Marco Denti

Gli orti del Pellicano


05/09/2019 - di Marco Denti
Questa terra è la terra di tutti

Alla scoperta degli orti del Pellicano
 È il fiume a delineare i confini di questa storia, a circoscriverla persino, visto che gli orti del Pellicano si sono sviluppati all’interno di un’ansa del Lambro, a Monte Oliveto, una località nel comune di Castiraga Vidardo, terra lodigiana dove, nell’imperversare del cemento, si riesce ancora a scovare qualche angolo di speranza.

 Lo spunto nasce proprio nell’humus solidale e scrupoloso attorno a una comunità terapeutica, ancora oggi in servizio attivo (www.il-pellicanoscarl.org), che disponeva di un paio di ettari di campi incolti. Da amici, collaboratori e volontari prende forma, nel 2015, un’idea antica come il mondo: lasciarsi guidare dalla terra, coltivando ortaggi a chilometro zero e vendendoli a prezzi calmierati sui mercati. È così che nascono gli orti del Pellicano (www.gliortidelpellicano.blogspot.com): tutto all’interno di un inedito sistema di welfare dove gli addetti ai campi vengono selezionati tra disoccupati e precari,  pagati attraverso i fondi anticrisi istituzionali che poi vengono ripristinati con il contributo tratto dalle vendite degli ortaggi.

 Sembrava semplice, ma il team a geometria variabile (oggi, tra volontari, consulenti, stipendiati, ospiti della comunità, comprende  una trentina di persone) che però mantiene un’unità d’intenti nella condivisione di valori, ha dovuto confrontarsi con aspetti tra i più svariati, dalla coltivazione alla comunicazione, dalla distribuzione all’amministrazione. Un sacco di problemi inediti, il primo tra tutti quello di sapersi adeguare ai ritmi naturali delle stagioni e della natura, che sono insindacabili. Momenti pionieristici e agrodolci che il responsabile della struttura Peppo Castelvecchio oggi ricorda così: “Quando mi capita di ripensare da dove siamo partiti e dove siamo arrivati, e le prospettive che ci si aprono davanti, penso che si è trattata di un’intuizione geniale perché si trattava proprio di questo: ripartire dalla terra, dalle radici, e su questo costruire quello che è il primo elemento, il cibo, quindi coltivare per soddisfare un bisogno, in maniera naturale e a chilometro zero. Si è trattato di valorizzare questo grande dono che purtroppo sfruttiamo solo a livello economico, e invece è il modo per tornare al punto di partenza, dove concependo la terra come un dono datoci da qualcuno e di cui noi non siamo proprietari, quindi soltanto beneficiari, legato a tutto un movimento che ormai dura millenni di sfruttare la terra per interesse personale, e per arricchirsi, torniamo invece all’idea primordiale legata a un richiamo di fede, sapendo che un dono che ci è stato messo a disposizione di beneficiarne per il bene di tutti. Partendo da poco o niente, soprattutto dalla consapevolezza che non stiamo rivoluzionando il mondo, ma che nel nostro piccolo apriamo delle strade che sembrano nuove, ma sono antichissime perché si tratta di ripartire daccapo, perché la terra sia a beneficio dell’uomo e delle comunità che crea, senza alcuna distinzione di colore o di altro. È una nostra piccola utopia, ma ci siamo convinti che è e sarà la strada da percorrere”.

 Il volume di proposte sviluppato da Paolo Belloni, coordinatore dell’iniziativa, ha portato in brevissimo tempo alle confetture, all’ovicoltura e all’apicoltura. Sono proprio le api ad avere mostrato agli orti del Pellicano alcuni elementi fondamentali di un lavoro svolto e in svolgimento e a riflettere con maggiore attenzione riguardo la biodiversità e la sostenibilità. Pietro Chiesa, attivissimo volontario degli orti del Pellicano conferma: “Le api ci insegnano. Sono integraliste, non sgarrano, sanno anticipare il tempo, sanno scegliere i fiori: nella biodiversità ho bisogno dell’acacia, del tiglio e quindi c’è attraverso le api c’è tutta questa integrazione. Paradossalmente ho scoperto che anche gli ortaggi a seconda dell’ortaggio che hanno vicino hanno un fruttuosità diversa, e così come gli uomini che, a seconda di chi hanno vicino, danno un certo tipo di risposte, lo stesso fanno i prodotti della terra”.

