Richard Linklater Nouvelle Vague
2025 » RECENSIONE | Commedia | Storico | Biografie
Con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Adrien Rouyard, Antoine Besson, Jodie Ruth-Forest, Bruno Dreyfürst





08/03/2026 di Laura Bianchi
Ventitré giorni per un capolavoro. Tanto durarono - al netto dei giorni di pausa - le riprese di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro), manifesto e pietra miliare della Nouvelle Vague. E proprio Nouvelle Vague si intitola il nuovo film di Richard Linklater, il regista di Houston che, a sessantacinque anni e con nient'altro da dimostrare, ha voluto rendere un omaggio sentito, cinefilo e personalissimo a uno dei propri registi di culto, Jean Luc Godard. Guillaume Marbeck è perfetto nel ruolo, perennemente mascherato dietro occhiali scuri: lunare, esitante, spavaldo, lievemente isterico, timoroso di un insuccesso al primo film, ma concentrato sull'"arte", che chiama spesso in causa, tra citazioni di Leonardo da Vinci e frasi icastiche, per tagliare corto coi discorsi troppo intellettualistici dei suoi compagni di viaggio, come "L’arte è o plagio o rivoluzione” o "Noi controlliamo i nostri pensieri, che non significano niente. Non le nostre emozioni, che significano tutto", come proclama a una stranita Jean Seberg (convincente, Zoey Deutch); e il suo film è esattamente questo: emotivo ed emozionante, stratificato, citazionistico, innovativo, "rivoluzionario", come è nell'intento del cineasta.
Attorno a lui, Georges de Beauregard (Bruno Dreyfurst), il produttore preoccupato per i ritmi lenti delle riprese (ma è un suo amico, e Godard gli confessa, intenerendolo, che non potrebbe lavorare con un produttore che non fosse anche suo amico); Jean Paul Belmondo, a cui Aubry Dullin regala credibilità, slancio, giovinezza e quell'incoscienza di boxeur de rue prestato al cinema, ancora inconsapevole del proprio futuro successo; Francois Truffaut (Adrien Royard), l'amico - rivale, che Godard intende non solo emulare (lui, critico senza aver girato un film, mentre l'altro è già regista celebrato a Cannes per I quattrocento colpi), ma addirittura superare in autorevolezza; e il fedele operatore Raoul Coutard (paziente, appassionato Matthieu Penchinat), che segue il regista in ogni sua intuizione, per dimostrare che un altro tipo di cinema è possibile: indipendente, a budget basso, con un uso creativo della cinepresa, girato senza permessi, nel traffico parigino, come comparse la folla cittadina, inconsapevole di essere parte di un capolavoro.
La riflessione metacinematografica di Linklater porta anche lo spettatore a immergersi nel "making of" non solo del film di Godard, non solo del suo, ma, per riflesso, di ogni film che intenda cambiare le regole del gioco: improvvisazione, divertimento, tensione, sensualità, amore, violenza, dubbi, passione sono mescolati insieme, e ogni giorno di ripresa è diverso dall'altro; il regista dice: “Voglio iniziare ogni giornata senza sapere cosa girare”, e gli scontri si sciolgono in abbracci, questi si risolvono in altri scontri, e poi bevute, balli (anzi, hully gully), e tante, tante sigarette, incontri celebri - tutti debitamente anticipati da una didascalia ironica, che ci spiega come si chiama il personaggio che sta per entrare in scena, da Juliette Gréco a Roberto Rossellini - e assenti evocati costantemente, dai mostri sacri del Neorealismo all'enfant prodige Orson Welles, fino all'icona Humphrey Bogart.
Nel cuore di tutto, la vita tormentata, tabagista e scintillante dei giovani critici dei Cahiers du Cinéma - oltre a Godard e Truffaut, compaiono Claude Chabrol, Éric Rohmer, Jacques Rivette, e molti altri - che decidono di non parlare solo di film, ma di dirigerli loro, in un'epoca che avrebbe cambiato per sempre le coordinate e il senso della decima arte. Per enfatizzare l'effetto documentaristico, il regista decide di girare il film in formato 4:3, in bianco e nero, con una Cameflex d’epoca, e un montaggio - usando il taglio interno - che ricorda quello del cinema di quella corrente, ma, anche, di ricostruire filologicamente la Parigi del tempo, con l'uso dell'intelligenza artificiale. Questo è, forse, l'unico grave difetto dell'operazione: perché, se Godard andava nella direzione della spontaneità, della confusione tra realtà e finzione, se non addirittura dell'annullamento della seconda a favore della prima, il film di Linklater si muove su un altro piano, quello della minuziosa riproposizione di ambienti, abiti, abitudini ormai perduti e impossibili da fare rivivere se non in modo artificiale. A controbilanciare l'effetto iperlavorato, però, ecco la recitazione di tutti gli attori, talmente naturali ed efficaci da fare dimenticare l'impianto esterno, e donarci l'impressione di essere anche noi all'interno del set, tra le strade di Parigi, in mezzo al fumo delle mille sigarette, nella camera d'albergo e sul piccolo letto dove Patricia e Michel vivono il loro amore. Anche noi, per un'ora e mezza, testimoni della nascita di un capolavoro.
