Storia a puntate della linea verde della metropolitana milanese, la "proletaria"

Garibaldi


16/02/2021 di Luigi Lusenti

Se Dante ha inventato l'Inferno, l'uomo ha costruito il Garibaldi. Tutti e due a gironi. I gironi del Garibaldi vanno dal pennacchio sulla torre Unicredit in piazza Gae Aulenti alle sotterranee delle "linee suburbane" (volgarmente dette passante). Nel mezzo le ferrovie, le linee verde e lilla, i tram e gli autobus, i pullman per Malpensa.  A differenza dei cerchi della "Divina Commedia" in quelli del Garibaldi si può transitare dall'uno all'altro su comode scale mobili o in ascensore.

Prima c'era la Stazione di Porta Nuova, almeno ciò che era rimasto della vecchia stazione milanese dopo l'inaugurazione della "Centrale" nel 1931. Per trenta anni divenne per tutti, le "Varesine" perché rimasero lì solo le tratte per Varese e i laghi. L'edificio lungo e giallo canarino, come tutte le stazioni italiane di quegli anni, confinava con un'altra gloria nazionale, il palazzo che ospitò fino a metà degli anni settanta la Gazzetta dello sport, la "rosa".

Nel 1961, i binari furono fatti arretrare di un chilometro e si diede il via alla realizzazione della Stazione Garibaldi, il cui piazzale è intitolato a Sigmund Freud. Dedicare la trincea colma di blocchi di cemento, di dislivelli, di ringhiere, di accessi controllati al padre della psicanalisi moderna fu casualità o una voluta cattiveria?

L'Enterpreise di Star Trak ha sonnecchiato tranquillamente fino alla rivoluzione urbanista del 2005: Stazione di superficie per le linee dell'alta Lombardia, stazione sotterranea della "proletaria" per i pendolari del triangolo Milano - Varese - Como. Poi i grandi progetti. E gli scavi immensi, nel sottoterra e in superficie.

 

   

La Stazione Garibaldi FS della MM2 esce dagli schemi e ti proietta nella geometria euclidea fatta di rete, di piani, di aree. Sostituisce alle panchine di serizzo, rocce delle Alpi Meridionali, una serie di cubi colorati forse furtivamente trafugati da qualche scuola materna. I cubi, rubati ai marmocchi, dovrebbero servire ai viaggiatori per sedersi in attesa dei vagoni verdi della "proletaria". Studi sono in corso per capire se quelli fatti a podio, come per le Olimpiadi, servano a designare una specie di precedenza per la salita sul treno. Poi il binario morto, rimasto lì, nel tunnel della MM2, dopo lo spostamento di alcuni metri delle ferrata. Un binario utilizzato a volte per qualche shooting fotografico o set televisivo.

Qui la linea 2, la "proletaria"  diventa brigante e sequestra la "lilla", la linea 5, confinandola in profondità e imponendole una "servitù di passaggio" che può decidere di chiudere quando vuole lasciando la "lilla" non solo senza guidatori ma anche senza ingressi.

 

 

Garibaldi Fs è la stazione degli zaini in spalla, delle valigie baule, delle carrozzine blindate per neonati e neonate. Per mamme e neo mamme. Per nonne e neo nonne.

Scendi e sali come in una ruota panoramica. Vai sotto per la "subway" e sopra per i treni. Vai sotto per i vari passanti e sopra per l'alta velocità.  Un caleidoscopio che muta a ogni piano. I mega schermi ti proiettano nel mondo esterno con la ferocia di uno schiaffo a  mano aperta. Pubblicità anima del commercio!

La gente col naso all'insù nell'atrio della stazione ferroviaria, nell'attesa di un treno. Ogni tanto qualcuno si allontana e capisci che lo ha trovato. Anche qui scale mobili e tunnel. Baretti e baracci, secondo i gusti. Sale d'attesa per VIP e nulla per gli altri. Una caverna post moderna. 

Italo, Nuovo Trasporto Viaggiatori, vi ha piazzato il proprio centro operativo, la Houston di "abbiamo un problema". Quando arriva il proprio treno ognuno si allontana lungo le vene e le arterie dell'enorme Enterpreise. Una di queste arterie conduce verso i binari 12 e 14 e via Pepe ed è ormai una famosa galleria d'arte. Perché raccontarli quei murales e non invitare a fare un giro e vederli di persona? Sicuramente una scelta che offre più soddisfazione. 

