Abdellatif Kechiche

drammatico

Abdellatif Kechiche LA SCHIVATA


2003 » RECENSIONE | drammatico
Con Osman Elkharraz, Sara Forestier, Sabrina Ouazani, Nanou Benhamou, Hafet Ben-Ahmed

di Claudio Mariani
Film difficilmente classificabile questa seconda opera di Abdellatif Kechiche (“Tutta colpa di Voltaire”) che già dal titolo in italiano si fa respingere, mentre nell’originale francese conserva il suo fascino quasi ambiguo (“L’esquive”). E proprio dal titolo si potrebbe partire, da quella schivata, anzi, le schivate di cui è protagonista il giovane Krimo, introverso all’inverosimile, che sembra schivare tutto, dal suo gruppo di amici, alle relazioni, alla famiglia (la visita del padre imprigionato). E’ un personaggio che contrasta con il resto dei protagonisti, che starnazzano, urlano e litigano in continuità. Krimo no, lui è lì che scruta e che si innamora della sua amica Lydia, e per dichiararsi decide di fare sue le parole di Marivaux e di utilizzare il teatro per abbattere quella barriera comunicativa che lo sormonta. La commedia è il “Gioco del caso e dell’Amore”, e il richiamo (colto) del film è proprio qua, dove i personaggi sembrano entrare ed uscire dalla commedia alla vita, in un gioco di rimandi dove appunto il caso e il sentimento sono caratteristiche fondamentali del tutto. Il film perde sicuramente molto nel doppiaggio italiano che, sebbene onesto, non è riuscito nella ciclopica impresa di riprodurre la situazione dell’hinteland parigino, vera e propria babele multirazziale. Periferia rappresentata insolitamente, dove una volta tanto il disagio dei protagonisti non è focalizzato su droga, violenza e stereotipi vari, ma sulla voglia di fare teatro e vivere l’amore, o qualsiasi succedaneo di esso. E la pellicola scade quando questi confini vengono valicati (le scene della polizia e la situazione famigliare del protagonista), ma rimane mediamente sempre nei suo binari prefissati. I protagonisti (tutti non professionisti), si fanno ricordare, soprattutto la bravissima Sara Forestier, ma anche lui, Nanou Benhamou che non sorride mai, neanche per un secondo dei 120 minuti del film. Rimane una storia onesta, una piccola opera che curiosamente, nel suo realismo, si contrappone alle altre pellicole d’essai circolanti nei cinema e amate dalla critica, quelle orientali (Ferro3, 2046), patinate ed eleganti; qui il registro è un altro, quello della quotidianeità del vissuto sporco, e dove i sogni si materializzano solo nelle parole di Marivaux. Kechiche ci ricorda che la situazione dei sobborghi della capitale francese non è solo quella dell’indimenticabile “L’odio”, e che, a volte, anche nella melma esistono i sentimenti. Un film non per tutti, per chi ama le storie piccole e non l’estetica, per chi non si illude e non pretende troppo, per gli altri il consiglio di mettere in pratica l’azione del titolo è più che doveroso…