Lowlands

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Concerti nelle carceri di Alba (Cn) e di Vigevano (Pv)

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20/05/2011  |  di Vittorio Formenti e Paolo Zenone

Le premesse

Fare musica nelle carceri è un’iniziativa che ha avuto episodi storici di grande rilievo, sia da un punto di vista artistico che sociale.
Molti ricorderanno le storiche incisioni di Alan Lomax documentate nel monumentale “Prison Songs” del 1947-48, i capolavori di Johnny Cash a Folsom e a San Quintin nel 1967 e 1968 e i divertenti accenni dei Blues Brothers nell’omonimo film del 1980; tutti programmi caratterizzati da un intento ricreativo ma anche di contatto sociale, dedicato al recupero di un rapporto con un mondo da non emarginare.

Grazie alla costante sensibilità di organizzazioni come la Caritas, la disponibilità di giovani artisti come i Lowlands e la sensibilità di funzionari come i direttori delle case di Alba e di Vigevano sono stati organizzati, in data 20 e 21 maggio 2011, due concerti che a tutti gli effetti si inseriscono in questo meritevole filone di dedizione agli altri.


I protagonisti

Sulla Caritas non occorre spendere molte parole per ricordarne i numerosi meriti sia in termini di volontariato che in termini di attenzione alle fasce sociali più deboli; l’organizzazione è stata un elemento attivo nel sostenere l’idea e nel renderne possibile la realizzazione mantenendo il solito profilo defilato e lontano dai riflettori. Nessun lustrino da media di massa, nessuna intenzione di profitto propagandistico, solo una sincera attenzione a chi ha commesso degli errori ed ha il diritto ad un’opportunità di recupero.

I Lowlands rappresentano una delle più interessanti realtà dell’indie rock nazionale; con base a Pavia il gruppo è testimone di un genere superficialmente classificabile come Americana ma, in realtà, frutto di una sintesi di molteplici influenze che confluiscono in una versione del tutto personale del roots di oltre oceano. Musica robusta, composizioni originali, testi in prima evidenza, priorità all’ensemble piuttosto che ai solisti, personalità di spicco in tutte le sezioni strumentali sono gli elementi caratterizzanti un combo che fa musica in modo convinto ed altrettanto sinceramente la propone a tutti.

I responsabili delle strutture carcerarie hanno giocato un ruolo assolutamente decisivo nel buon fine dell’iniziativa e pertanto ne diamo menzione specifica.

Ad Alba il commissario Gerardo D’Errico ci ha accolti con il massimo della cordialità e della disponibilità, inaugurando la giornata alle 10.30 con un buon bicchiere di vino rosso, quel “Valelapena” combinato di Barbera, Nebbiolo, Dolcetto e Cortese prodotto in 1.500 bottiglie dalla tenuta di un ettaro coltivata dai carcerati; così spiega l’agronomo Giovanni Bertello che, quando ne parla, lo fa con l’empatia di chi presenta una cosa sua.
Abbiamo chiesto al commissario come mai avesse deciso di aprire alla musica ed al rock, tipicamente una musica “ribelle”; la risposta è stata tutto un programma : “ Ribelle?? Ma cosa dici, in qualche modo lo siamo tutti. E poi mio fratello Antonio è il coautore del libro – Spostare l’orizzonte. Come sopravvivere a 40 anni di vita rock – scritto con Eugenio Finardi. In qualche modo questa musica è nel DNA di famiglia”.
E ancora “..occorre dare corso ad attività di sostegno che servano internamente e che diano anche l’immagine del carcere come di un qualcosa che ha anche elementi positivi. I mass media evocano una Polizia Penitenziaria da situazioni come quella di Cucchi ma le cose in generale non stanno certo così; qui noi organizziamo tornei di calcio, concerti, coltivazione delle vigne, corsi di riparazione di piccoli elettrodomestici, apicoltura….”