 

La stazione Garibaldi è una città di sotto e una città di sopra. E' la teoria della "terra cava", sconfessata dalla scienza, che qui invece trova conferma. E' il mito della caverna, è la mitologia norrena, è la Sfera di Dyson o il Globo di Cassus. E' soprattutto Erisittone che per placare la sua fame divora se stesso.

La bulemia ci ha" rubato" l'ultimo cuore di Milano: il Luna Park delle "Varesine". Il complesso di giostre che per decenni ha rappresentato lo "Skyline", la "linea del cielo" di viale della Liberazione. La ruota al Prater di Vienna e in place de la Concorde a Parigi, l'ottovolante a Milano. Chiunque sia stato ragazzo negli anni settanta ha sicuramente una sua storia da raccontare legata a quel Lunapark:  una bigiata a scuola, un bacio alla fidanzatina.

L'anima ormai scacciata di un passato che si nutre solo di ricordi. Ricordi smarriti, fra calci in culo, autoscontri, tunnel degli orrori. E il lancio delle palline con i pesci rossi vinti come trofei di battute di caccia nella savana. Una boheme in formato ridotto, da "Miracolo a Milano", a "Ladri di biciclette". Da De Sica, a Zavattini.

 

 

"L'enterpreise" Garibaldi è lo spazio tempo, fuori di esso nulla può esistere. Qui bisogna abbandonare il senso comune e abbracciare l'assurdo. Bisogna confutare sia Newton sia Einstein. Se il primo sosteneva la sconnessione dello spazio tempo e il secondo invece ne affermava l'indissolubilità, la stazione Garibaldi sorprende tutti: si espande nel nulla ma non sottrae il vuoto, e nel vuoto lascia in parte ciò che l'ha preceduta. La bulemia del fronte finisce in anoressia sul lato destro, sulla via Sturzo che porta verso il ponte di Carlo Farini.

Abbiamo già scomodato Quentin Tarantino per Famagosta, quindi qui citeremo un altro regista che fa del trash movie la sua ragione di esistenza: Brian De Palma. Oppure John Carpenter col suo Jena Plissken, il personaggio "semplicemente" cattivo di "1997 fuga da New York" dove la redenzione sociale è per "fighetti" dell'oratorio.

 

"Il pericolo è il mio mestiere, farmi del male no." Anche se siete stuntman o novelle Nikita riflettete bene sulla frase di Guzzanti prima di avventurarvi su quella via che si conclude, ironia della sorta, davanti a un cimitero.

Lungo il lato destro della stazione le "umane vicende" si intrecciano con le "umane miserie"., la cacca dei cani col piscio degli umani, il tanfo del vomito con la puzza di fogna. Sotto il cavalcavia intestato al sacerdote Eugenio Bussa, riconosciuto"Giusto fra le nazioni" per aver salvato molti ebrei dallo sterminio,  che unisce inutilmente la via Maurizio Quadrio alla via Gaetano de Castillia, Dario e altri senza tetto si sono inventati la loro dimora occupando con brande, tavolo, sedie e qualche armadietto un terrapieno. Dopotutto le case aperte, alla vista di tutti, vanno di moda, "Grande fratello" docet.

Ora, se siete scampati, alle insidie del luogo, come Harrison Ford nei vari Indiana Jones, date un'occhiata alla vostra destra, alla torre colorata. E' una torre costruita nel 1064 per versare acqua nelle locomotive, restaurata e resa monumento nel 2015 in occasione di Expo.

 

 

Ed eccoci arrivati alla fine del viaggio. Siamo in faccia al Cimitero Monumentale, costruito in stile eclettico da Carlo Maciachini. Nel Famedio sono sepolti i  milanesi celebri: da Alessandro Manzoni a Carlo Cattaneo, da Gae Aulenti a Onorina Brambilla, a Fo, Jannacci, Gaber, Quasimodo fino a Franca Rame e Anna Kuliscioff. Per l'alto numero di opere di grandi artisti che decorano le tombe dei cittadini famosi, o solo facoltosi,  i milanesi lo considerano "il cimitero più bello del mondo". Menate da provinciali che se fanno qualcosa lo devono sempre fare meglio degli altri perché soffrono sempre di un complesso di inferiorità. Dopo tutto Milano non è una metropoli, ma una città di provincia medio/grande. Una "provinciaccia"   Così come la definiva anche Napoleone

 


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