Fabrizio Coppola

Katana

Fabrizio Coppola


Fabrizio Coppola

di Eliana Barlocco


“Ho scelto questo titolo non per il significato della parola, ma per il suono e il ritmo – è composta di tre sillabe di due lettere che finiscono per “a” – e per quel senso di gesto definitivo che ogni arma da taglio porta con sé.”

Così parla Fabrizio Coppola del suo primo lavoro da scrittore – “Katana”, appunto. Il libro, come si evince anche dalla copertina, è suddiviso in tre parti (Ka – Ta – Na) che Coppola plasma usando un linguaggio essenziale al limite della parsimonia.

KA – l’introduzione del personaggio (A) avviene in maniera dura (K). Il protagonista, Michele, è un alieno, è ‘altro’ da questa vita. Non ha amici, non ha legami, è anaffettivo. Ha un lavoro, che come la sua esistenza, ha solo la parvenza. Dietro non c’è nulla. Michele ha rabbia in sé, molta rabbia. Il male che si cela in lui lo spinge all’egoismo puro; se ne frega della propria esistenza, ma soprattutto se ne frega di quella altrui. Il mondo che lo circonda è cupo. Il paesaggio è dimenticato e abbandonato a se stesso. Michele vive nella sua bolla all’interno di un’enorme bolla, sfidando continuamente il destino e premendo volontariamente le pareti del proprio essere contro quelle del mondo.

TA – il personaggio (A) si ritrova nella posizione di dover subire ineluttabilmente il proprio destino. La sua durezza (K) viene sopraffatta dalla vita stessa (T). Il suo essere (KA) diviene essere dominato (TA). Il suo passo rallenta, si ritrova ad essere dipendente e oggetto pendente nelle mani altrui.

NA – ed ecco che la lama affonda. L’incisione è dolorosa, definitiva. Il personaggio (A) è completamente sopraffatto dal nichilismo (N), e il taglio è netto.

La Katana è la spada giapponese per antonomasia. I Samurai attribuivano un’anima alla spada, ossia l’anima di colui che la creava veniva trasmessa alla spada stessa, per cui vi erano spade che portavano benessere e quelle che incarnavano una maledizione. Fabrizio Coppola nella forgiatura della sua ‘Katana’ ci restituisce un lavoro pregno di infelicità, oscuro, tenebroso. Non si intravede una via di fuga all’asprezza della vita e questo, purtroppo, è un segno dei nostri tempi…