A queste voci si aggiunge l’autorevolezza del dr. Lo Russo, responsabile sanitario della struttura che, in quanto casa circondariale, ospita anche tossicodipendenti con tutti i problemi medici annessi . Sono garantiti screening ed attenzione ad evitare contaminazioni di malattie infettive, inclusa la tubercolosi, attiva a seguito da una maggior presenza di extracomunitari che portano patologie diverse da quelle locali ordinarie. Il dottore precisa che iniziative come quella in questione hanno un effetto positivo anche da un punto di vista sanitario generale, diminuendo le tensioni e limitando i pericoli dell’ozio fisico e mentale.

A Vigevano il direttore Davide Pisapia ci dice “.. collaboriamo con una cooperativa per far realizzare ai detenuti oggetti di sartoria e finché abbiamo potuto erano loro a curare i giardini. Ma al di là dei lavori che possiamo far svolgere loro sono le iniziative ricreative che fanno bene allo spirito, sia a noi che a loro. La musica serve a liberare la mente e aiuta ad affrontare le situazioni più difficili; usiamo il teatro quanto possiamo, ma è ancora poco, sia per la mancanza di attrezzature che soprattutto per i fondi, che continuano a scarseggiare. In ogni caso cerchiamo di fare qualcosa, di non rimanere fermi, con la speranza che la cosa arrivi agli enti sociali e a chi fa volontariato; speriamo che questo causi un effetto domino, magari anche per future attività didattiche, che coinvolgano quanti più detenuti possibili, sia con la musica che con il teatro che con altro. La nostra porta è sempre aperta.”

“Qualche settimana fa la banda di Vigevano ha tenuto proprio qui un concerto particolare per i 150 anni dell’Unità d’Italia – interviene Claudia Gaeta, dell’area giuridico-pedagogica – e a noi è sembrato giusto portare una celebrazione del genere anche all’interno del carcere, dopo gli spettacoli di cabaret e gli altri concerti. Questo nonostante per noi non sia semplice organizzare gli eventi: alcune sezioni interne non possono mai entrare in contatto l’una con l’altra, e quindi dobbiamo richiedere le autorizzazioni necessarie direttamente a Roma, con almeno un mese di anticipo, dopodiché possiamo programmare il tutto. Una volta stabilite le sezioni che parteciperanno (a rotazione), affiggiamo degli avvisi con le informazioni sullo spettacolo, o addirittura la locandina del gruppo, in modo che i detenuti possano essere informati e magari parlarne tra di loro.”


Le strutture

Il primo evento si é tenuto alla Casa Circondariale di Alba (Cn), realtà con circa 200 detenuti e 110 agente di Polizia Penitenziaria.
La Casa possiede dei giardinetti , un vigneto di circa 1 ettaro, una serra di 170 mq e orti coltivati dai reclusi.
“E’ un lavoro che impegna molto anche il nostro personale, che comunque deve assistere; siamo sotto di almeno 40 – 50 unità per cui molti degli agenti si prestano ad ore extra per consentire la realizzazione delle attività extra a beneficio dei detenuti”  precisa il commissario; il tutto con un consuntivo decisamente positivo vista l’assenza di problemi o incidenti ad oggi registrata.

Il secondo concerto si è organizzato presso la Casa Circondariale di Vigevano (PV), dall’aspetto austero e minaccioso, che ospita circa 460 detenuti suddivisi tra le varie sezioni, maschili e femminili, di cui molti nell’ala di Alta Sicurezza.
E proprio per alleggerire la sensazione opprimente della routine, sempre uguale un giorno dopo l’altro, nonostante la mancanza di fondi e le relative difficoltà, all’interno del cinema-teatro si alternano numerose attività: una compagnia teatrale esterna sta allestendo proprio in questi giorni il musical “Hello, Dolly!” con alcune detenute all’interno del cast, ed è notizia recente quella di spettacoli speciali di Stefano Chiodaroli e Claudio Batta (Zelig), oltre a numerosi concerti.
 

