Storia a puntate della linea verde della metropolitana milanese, la "proletaria"

Porta Genova


15/11/2020 di Luigi Lusenti

A Porta Genova i treni corrono in profondità. Per arrivare da Romolo a qua c'è da passar sotto al Naviglio Grande. Come a Parigi la Senna, a Londra il Tamigi, a Roma il Tevere. E per salire in superficie lunghe scale mobili, ripide come all'altare della patria.

A Porta Genova le facce di Famagosta e Romolo paiono passate di moda come arrivassero da un'altra epoca. A Porta Genova, fuori dalle ore di punta girano i creativi, i modaioli, gli intellettuali della nouvelle vague. Un po' di turisti e molti giovani asiatici che trascinano troller immensi. Come Mosè che divide le acque la ripartizione dei viaggiatori fra la zona dei Navigli e quella di Via Tortona è molto facile. Oltre la ferrovia, in quel labirinto di officine, scantinati, solai, box abbandonati e loft riadattati compresi fra la via Savona e la via Tortona ci vanno i creativi, quelli del “fashion district”. Da Cenerentola a Principessa potremmo dire. Vecchie case operaie riadattate in attici per architetti miliardari, fabbriche abbandonate diventate show room di moda, botteghe artigianali con manufatti esclusivi.



Pure il Naviglio Grande ha avuto la sua trasformazione, come la zucca che diventa carrozza. Anguste case di ringhiera, senza bagno e senza riscaldamento trasformate in lussuose dimore o in B&B a quattro stelle. Trattorie e osterie dove i “ciamballi” prendevano una minestra bollente ora si sono trasformate in locali che rifanno il verso ai vecchi trani. L'ultima chiatta, sostanzialmente di sabbia e ghiaia, è transitata sotto il ponte dello Scodellino nel 1979. Poi sono arrivati lo spritz, i Cuba Libre, il risotto con lo zafferano a venti euro. E la birra artigianale, il panino col lampredotto, l'happy hour ribattezzata apericena.

Dalla stazione di Porta Genova si vede la porta della Darsena. E una linea retta fatta dalla via Vigevano, la spina dorsale del quartiere. Un grande palazzo signorile occupa un lato della piazza per poi proseguire sulla stessa via Vigevano. E un palazzo di quel liberty discreto che contraddistingue la Milano dei primi anni del novecento. Sobrio, austero ed elegante. Come quello di fianco.

Palazzi dei padroni sul marciapiede dei padroni”: così si diceva in quegli anni. Il marciapiedi era quello di sinistra della via Vigevano venendo dalla stazione della metro. Per contrapposizione l'altro marciapiede, quello di destra, era quello dei lavoratori. Le case, ancora oggi, sono più modeste, seppur ormai ristrutturate negli interni come appartamenti di lusso. Gli uni e gli altri, padroni e lavoratori, riempivano le fabbriche dietro la ferrovia. La Bisleri, produttrice del famosissimo Ferro China, la Barattini, la CGE, l'Ansaldo. Il grande palazzo che fa da quinta alla piazza e si oppone alla stazione dei treni è del 1865. Il negozio di scarpe della famiglia Turci del 1907. Il ristorante La scaletta di qualche anno dopo. A dir la verità, mentre il negozio fa bella mostra di se con più vetrine, La Scaletta occupa un angolo riservato di un giardino condominiale. Riservatezza, ottima cucina da meritare le stelle della Michelin e di diventare un luogo di lusso, discreto e lontano dalla vista della gente. Posto d'incontro della Milano che conta, dai politici agli industriali. Uno dei simboli della Milano da bere. Ora disceso nella considerazione al rango di un fast food con pranzi a prezzo fisso: 10 euro un primo, 12 pasto completo.

Il negozio, invece, ha origini più popolari, quale rivendita di scarpe prodotte a Viadana lungo il Po dal capostipite Secondo Turci. Il prodotto di punta le famose zibre o zibrette, con la punta arrotondata, la suola rinforzata ottenuta da gomma di recupero e tomaia in pelle o stoffa. Le scarpe erano rivolte a un pubblico di proletari, così pure le idee di Luigi, primo dei sedici figli di Secondo Turci. Vicino al Partito socialista studiò i movimenti cooperativi e di mutuo soccorso. I risultati divennero libriccini che Luigi Turci inviò a vari governi europei e alla Società delle Nazioni.

Il fascismo diede una prima svolta alle attività dei Turci, passate intanto in mano ai figli di Luigi. Alle scarpe popolari si affiancarono la rivendita di scarpe più borghesi, per classi più elevate. Ma la guerra che venne dopo affibbio un colpo pesante al negozio posizionato vicino a un importante nodo ferroviario che fu più volte colpito dai bombardamenti. Il negozio ne usci indenne e poté così riprendere quasi subito l'attività. Gli anni del boom economico vedono partire il sistema delle vendite a rate. Rate concordate con i grandi stabilimenti dell'area milanese che indirizzano verso i negozi convenzionati i loro dipendenti.

