Alejandro G. Inarritu Digger
2026 » RECENSIONE | Drammatico | Fantastico
Con Tom Cruise, Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg





26/10/2026 di Claudio Mariani
Quasi un capolavoro, Digger, quasi come Birdman. Guarda caso, gli sceneggiatori sono gli stessi (in quattro, tra cui spiccano lo stesso Iñarritu e il fido Giacobone). Sembrano passati pochi anni dal lungometraggio che vinse l’Oscar, ma sono già dodici. Il discorso è chiaro: Iñárritu è un Autore con la a maiuscola, e forse proprio da quel lontano 2014 non era così chiaro. Con quest’opera, gioca a puntare agli eccessi come non mai e riesce a cucire addosso a Tom Cruise un personaggio unico, facendogli tirare fuori un’interpretazione a suo modo indimenticabile.
Attore per antonomasia mainstream, negli ultimi decenni ci siamo quasi scordati che Cruise in passato ha dimostrato che la sua carriera poteva regalargli soddisfazioni e riconoscimenti diversi da quelli meramente legati al vil denaro; basta citare capolavori quali Il colore dei soldi (1986), Nato il quattro luglio (1989), Eyes wide shut (1999) e Magnolia (1999). Se è stato dunque scelto da Scorsese, Stone, Kubrick e Anderson, il motivo c’era. Cosa è successo poi nei decenni successivi, Mr. Cruise? Comunque, si dice che questo film sia stato confezionato per portarlo all’Oscar; peccato che poi ci si sia scontrati contro il palese insuccesso e l’incomprensione di pubblico e critica. Questa volta è dunque difficile che ci siano premi per Iñárritu, come nel caso di Birdman e di Revenant. Il film è piaciuto troppo poco: è scomodo, storto, stonato, seppur curatissimo fino allo spasimo. Si vedrà!
Il racconto è quello del magnate statunitense Digger, archetipo del miliardario menefreghista, petroliere implacabile, che, con la collusione del presidente USA, ignora i pericoli dovuti ai cambiamenti climatici, provocando così un disastro globale da cui, si scoprirà, non è stato possibile tornare indietro. Ma in verità la narrazione è una rappresentazione teatrale (da qui il parallelo con Birdman), in una sorta di meta-storia che poi si scopre essere più vera di quello che si potesse pensare.
Una pellicola che supera ampiamente ogni aspettativa, dai tratti quasi grotteschi da farsa che disorientano, ma che sono in realtà legati alla rappresentazione della finzione stessa, e quindi vanno contestualizzati e ripensati. Forse è stato proprio questo l’equivoco con pubblico e critica e quella sensazione di “poco riuscito”. In realtà è una vera e propria sorpresa, al di là delle percezioni collettive, ma per comprenderla al meglio il segreto è sempre lo stesso: usare la propria testa, il proprio intuito. Va bene riferirsi alla critica (compresa questa, of course), ma, se conoscete un autore, credeteci, fidatevi di lui e, soprattutto, di voi stessi.
La verità è anche che questo è un film troppo scomodo, soprattutto per i palati non fini e poco avvezzi ai territori sgangherati dell’autore messicano. Un’opera che può non piacere a molti, ma tanto a pochi. Ma anche un film che ci ricorda ancora una volta - ahinoi - che il genere distopico-ambientale sta purtroppo diventando troppo credibile, e questo probabilmente inizia a farci molta paura.
Questo è: un prezioso gioiello autoriale, ma reso in salsa mainstream!
Attore per antonomasia mainstream, negli ultimi decenni ci siamo quasi scordati che Cruise in passato ha dimostrato che la sua carriera poteva regalargli soddisfazioni e riconoscimenti diversi da quelli meramente legati al vil denaro; basta citare capolavori quali Il colore dei soldi (1986), Nato il quattro luglio (1989), Eyes wide shut (1999) e Magnolia (1999). Se è stato dunque scelto da Scorsese, Stone, Kubrick e Anderson, il motivo c’era. Cosa è successo poi nei decenni successivi, Mr. Cruise? Comunque, si dice che questo film sia stato confezionato per portarlo all’Oscar; peccato che poi ci si sia scontrati contro il palese insuccesso e l’incomprensione di pubblico e critica. Questa volta è dunque difficile che ci siano premi per Iñárritu, come nel caso di Birdman e di Revenant. Il film è piaciuto troppo poco: è scomodo, storto, stonato, seppur curatissimo fino allo spasimo. Si vedrà!
Il racconto è quello del magnate statunitense Digger, archetipo del miliardario menefreghista, petroliere implacabile, che, con la collusione del presidente USA, ignora i pericoli dovuti ai cambiamenti climatici, provocando così un disastro globale da cui, si scoprirà, non è stato possibile tornare indietro. Ma in verità la narrazione è una rappresentazione teatrale (da qui il parallelo con Birdman), in una sorta di meta-storia che poi si scopre essere più vera di quello che si potesse pensare.
Una pellicola che supera ampiamente ogni aspettativa, dai tratti quasi grotteschi da farsa che disorientano, ma che sono in realtà legati alla rappresentazione della finzione stessa, e quindi vanno contestualizzati e ripensati. Forse è stato proprio questo l’equivoco con pubblico e critica e quella sensazione di “poco riuscito”. In realtà è una vera e propria sorpresa, al di là delle percezioni collettive, ma per comprenderla al meglio il segreto è sempre lo stesso: usare la propria testa, il proprio intuito. Va bene riferirsi alla critica (compresa questa, of course), ma, se conoscete un autore, credeteci, fidatevi di lui e, soprattutto, di voi stessi.
La verità è anche che questo è un film troppo scomodo, soprattutto per i palati non fini e poco avvezzi ai territori sgangherati dell’autore messicano. Un’opera che può non piacere a molti, ma tanto a pochi. Ma anche un film che ci ricorda ancora una volta - ahinoi - che il genere distopico-ambientale sta purtroppo diventando troppo credibile, e questo probabilmente inizia a farci molta paura.
Questo è: un prezioso gioiello autoriale, ma reso in salsa mainstream!