Alba – la prima performance

Le polveri prendono fuoco attorno alle 12.00 presso la sala interna adibita a teatro.

Il commissario  D’Errico ricorda che nelle carceri si possono vivere anche momenti diversi ed è giusto che si tenti un’apertura verso la società anche tramite iniziative di questo tipo.

Un carcerato legge alcune poesie di propria composizione delle quali una, dedicata alla figlia mai avuta, davvero commovente. Lo stesso poi ringrazia il commissario per l’attenzione da lui avuto nei confronti dei problemi dei detenuti; un intro davvero inattesa, ad alto tasso di umanità, a dimostrazione che il mettere le persone al centro dell’attenzione è la regola principale per una società più civile.

Poi parte il gruppo; forse un po’ teso all’inizio, data anche l’inusualità della situazione, con le prime note di Lowlands che esitano ad uscire appieno.
Ma poi la cosa si risolve grazie alla rapida comunicativa che si instaura con l’audience, che apprezza fin dall’inizio il tiro ed il taglio del combo.
Walking inizia ad andare giù molto bene, con una verve rock che privilegia l’impatto del gruppo rispetto ai virtuosismi anche se i duetti tra il violino di Chiara e la chitarra di Roby sono sempre molto evidenti ed efficaci.
Anche la sezione ritmica gira bene; il drumming da marcia alla Tom Waits si sente in Prison Bound mentre il sostegno è potente nell’effetto sonico di Gypsy.
Il gruppo ormai ha le briglie sciolte e tira dritto senza alcuna esitazione, guadagnandosi applausi ed apprezzamenti; la freschezza è tale che anche le saltuarie sbavature, soprattutto sulle sincronia ritmica, risultano positive in quanto testimoni di immediatezza e spontaneità.
A metà si effettua un break per consentire al gruppo di tirare fiato; un detenuto ne approfitta per sciorinare qualche esilarante barzelletta in dialetto napoletano, molto apprezzata.

Il concerto riprende con lo stesso vigore della prima parte; richiami di Green On red, Dream Syndacate, Wilco uniti a cover di Neil Young (Everybody Knows This Is Nowhere), di Bob Dylan (All Along The Watchtower) e dei Waterboys (Fisherman’s Blues) portano ad una scaletta decisamente più lunga del previsto.

L’esecuzione doveva durare un’ora e mezza ma il gradimento, unito anche alla disponibilità del commissario, ha portato ad un fuori programma finale esteso al punto che alla fine Ed Abbiati, leader del gruppo, ha dovuto confessare di essere restato quasi senza canzoni.

Finale con applausi e complimenti al gruppo, con strette di mano e dichiarazioni di apprezzamento da parte degli ascoltatori e di soddisfazione da parte degli organizzatori.

Da parte nostra un consuntivo estremamente positivo in termini di valore umano dell’iniziativa, vissuta senza alcuna sensazione di steccati o barriere grazie anche ad un pubblico che ha dimostrato di essere più educato e civile di tanti spettatori presenti nelle libere arene cittadine.


Vigevano – la riconferma

Non sono ancora le 14 e il teatro comincia a gremirsi, sono tutti ansiosi di potersi sfogare, applaudire, divertirsi. Segno che gli strumenti culturali per apprezzare e recepire la musica non mancano, e già il primo pezzo di oggi, “Lowlands”, viene accolto con grande entusiasmo.

Il teatro del carcere è pieno, sono poco più di 200 i posti a sedere occupati da uomini e donne, italiani ed extracomunitari, che si fanno subito coinvolgere dalla musica, anche se la maggior parte delle canzoni eseguite dai Lowlands sono autografe e quindi sconosciute alla platea di oggi.

Dal palco, il leader della band, Edward Abbiati, cerca più volte il dialogo con il pubblico e dopo la cover di “Little Wing” di Jimi Hendrix tutto sembra andare in discesa, fischi e applausi continueranno fino all’ultimo pezzo in scaletta, dopo due ore abbondanti di concerto.

