Antoine Fuqua

Drammatico

Antoine Fuqua Michael


2026 » RECENSIONE | Drammatico | Storico
Con Jaafar Jackson, Juliano Krue Valdi, Colman Domingo, Nia Long, Miles Teller



22/04/2026 di Laura Bianchi
Si apre e si chiude con Michael Jackson salutato da una folla osannante, il biopic dedicato a lui, scritto da John Logan, diretto da Antoine Fuqua e prodotto da Graham King per Lionsgate e GK Films, incentrato sulla vita del cantante, cantautore, performer, idolo pop e personaggio complesso. Ed è giusto: perché lo scopo dichiarato del film non è raccontare la sua vita, dalla nascita in un famiglia numerosa e povera, nella cittadina di Gary, Indiana, alla morte, avvenuta nel 2009, a causa di un'intossicazione acuta dovuta all'abuso di antidolorifici e altre sostanze, ma raccontare come quel ragazzino di dieci anni (ma doveva dichiararne otto, perché, come gli dissero, "in questo mondo puoi inventarti quasi tutto, specialmente l'età"), ultimo figlio di un padre dispotico e avido e di una madre silenziosa e debole, come doveva essere negli anni Sessanta, sia riuscito a diventare uno degli artisti più famosi di tutti i tempi.

Fuqua concentra quindi la narrazione dal 1966, partendo dal salottino di casa Jackson, coi cinque figli maschi sottoposti dal padre a prove estenuanti, e ripercorrendo i momenti salienti dell'ascesa al successo dell'enfant prodige Michael (che, nella versione infantile, è lo straordinario Juliano Krue Valdi), dal contratto con la Motown, nel 1969, passando alla produzione di Quincy Jones, nel 1978, a dire il vero con un salto temporale molto forte, perché in mezzo c'è stato il periodo newyorchese, fondamentale per l'evoluzione musicale del giovane Michael. Seguono l'incontro con Bill Bray, storico capo della sicurezza, che diventerà suo amico intimo, e che qui ha lo sguardo protettivo di KeiLyn Durrel Jones, e con John Branca (un intenso Miles Teller), suo principale consulente aziendale, attuale co-esecutore testamentario del suo patrimonio nonché coproduttore del film, che si conclude con la separazione dai fratelli e soprattutto dal padre, e col tour di Bad, a Londra, nel 1988.

Ventidue anni fondamentali per la formazione della personalità di un bambino diventato adulto troppo presto, ma che continua a sognare la sua Isola che non c'è, la Neverland popolata da Bambini Sperduti, animali, e guidata da un Peter Pan a cui vorrebbe somigliare, dal naso (che infatti si rifarà) al bisogno di circondarsi di animali, di aiutare bambini malati e in difficoltà, e possibilmente scaraventare in mare Capitan Uncino. Non è un caso che la cinepresa, quando riprende Joseph Jackson, il padre (il ghigno e lo sguardo di Colman Domingo sono difficilmente dimenticabili), ne enfatizzi le caratteristiche grottesche e caricaturali che troviamo anche nel villain della favola di James Matthew Barrie.

Il nipote di Jackson, Jaafar Jackson (figlio di Jermaine), dopo lunghi provini, è stato scelto per rendere efficacemente la  giovinezza tormentata e solitaria di quello che di lì a poco sarebbe diventato il re del pop, e di cui Jaafar sottolinea non solo la forza magnetica delle performance, tra invenzioni di nuovi passi di danza, esibizioni atletiche, abbigliamenti copiati da milioni di ragazzi, ma anche la fragilità, le paure, gli slanci generosi, il bisogno di essere amato e riconosciuto non tanto come star, bensì come un artista, un cantautore, che, come dice a un certo punto, "permette al Creatore di dargli le canzoni, così non le darà a Prince", e un esploratore di suoni e di generi, tra disco, soul, rock, pop, r&b, funk, abbattendo anche le barriere razziali, in quegli anni ancora dure da superare. A questo proposito, significative sono le sequenze che riguardano la vittoria della CBS su MTV per la trasmissione del video di Billie Jean, il primo di black music passato su quelle frequenze, e quella in cui il padre di Jackson, ormai ricco, ma sempre avido, parla di affari con Don King (interpretato da Dion Cole), mentre, sullo sfondo, due domestiche nere stanno spolverando. 

I momenti più intensi, comunque, sono proprio i vari "making of": la genesi dei primi brani della Motown (I want you back, ABC, I'll be there, Enjoy Yourself, Think Happy e molti altri), e soprattutto quelle di Off the Wall e delle perle di Thriller, ivi compreso lo splendido video firmato da John Landis, che risente delle ripetute visioni di Jackson di film horror, ma anche di Chaplin in Tempi Moderni e di Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia. L'impostazione del racconto rivela l'aspetto creativo di un artista che solo nella musica riusciva a liberare i propri fantasmi, suggerendo che, a un certo punto della sua vita, nemmeno questa gli era bastata. Ma spetta allo spettatore, se lo vuole, trarre le conclusioni, giudicare il Michael Jackson degli ultimi anni, dal viso reso irriconoscibile dopo troppi interventi estetici, e dalle abitudini controverse. Fuqua si ferma agli applausi e al delirio collettivo di un tour memorabile; la didascalia "...e la storia continua..." lascia a noi il compito di decidere se proseguirla, o se fermarsi qui, con un ultimo applauso per un artista che ha cambiato la storia della musica pop.

E l'applauso c'è stato, stasera, in una sala popolata da giovani e giovanissimi, alcuni vestiti con giubbotto rosso, cappello nero, guanto con paillettes. Loro hanno deciso.

Un ultimo consiglio: da vedere assolutamente al cinema, e in versione originale, con audio ottimale, per cogliere le sfumature di canzoni entrate nella memoria di tutti,  raccolte in una colonna sonora eccezionale.