Anton Corbijn CONTROL
2007 » RECENSIONE | drammatico, musicale
Con Sam Riley, Samantha Morton, Alexandra Maria Lara, Craig Parkinson, Joe Anderson, Toby Kebbell, Harry Treadaway, James Anthony Pearson
di Claudio Mariani
Per chi ha vissuto la musica alla fine degli anni settanta, ottanta, ma anche nei primi anni del decennio successivo, la situazione odierna sembra un futuro ai tempi inimmaginabile, e quegli anni sembrano appartenere a epoche geologiche differenti dalla nostra. Ai tempi, senza mp3, internet e, soprattutto, youtube, le passioni (soprattutto musicali) dovevi creartele, costruirtele, sudartele e meritartele. Un esempio importante sono i Joy Divison, forse il gruppo più influente del post-punk soprattutto se si fa un rapporto anni-di vita/anni-di-influenza (diciamo che 3/30 è un risultato che dice molto, anche perchè il secondo numero aumenterà sempre di più). Ai tempi, per essere un vero fan della band di Macclesfield, non era facile. A parte 3 album, di cui 2 effettivamente postumi, qualche foto riproposta sulle riviste musicali, e una serie di gadget proveniente dall’Inghilterra -santissime magliette-, si passava diverso tempo a immaginare Ian sul palco, aiutati magari da qualche raro filmato sbirciato in una sgangherata e costosissima videocassetta che l’amico dell’amico era riuscito ad avere. Così il ballo frenetico di Ian Curtis era divenuto un mito, come la sua malattia e la sua brutta e prematura fine. Dietro c’era il fanatismo musicale con le basi più solide che la musica ricordi: brani, EPs e album indimenticabili, un sound e dei testi che riuscivano allo stesso momento ad avvicinare ai turbamenti interiori degli autori, ma anche a dare la carica necessaria e a ballare. Era un mix esplosivo per l’epoca, forse mai più ripetuto da nessuno. E allora il film tanto agognato, tanto atteso in Italia a quasi un anno e mezzo dagli ottimi riscontri di Cannes 2007, assume un sapore molto particolare: vedere un’epoca ricostruita puntigliosamente da uno che l’ha vissuta, vedere nel bianco e nero usato il materializzarsi di quelle poche immagini conosciute, vedere il ballo quasi farsesco di Ian e dei Joy Division a tratti -lunghi tratti- fa venire i brividi. Il regista Corbijn li conosceva, giovanissimo era arrivato a Londra proprio per loro, dopo aver ascoltato il primo disco “Unknown Pleasures”, e li aveva immortalati nella foto che sarebbe divenuta quasi un’icona per il gruppo, quella di schiena nella motropolitana. Così dopo trent’anni il più grande fotografo nella storia del rock, dopo le ottime prove da regista di videoclip (Depeche Mode su tutti), ha voluto esordire nel lungometraggio proprio sulla “causa” della sua attività. Ne esce un’opera che, vedendo i suoi predecessori, poteva risultare inutile, didascalica e poco interessante, ma che è uscita stilisticamente perfetta, interessante nei contenuti ed emozionante. Girata in un bianco e nero quasi inevitabile -è così che tutti si ricordano i Joy Divison-, fotografata magistralmente -come poteva non esserlo?-, “Control” si avvale del surplus di un’interpretazione sorprendente di Sam Riely, per il quale la definizione del “più vero del vero” non si spreca. Il film rispecchia quasi fedelmente il libro di Deborah Curtis da cui è tratto, quindi ci fornisce una versione parziale delle vicende, soprattutto famigliari ed intime del personaggio. Come nel libro, rimangono in secondo piano i Joy Division e in parte ne vengono minimizzate le rispettiva figure, l’unica pecca di un film che mostra sì la vita di un personaggio unico e importante, ma che sembra non rimarcare il genio musicale di Hookie, Barney e Stephen, dimostrato l’anno dopo la morte del cantante con l’esordio indimenticabile come New Order (“Movement”). Ci sarebbe molto altro da dire, ma, essendo ormai approdati nell’era ipertecnologica, lasciamo la parola ai filmati originali del gruppo su youtube per dimostrare due cose: 1) il valore assoluto dell’opera di Corbijn vedendo le ricostruzioni incredibilmente fedeli delle due apparizioni tv; 2) chi erano, chi sono e cosa saranno per sempre i Joy Division!
Il resto non serve raccontarlo, il resto è dentro di noi, il resto è stato semplicemente riportato a galla da un film sopra la media rispetto ad ogni altro film di ambientazione musicale.