Will Lovelace, Dylan Southern

Documentario

Will Lovelace, Dylan Southern Oasis: Don’t Look Back In Anger


2026 » RECENSIONE | Documentario | Storico
Con Oasis, Liam Gallagher, Noel Gallagher, il pubblico



15/09/2026 di Laura Bianchi
Premessa: non sono fan degli Oasis, li ho ascoltati passivamente per decenni, soprattutto negli anni gloriosi del 1994 - 1995, quelli di Definitely Maybe e di (What's the Story) Morning Glory?, perchè era semplicemente impossibile ignorarli. Non so molto dei motivi presunti della loro separazione, nel 2009, e nessuno sa i reali motivi; ho seguìto lo scorso anno le notizie sulla loro reunion, perché nemmeno in questo caso era possibile ignorare la notizia. Non ho dato la caccia ai biglietti, né la darò ora per il 2027. Ma sono curiosa, non ho pregiudizi, e, quando mia figlia mi ha consigliato di vedere il loro docufilm, Oasis: Don’t Look Back In Anger, dopo che lei lo aveva visto a Venezia, ho deciso di capire meglio il fenomeno.
Perché di fenomeno globale si tratta, e non è proprio il caso di andare troppo per il sottile, quando si parla di loro: i fratelli Noel e Liam Gallagher presentano tutte le caratteristiche per un racconto appassionante, romantico nel senso letterale del termine, denso di colpi di scena, traumi infantili, eccessi giovanili, successo planetario, ascesa e caduta, litigi, silenzi, riavvicinamenti presunti, negati, poi inscenati con dovizia di particolari in favore di telecamere e tabloid (genere nel quale la stampa britannica eccelle da sempre).

Ma il docufilm di Will Lovelace e Dylan Southern - non aspettate che esca su Disney+, è da vedere e ascoltare al cinema, in Dolby Atmos se si può - non è il solito biopic celebrativo, che inizia dall'infanzia strappalacrime, con tanto di padre alcolizzato che abusa dei figli, diventati balbuzienti a causa delle continue violenze, madre coraggio che decide una notte di abbandonare il marito e di vivere sola coi tre figli maschi, adolescenza turbolenta tra droga e piccola delinquenza, fino alla redenzione attraverso la musica. La storia invece comincia con quella famigerata sera del 2009 a Parigi, in cui il concerto saltò a causa di un litigio furibondo e misterioso tra i fratelli, che decisero di annullare il tour e non suonare più insieme, né vedersi nemmeno privatamente, e prosegue, con un'ellissi temporale di sedici anni, con la notizia del loro ritorno, le prove per il tour, le sue tappe, dalla prima, emozionante, a Cardiff, attraverso tutto il globo, dal Canada alla Corea del Sud, dagli USA all'Argentina all'Inghilterra all'Irlanda - con una dichiarazione d'amore per l'Irlanda dei due, irlandesi di origine, commossi mentre il pubblico intona The Auld Triangle, la canzone di Luke Kelly preferita da Liam -, per concludersi il 23 novembre 2025 allo stadio Morumbi di San Paolo, in cui la band ricorda Gary Mani Mounfield, bassista degli Stone Roses, amico e ispiratore dei Gallagher, morto tre giorni prima. 

A rendere unico il documentario, però, non è la storia in sé, né sono le canzoni leggendarie eseguite dal vivo; la scelta dei due registi va nella direzione opposta. Non si tratta, qui, di celebrare una band (ricordiamoci che Oasis è una band, che comprende anche l'imprescindibile Bonehead, alias Paul Benjamin Arthurs, membro fondatore del gruppo e tuttora colonna portante del suono rock con la sua chitarra ritmica in quasi tutte le date del tour, e poi sostituito causa problemi di salute, ma presente con un cartonato sul palco, insieme a quello di Pep Guardiola), quanto di costruire un racconto che renda protagonista il pubblico. Non ci colpiscono infatti tanto il comportamento dei due fratelli, i loro temperamenti instabili e passionali, gli scontri e le crisi, quanto l'incredibile fusione che si crea quando gli Oasis diventano tutt'uno col loro fan, quando i versi delle canzoni che cantano, la musica che suonano, scendono nelle menti e nei cuori di ciascuno e di tutti, emozionandoli fino alle lacrime, esaltandoli e dando loro "a reason to believe" fino alla fine del concerto, e oltre (con sequenze dei volti increduli e stravolti dei fan, sottolineate da un paio di brani classici, di Saint Saens e di Schubert).

La forza del rock - perché, è vero, loro sono definiti campioni del Britpop, ma il suono e l'impatto che ci arrivano sono rock - è esattamente questa: come dice un sacerdote in un'omelia tanto insolita quanto intensa, c'è, in quanti assistono a un loro concerto, una "speranza di guarigione" che accoglie tutti, perché, come dice una ragazza, “Ci sono artisti che suonano un tipo di musica che ti butta giù, ma gli Oasis cadono con te, e ti aiutano ad alzarti con loro”. E lo confermano le interviste alle pescatrici subacquee della Corea del Sud, che ascoltano Acquiesce per resistere al duro lavoro, ai tifosi del San Lorenzo di Buenos Aires, che trasformano Wonderwall in un inno da stadio, fino alla ragazza sopravvissuta all’attentato del 2017 a Manchester, al concerto di Ariana Grande, che spiega meglio di chiunque altro il significato dell'inno Don’t Look Back in Anger. Del resto, lo stesso Noel sostiene che "Oasis non è una cosa di destra; tutti sono i benvenuti; Oasis riguarda noi", e Liam precisa: "Oasis saves".

Vediamo così corpi che ballano, mani che stringono le altre, braccia che avvolgono, nello spettacolare ballo di gruppo che si ispira a quello dei tifosi del PoznaÅ„, occhi che si riempiono di lacrime, bocche che si spalancano a cantare le canzoni di vita e resistenza, in un montaggio alternato e forsennato su e giù dal palco, in cui anche i fratelli si sdoppiano, tra le riprese del 2025, con due uomini ormai ultracinquantenni, quasi stupiti davanti alla fedeltà del loro pubblico, e quelle degli anni Novanta, con gli sbruffoni ventenni, dall'attitudine punk e dall'approccio diretto al limite della spavalderia. Assistiamo alle prove del concerto, con le 14 cineprese nascoste che catturano l'elettricità ad altissimo voltaggio che correva tra i due fratelli durante il primo giorno, con Noel pessimista e sfiduciato e Liam che proclama "Te ne deve fregare moltissimo, per riuscire a non fregartene un cazzo" (è uno dei film con la maggiore frequenza di "fuck" del mondo...), che sparisce per l'ultima prova, che arriva a Cardiff venti minuti prima, ma poi canta "come trent'anni fa", secondo il fratello. E li vediamo seduti vicini, in un'intervista a due voci, mentre affermano che i rispettivi figli si sono conosciuti solo durante il tour, che i cugini "si sballano insieme" (tales patres...), e che questo li ha ulteriormente avvicinati; ma, soprattutto, che hanno perdonato; perché, come dice Noel, "perdonare non significa dimenticare, ma lasciare indietro il passato". Alle note della canzone di Dionne Warwick What The World Needs Now spetta il messaggio definitivo; e di nuovo sono i fan che si abbracciano a essere protagonisti delle ultime sequenze, mentre il titolo del docufilm suona come un invito per tutti: Don't look back in Anger. Ce la faremo, noi tutti e loro, a seguire il consiglio?