Mystic Pinball<small></small>
Americana − Rock − Rock Blues Folk

John Hiatt

Mystic Pinball

2012 - New West Records
18/01/2013 - di
Con consumato mestiere, negli ultimi tempi addirittura con cadenza annuale, John Hiatt continua a pubblicare album di buon livello, senza particolari cadute di tono e sempre piacevoli all’ascolto. Certamente gli ultimi lavori non aggiungono niente di nuovo a quanto già sappiamo dell’artista, ma che importa? Ciò che conta è constatare che è ancora in gran forma e, soprattutto, che ha ancora voglia di spendere energie con l’entusiasmo della prima volta. Del resto non sarebbe nemmeno lecito aspettarsi di più da un autore di sessant’anni suonati, è proprio il caso di dirlo, sulle scene dai primi anni ’70 con ben ventitrè dischi all’attivo. Lui il capolavoro lo ha già scritto nel 1987, quel Bring the family da ricordare come un momento magico e irripetibile, che nemmeno la reunion dei Little Village ha saputo replicare, una pietra miliare nella sua carriera, cui, volenti o nolenti, si è sempre spinti a paragonare ogni lavoro successivo. Le opere pregevoli non sono mai mancate, si pensi ad esempio a Perfectly good guitar, a Crossing muddy waters e a Master of disaster, inciso insieme a quasi tutti i North Mississippi All Stars di Luther Dickinson. Insomma si è sempre dimostrato all’altezza della propria fama e anche nei momenti minori è sempre stato possibile trovare due o tre pezzi superiori alla media.

Gli ultimi due dischi lo hanno visto entrare in studio con la sua touring band e ciò è stato sicuramente un vantaggio e la garanzia di un sound più diretto in fase di registrazione. Ha cambiato anche produttore, rivolgendosi a Kevin Shirley e se questa poteva sembrare una scelta un po’ azzardata visti i trascorsi heavvy-metal di quest’ultimo, alla fine si è rivelata azzeccata. Se vogliamo, i limiti di Dirty jeans and mudslide hyms (per inciso l’album che contiene Adios to California, una delle ballate più belle che abbia scritto ultimamente) erano, fortunatamente solo in qualche brano, la produzione a tratti pesante, le tinte cupe e gli arrangiamenti orchestrali, decisamente fuori luogo. Ora i due sono riusciti a correggere il tiro e ogni cosa, finalmente, gira per il verso giusto.

Mystic pinball ritrova così il senso delle proporzioni e, una volta smussati gli eccessi, i nuovi brani hanno guadagnato freschezza e spontaneità. Il combo che accompagna il titolare è quello che si addice a una rock’n’roll band come si deve e vede Doug Lancio alla chitarra (ottimi i suoi riff puntuali e intriganti), Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria, tutti musicisti affiatati che suonano senza alcuna sbavatura un rock solido e compatto. Hiatt e i suoi vanno dritti al cuore delle canzoni, con grinta ed entusiasmo e questa rinnovata energia ci restituisce il suo disco più bello da una decina d’anni a questa parte. L’apertura è affidata alla fantastica We’re alright now, giustamente scelta come singolo, una canzone accativante e un ritornello che si fa subito ricordare. Seguono a ruota Bite marks e It all comes back someday, le chitarre in primo piano, un Lacio scatenato e la band che macina note alla grande. Non c’è che dire, il disco gira proprio bene! Si prosegue su questa lunghezza d’onda e anche chi si aspetta il solito  disco di Hiatt resterà sorpreso. My business suona come una garage band, le chitarre viaggiano veloci, seguono due ballate che come sempre fanno risaltare la voce soulful del nostro (rimasta intatta nel corso degli anni), per arrivare a You’re all the reason I need, in puro hiatt style, uno di quei brani che sono il suo marchio di fabbrica, affascinanti per la facilità con cui sa scrivere melodie che impressionano già al primo ascolto. Sembra di essere tornati dalle parti di Slow turning e questo non è poco. Un rock’n’roll graffiante, One of them damn days, un paio di ballate acustiche e il country’n’roll  Give it up chiudono un disco davvero ben confezionato.

Come dicevamo all’inizio, John Hiatt continua a sfornare buoni dischi. Mystic pinball non fa eccezione, anzi si colloca tra gli episodi migliori della sua carriera. Perciò tanto di cappello a un songwriter di prima grandezza, che non ha mai deluso le aspettative, le cui composizioni riescono sempre a graffiare. Se dobbiamo considerare questo il solito John Hiatt, non ci stancheremo mai di ascoltare il suo personalissimo stile e continueremo ad emozionarci per il timbro unico della sua voce. Onestamente di più non ci sentiamo di chiedergli, se non che continui così!

Track List

  • We’re alright now
  • Bite marks
  • It all comes back someday
  • Wood Chipper
  • My business
  • I just don’t know what to say
  • I know how to lose you
  • You’re all the reason I need
  • One of them damn days
  • No wicked grin
  • Give it up
  • Blues can’t even find me

John Hiatt Altri articoli