Tra i vari agenti della Polizia Penitenziaria presenti in sala c’è Giancarlo Carnevale, con quasi trent’anni di servizio, batterista nel tempo libero in una cover band, trapiantato a Vigevano dalla Calabria: “Purtroppo i fondi continuano a mancare, e non tutti coloro che scontano le pena qui possono lavorare in giardino, ma i concerti e gli spettacoli che teniamo in teatro sono positivi, e lo vediamo soprattutto noi agenti, che siamo a stretto contatto con i detenuti tutti i giorni”.

Lo show prosegue senza pause, in un crescendo che porta il pubblico a cantare sul finale di “Hey Baby”, brano che affonda le sue radici negli anni ’60 e nell’armonica a bocca di Delbert McClinton.

Prima che il sipario si chiuda, è il direttore a salire sul palco, per un commento finale: “Oltre a ringraziare i Lowlands, per la loro disponibilità e per la musica, ci tengo a sottolineare che noi vogliamo continuare su questa strada, organizzando spettacoli, concerti e quant’altro, per essere sempre in movimento, e non stare fermi, sperando che le istituzioni ci diano una mano. La nostra filosofia è che, nel mondo moderno, il carcere debba essere aperto al mondo esterno, ma anche e soprattutto il mondo esterno debba essere aperto al carcere.”


Il giorno dopo – consuntivo di un grande evento

Il sipario sui due show ad Alba e Vigevano è calato da poco ma il ricordo è ancora ben a fuoco nelle menti dei Lowlands: “L’idea di suonare all’interno dei carceri viene da lontano: più di un anno fa Alessandro Ebuli, un nostro fan che presta servizio nel Corpo di Polizia Penitenziaria di La Spezia, ci ha proposto la cosa, e adesso, dopo Alba e Vigevano, speriamo di poter organizzare uno show speciale anche da lui in Liguria. Come si può immaginare, c’è tutto un iter burocratico complesso da affrontare per un’iniziativa del genere, e – per quanto riguarda Vigevano - un grande aiuto ci è arrivato da parte di Cesare Vailati e dalla Caritas”.

E proprio Cesare commenta: “La Caritas Diocesana di Vigevano sostiene tutte le attività sportive e culturali che permettono di avvicinare il territorio al carcere; quando qualcuno viene da noi e propone una manifestazione, lo presento al carcere, e in caso di risposta positiva si procede con la macchina organizzativa, sia logistica che burocratica. Caritas collabora con il carcere da quasi 10 anni (per attività di sensibilizzazione e soprattutto per accogliere detenuti a fine pena o in misura alternativa, cioè scontare parte della pena fuori dal carcere), e ritengo che qualsiasi cosa arrivi dall’esterno non possa che essere un bene per i detenuti, al di là di quella che potrebbe essere la loro percezione in senso stretto. In carcere, oltre alla libertà, quello che manca è un contatto vero e proprio con l´esterno, la sensazione di essere abbandonati e confinati in un “non luogo”. Televisione e telefono, che vengono talvolta concessi, sono mezzi mediati, che non danno possibilità di interazione, mentre una partita di pallone, uno spettacolo, o un concerto come questo dei Lowlands ha un impatto molto diverso.”

“Forse all’inizio ci aspettavamo un’accoglienza diversa – proseguono i Lowlands – per noi l’esperienza era del tutto nuova, il pubblico poteva essere più difficile e distaccato. Invece abbiamo subito avuto l’impressione di un grande calore, i detenuti partecipavano in modo allegro e rumoroso, e si arrivava addirittura ad uno scambio di battute, che ha stemperato molto velocemente quel po’ di tensione che c’era. Abbiamo anche dovuto cambiare almeno una parte della scaletta in corsa: le scelte iniziali tendevano a scaricare la violenza emotiva che ci aspettavamo, ma invece con l’empatia che si è creata i concerti sono diventati più soft. La stessa cover di Prison Bound (Social Distortion) è risultata poi più allegra rispetto alle prove.