Il negozio dei Turci è rimasto immutato nel tempo, almeno negli aspetti caratteristici. Infissi in ferro battuto, insegne commerciali, mobili di prestigio in legno massiccio. Un posto che ha resistito alla violenza della storia e ai cambiamenti sociali, alle mode e all'incuria del tempo. Così pure l'”Antica pasticceria Fugazza”, dall'altra parte della strada, aperta nel 1920, inalterata nella sua delicatezza dei the, degli infusi e delle cioccolate calde. "Cento anni di dolcezza" dicono i proprietari, figlia e nipote del fondatore.

Il resto della piazza è senza una sua trama vera e identitaria.

Il ponte in ferro, detto anche degli artisti, realizzato fra il 1912 e il 1917 oggi è chiuso per restauro e non si conosce la data di riapertura. Eppure, con le coppie di colonne corinzie in ghisa su cui poggia, rappresenta un pezzo di creatività lombarda riconosciuta anche dal Ministero dei beni culturali. Ma questo non basta e il manufatto è lì, abbandonato come un vecchio all'ospizio.

Rockabilly, figli dei fiori, terroristi, paninari, punk, yuppie, rampanti tutti almeno una volta ci sono passati magari facendo lo slalom fra gli shotting fotografici. Ammirando le tante piccole opere d'arte appese, a partire dal muro dei cartelli di Carlo Cecaro. Correndo per la paura nelle notti fonde di nebbia, attenti a non scivolare in quelle di pioggia, turandosi il naso per il forte odore di urina, girando la faccia dall'altra parte per non vedere lo spaccio sotto la scaletta e dentro la stazione ferroviaria ormai quasi abbandonata a predoni di ogni tipo.

I ragazzi di Cox18 ne avevano occupato una dependance nel lontano '89 dando vita all'esperienza dell'Acquario. Poi un incendio doloso ne stabilì la fine e gli occupanti rientrarono nella sede storica di Via Conchetta lasciando il casello nell'abbandono in cui continua a versare e lasciando mano libera in piazza a piccola criminalità e spaccio. Perfino ai caporali che arrivavano fra le cinque e le sei del mattino con veloci pulmini, raccoglievano italiani ed extracomunitari alla ricerca di un lavoro purché fosse e ripartivano veloci per i cantieri della Val Cavallina e della Val Camonica, oppure per il grande cantiere di Fiera Milano a Rho Pero.

Oggi è finito il caporalato che ha scelto altre piazze. Non lo spaccio che prospera indisturbato. dentro e attorno la Stazione. Un supermercato infinito dell'allucinogeno e della violenza sessuale.

La città dell'acqua di Leonardo che era Milano è diventata il quartiere dell'acqua che sono i navigli: Grande e Pavese. E la Darsena, nel 1951, dodicesimo porto italiano, dopo Ancona, prima di Palermo.

Da qui transitavano i barconi che trasportavano il marmo di Candoglia per il Duomo. A.U.F. era scritto sulle fiancate delle chiatte, cioè "ad usum Fabricae" ed erano esenti da dazio. La cultura popolare lo trasformo in un detto dialettale, "andare ad ufo", cioè a scrocco.

Ma ci fu anche chi alla retorica dei Navigli non ci volle stare. Ed ecco una delle più belle e vere canzoni di Ivan Della Mea che dissacra quei corsi d'acqua: "Gh'è chi dis che l'è bela/ quest'acqua marscia/'sto scarich pubblich/ de cess, de ruera". Scritta da Ivan nel 1974, con una versione francese del 2019.


Navili, in dialetto, terra di nascita o di adozione per Gianni Mura, Dario Fo, Stendhal, Vittorni, Nanni Svampa, la Wanda, Segantini, De Pisis, Dino Buzzati, i "Navili Brothers" Gaber e Jannacci.

Tutto finito, tutto dimenticato. Prima la "Milano da bere", poi il rito delle tribù con "l'ora felice", paghi il bere e mangi quanto vuoi dei resti di cucina, lo sballo senza ecstasy, infine il turismo di massa portatore di disastri ben più gravi che i flussi migratori.

 

 

E' rimasta lei, Alda Merini.

"Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle / potesse scatenar la tempesta."

Via Mangone, a Porta Genova, le ha dato i natali. Esordisce a 15 anni con una poesia segnalata addirittura da Giacomo Spagnoletti. Poi, come racconta lei, "le prime ombre della sua mente". Internata per un mese a Villa Tutto; disturbo bipolare. Esce si lega a Giorgio Manganelli, ma sposa Ettore Carniti, operaio e sindacalista. Poi i figli, l'internamento nell'ospedale psichiatrico "Paolo Pini". Il nuovo marito, un medico tarantino. Il trasferimento nella città pugliese. Torna a Milano a metà anni ottanta, vedova. E prende dimora al 47 del Naviglio Grande, ove ancora una lapide la ricorda. La "casa di Alda Merini", il posto che cerca di mantenere la memoria della poetessa morta nella sua Milano il 1 novembre del 2009, è distante qualche centinaia di metri, in via Magolfa 32. Non solo il ricordo di "Alda" ma il luogo della poesia, perché solo la poesia potrà salvare i "Navili" ed evitare il destino profetizzato da Ivan: uno scarich pubblich/ un de cess, de ruera".

 

 


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