innamorato - ricambiato - del palco, del pubblico e della musica.
A chiosare il tutto, sui titoli di coda, arriva la voce di un suo fan, tale Bono, che recita una poesia scritta per lui: American David, mentre scintillano le luci delle pietre sulle sue emblematiche cinture:
"Elvis, white trash
All'indubbia riuscita del progetto, che, secondo il regista, vuole costruire "né documentario, né film-concerto, bensì qualcosa che si lega alla grandezza di Elvis", cospirano alcuni fattori, primo tra tutti il ritrovamento, nei caveau sotterranei della Warner, di 69 scatole con circa 59 ore di negativi cinematografici, oltre a filmati in super8, da Graceland, e quasi quaranta minuti di registrazioni audio mai ascoltate prima. Il lavoro di selezione, montaggio, costruzione dei reperti deve essere stato gigantesco, ma sicuramente animato dal "burning love" per un mito insuperabile, che ha inciso sulle performances di altri miti futuri. Nel protendersi di Elvis verso la folla, toccandola, baciandola, facendosi baciare, ritroviamo la tensione, tra mistico ed erotico, di Nick Cave; nelle scosse elettriche e quasi epilettiche, che fanno del suo corpo un trasmettitore di energia vibrante, intravvediamo il primo David Byrne o Ian Curtis; negli sguardi assassini verso le donne adoranti, una sensualità che tantissimi hanno cercato di imitare.
La selezione comprende anche alcuni spezzoni di Elvis: That’s the Way It Is di Denis Sanders (1970) e Elvis on tour di Pierre Adige e Robert Abel (1972), e si concentra essenzialmente sull'Elvis scintillante, scattante, magrissimo, atletico ed entusiasta, agli inizi del suo tour de force - due concerti al giorno -all'International Hotel and Casino di Las Vegas, dove in sostanza venne rinchiuso da Parker, senza poter realizzare uno dei suoi sogni, andare in tour in Europa e in Giappone, secondo quanto afferma durante un'intervista; oltre a qualche sequenza al Madison Square Garden, nei primi anni Settanta.
L'intento di Luhrmann centra in pieno l'obiettivo: man mano che il film prosegue, nella mente dello spettatore, svanisce l'immagine del Presley sfatto, obeso e intontito dagli psicofarmaci, vicino alla fine, e si impone quella di un Elvis atletico, scattante, magrissimo (nel 1970 pesava circa 70 kg!), sensuale, ironico, divertito e divertente, e ci seduce, ancora e per sempre, con la sua istintiva musicalità, con un senso del ritmo e dello spettacolo travolgente, con la sua voce potente ed espressiva, che spazia nei vari generi e rivela le matrici soul, gospel, country, blues, amalgamandole insieme in una miscela unica ed esplosiva, in un linguaggio che del rock ha l'intenzione migliore, autenticamente popolare e liberatoria.
Ma la cinepresa registra e consegna alla memoria collettiva anche le prove, che vedono un Elvis rilassato e attento alle minime sfumature dell'arrangiamento, con una band potentissima, nella quale, dalle prove in sala a quelle di palco, egli aggiunge elementi per accentuare il tono soul e gospel delle interpretazioni. Non dimentichiamo infatti che lui ha conosciuto il clima delle Assemblies of God del Sud, di cui i genitori erano frequentatori, e che amava fuggire nelle chiese afroamericane, sfidando la segregazione, affascinato dai cori spiritual. Così, ecco l'incanto di How Great Thou Art, o Oh Happy Day, cantati con un trasporto puro e una gioia ingenua; ma, anche, ecco una versione intima di Yesterday, dei presunti rivali Beatles, di cui canta un pezzo di Get Back all'interno di Little Sister, o la contemporanea Bridge Over Troubled Water di Paul Simon, in cui accentua il tono gospel. Il tutto con un suono perfetto, frutto di un lungo lavorìo in sede di postproduzione, che ci immerge nell'energia incomparabile del live. Esempi che, aggiunti alle travolgenti Polk Salad Annie, Burning Love e Suspicious Minds, formano un caleidoscopio di suoni, immagini, emozioni, e fissano il profilo di un artista superlativo, innamorato - ricambiato - del palco, del pubblico e della musica.
A chiosare il tutto, sui titoli di coda, arriva la voce di un suo fan, tale Bono, che recita una poesia scritta per lui: American David, mentre scintillano le luci delle pietre sulle sue emblematiche cinture:
"Elvis, white trash
Elvis, the Memphis flash
Elvis under the hood
Elvis with Cadillac blood
Elvis, darling bird
Flowered and returned to the Mississippi mud
Elvis, he didn′t hear the shot
But Dr. King died just across the lot
From Elvis, the Memphis spleen
Shootin' TVs, reading Corinthians 13
Elvis with God on his knee
Elvis owned three TVs
Elvis, he sang to win
Elvis, the battle hymn
Elvis changed the center of gravity
Elvis made it slippery
Elvis ate America before America ate him".
L'omaggio migliore, e la conclusione adatta a un film che resterà, e che porta Elvis, finalmente, nel tour mondiale che sognava.