Non importa che siamo dentro a un carcere o in un pub, l’aspetto umano di uno show è sempre fondamentale, e qui abbiamo trovato un pubblico rispettoso ed educato, che ha apprezzato quello che stavamo facendo e ha voluto partecipare, applaudendo e cantando, anche se non conoscevano i brani. Già quando siamo arrivati, ci hanno aiutato a scaricare strumenti e amplificatori con grande attenzione, e nel corso della giornata hanno ancora voluto restituirci qualcosa, fisicamente ed emotivamente. In più dobbiamo ricordare il grande lavoro dei direttori, che pur scontrandosi con la non facile burocrazia di cui parlavamo prima sono riusciti ad ottenere i permessi necessari e a organizzare i concerti.

Noi siamo stati noi stessi, forse se avessimo avuto in repertorio venti cover degli Stones sarebbe stato diverso, ma penso che sia meglio così. La realtà che ci siamo trovati davanti è diversa da qualsiasi pubblico per cui abbiamo mai suonato, e questo cambia un po’ i modo di vedere le cose: cercando di metterci nei loro panni per un attimo, abbiamo capito che ciò che per noi è normale per loro invece è un evento, e che quelle due ore sul palco sono qualcosa di più di un concerto normale. In più, sono persone lontane da casa, e parliamo sia dei detenuti che degli agenti, è curioso notare come possano avere più cose in comune di quanto crediamo.

Dal punto di vista musicale, la partecipazione e gli applausi ci hanno colpito molto, ma anche il silenzio che si è creato su pezzi più intimisti, su tutti Blow Blue Wind Blow. Non solo: alcuni detenuti stranieri sono poi venuti a farci i complimenti proprio per quel brano, di cui sono riusciti a capire almeno parte del testo. Il rock è ancora una volta un linguaggio trasversale, e il folk forse ancora di più, con l’inglese a fare da lingua franca.

È stata una grande esperienza, che rifaremmo senza dubbio, anche perché per adesso abbiamo potuto vedere solo due di questi mondi, diversi tra di loro. Per quanto possa sembrare assurdo, torneremmo volentieri dove abbiamo suonato, nel tentativo di instaurare un rapporto con le stesse persone che abbiamo già incontrato”.

“Il comandante di Alba e il direttore di Vigevano hanno trasmesso molta positività – conclude Ed Abbiati, frontman della band – sia ai detenuti che agli agenti, e di riflesso a noi. Entrambi cercano di fare qualcosa, in modo costruttivo e nonostante le difficoltà, piuttosto che stare fermi e lasciare che le cose vadano per conto loro. Cercano di aprire i carceri al mondo esterno, e in cambio chiedono solo che il mondo esterno si apra un po’ di più verso di loro. È grazie a uomini come loro, dotati di buona volontà, che show come i nostri possono trasformarsi in energia”.

Riflessioni conclusive di un povero cristiano

Silone chiarì molto bene nel romanzo citato cosa vuol dire capire la vita, rinunciare a certi schemi e tornare alla dimensione umana.

Senza voler assolutamente fare della retorica, né tanto meno dell’intellettualismo, desideriamo riconoscere che l’avventura vissuta ci ha dato l’ennesima opportunità di capire da che parte stanno certi valori, ben evidenti ogniqualvolta si riesce a mettere al centro di un progetto la dimensione umana.

In questo senso la missione è stata compiuta e i protagonisti li potete ritrovare nei nomi che l’articolo cita.

Per noi è stato un autentico onore ma ci ritraiamo dalla scena per lasciare il palco a chi davvero si merita l’encomio; grazie a tutti, detenuti inclusi, e che la vita possa essere più leggera da questo momento in poi. 



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