Attorno a lui, Georges de Beauregard (Bruno Dreyfurst), il produttore preoccupato per i ritmi lenti delle riprese (ma è un suo amico, e Godard gli confessa, intenerendolo, che non potrebbe lavorare con un produttore che non fosse anche suo amico); Jean Paul Belmondo, a cui Aubry Dullin regala credibilità, slancio, giovinezza e quell'incoscienza di boxeur de rue prestato al cinema, ancora inconsapevole del proprio futuro successo; Francois Truffaut (Adrien Royard), l'amico - rivale, che Godard intende non solo emulare (lui, critico senza aver girato un film, mentre l'altro è già regista celebrato a Cannes per I quattrocento colpi), ma addirittura superare in autorevolezza; e il fedele operatore Raoul Coutard (paziente, appassionato Matthieu Penchinat), che segue il regista in ogni sua intuizione, per dimostrare che un altro tipo di cinema è possibile: indipendente, a budget basso, con un uso creativo della cinepresa, girato senza permessi, nel traffico parigino, come comparse la folla cittadina, inconsapevole di essere parte di un capolavoro.
La riflessione metacinematografica di Linklater porta anche lo spettatore a immergersi nel "making of" non solo del film di Godard, non solo del suo, ma, per riflesso, di ogni film che intenda cambiare le regole del gioco: improvvisazione, divertimento, tensione, sensualità, amore, violenza, dubbi, passione sono mescolati insieme, e ogni giorno di ripresa è diverso dall'altro; il regista dice: “Voglio iniziare ogni giornata senza sapere cosa girare”, e gli scontri si sciolgono in abbracci, questi si risolvono in altri scontri, e poi bevute, balli (anzi, hully gully), e tante, tante sigarette, incontri celebri - tutti debitamente anticipati da una didascalia ironica, che ci spiega come si chiama il personaggio che sta per entrare in scena, da Juliette Gréco a Roberto Rossellini - e assenti evocati costantemente, dai mostri sacri del Neorealismo all'enfant prodige Orson Welles, fino all'icona Humphrey Bogart.
Nel cuore di tutto, la vita tormentata, tabagista e scintillante dei giovani critici dei Cahiers du Cinéma - oltre a Godard e Truffaut, compaiono Claude Chabrol, Éric Rohmer, Jacques Rivette, e molti altri - che decidono di non parlare solo di film, ma di dirigerli loro, in un'epoca che avrebbe cambiato per sempre le coordinate e il senso della decima arte. Per enfatizzare l'effetto documentaristico, il regista decide di girare il film in formato 4:3, in bianco e nero, con una Cameflex d’epoca, e un montaggio - usando il taglio interno - che ricorda quello del cinema di quella corrente, ma, anche, di ricostruire filologicamente la Parigi del tempo, con l'uso dell'intelligenza artificiale. Questo è, forse, l'unico grave difetto dell'operazione: perché, se Godard andava nella direzione della spontaneità, della confusione tra realtà e finzione, se non addirittura dell'annullamento della seconda a favore della prima, il film di Linklater si muove su un altro piano, quello della minuziosa riproposizione di ambienti, abiti, abitudini ormai perduti e impossibili da fare rivivere se non in modo artificiale. A controbilanciare l'effetto iperlavorato, però, ecco la recitazione di tutti gli attori, talmente naturali ed efficaci da fare dimenticare l'impianto esterno, e donarci l'impressione di essere anche noi all'interno del set, tra le strade di Parigi, in mezzo al fumo delle mille sigarette, nella camera d'albergo e sul piccolo letto dove Patricia e Michel vivono il loro amore. Anche noi, per un'ora e mezza, testimoni della nascita di un capolavoro.