 Con questa attenzione, gli orti del Pellicano hanno sviluppato una rete di collaborazioni con fondazioni, associazioni, istituzioni pubbliche e private del territorio che condividono la concretezza di una realtà sostenibile sul piano ambientale ed economico, ma che si segnala come un’occasione unica di crescita e di confronto, capace di partire dal disagio e dall’emarginazione per creare una sguardo sulla realtà più attento e più originale. Se ne è accorto Daniele Soffiantini, un altro volontario, che segue dall’inizio e da vicino gli orti del Pellicano: “Mi occupo degli aspetti gestionali e dei rapporti con il GAP (gruppi d’acquisto popolare) e con i mercati. Ero in mobilità, era più o meno un anno sabbatico prima delle pensione, e non stavo facendo molto, poi mi hanno coinvolto e ho conosciuto la comunità che mi ha colpito, al di là degli orti. Mi ha colpito la fatica: si pensa che l’orto sia la semina e la raccolta, invece c’è tutta una cura della terra che dura tutto l’anno che non immaginavo neanche, e ogni anno rimango sorpreso per le attenzioni che gli dedichiamo. C’era solo un prato, adesso c’è tutto un mondo”. In effetti, l’evoluzione degli orti del Pellicano è stata molto rapida e attenta ai bisogni del territorio: le eccedenze della produzione di ortaggi vengono devolute gratuitamente alle piattaforme alimentari che si occupano di famiglie indigenti e l’esperienza in sé è stata una preziosa testimonianza per l’avvio di un ampio orto urbano nel capoluogo lodigiano, in collaborazione con un pool di associazioni e istituzioni locali. Questa costante apertura verso altre realtà ha consentito agli orti del Pellicano di sviluppare una serie di corsi di apicoltura e di accentuare lo sviluppo della sensibilità verso la biodiversità, distribuendo le arnie lungo il parco dell’Adda. Non a caso, a sottolineare la storia degli orti del Pellicano c’è ancora il corso di un fiume perché, come diceva lo scrittore e viaggiatore americano William Least Heat-Moonil fiume, caso unico nella natura, costruisce da sé la propria destinazione”.

 Vale anche per gli uomini che sulle sue sponde hanno saputo cogliere una svolta, vedendo un’opportunità anche nei risvolti di momenti (personali e non) particolarmente complicati. Lo ammette senza lesinare dettagli Pietro Chiesa, nel corso di una pausa della prima raccolta delle patate dell’anno: “Come in tutte le esperienze della vita c’è sempre un momento per rinascere, e sicuramente è l’opportunità per poter ricominciare perché noi è da lì che arriviamo, quindi la terra mi ha dato l’opportunità di riscoprire non solo il luogo dove affondare le radici, ma anche il luogo l’uomo da sempre ha avuto la possibilità di riscoprire il sostentamento per sé e di stabilire un rapporto intensissimo con quella realtà, la terra, da cui proveniamo. Ho cambiato completamente dimensioni e prospettiva dopo un’interruzione del rapporto del lavoro e quindi nel tempo che mi avanza, dopo aver ripreso gli studi universitari, ho voluto fare l’esperienza della fatica e l’esperienza della fatica la offre soltanto la terra e ti restituisce logicamente quello che tu dai a lei, con gli interessi. Leggendo in questi anni di questo ritorno alla terra da parte dei giovani, non è una cosa casuale, io credo, perché l’originalità di ciascuno, l’essenza di ciascuno, parte da lì. E quindi non è, diciamo, casuale che i giovani disoccupati o comunque in cerca di nuove occupazioni abbiano rivolto lo sguardo verso la terra, trasferendo tutta la genialità, lo vediamo e lo sentiamo tutti i giorni, e soprattutto, investendo in futuro perché la terra mantiene le promesse che fa”.

 È una considerazione fondamentale perché parte dalla primissima osservazione da cui sono nati gli orti del Pellicano, ovvero che la terra, essendo un dono, è di tutti ed è un luogo che può dare molto di più dei suoi frutti naturali. L’analisi di Pietro Chiesa dal suo punto di vista privilegiato, in mezzo ai campi e a stretto contatto con i lavoratori, è lucida e preziosa: “A mio avviso è ancora sottostimata l’opportunità in questa comunità, perché prendersi cura della terra equivale a prendersi cura di se stessi, equivale rispettare i tempi biologici che ognuno di noi ha, insegna a rispettare gli insuccessi, quando uno semina e poi non raccoglie, insegna anche a rispettare il guasto di un’intemperia che distrugge tutte le aspettative create. Credo che la terra per un luogo come questo sia propedeutico al fine di una persona che vuole riprendere in mano la propria vita. Ci vorrebbe un percorso educativo equivalente a quello che fanno gli operatori sociali, solo che l’operatore lo fa a livello psicologico, neurologico, mentre il lavoro nei campi sollecita tutto ciò che noi abbiamo già dentro e si tratta soltanto di farlo emergere. La mia esperienza con la terra è molto lunga, ma la mia esperienza in un luogo come questo è radicalmente diversa, perché un conto è vivere in solitudine il rapporto con la terra, un conto è viverlo con l’opportunità di condividerlo in termini comunitari. È tutta un’altra cosa, perché bisogna aspettare anche i tempi e i ritmi degli altri, non soltanto i propri e imparare a condividere la fatica misurandola con la resistenza dell’altro: la tua non può misurare quella dell’altro e c’è tutto un esercizio di equilibrio, di ascolto, c’è tutta questa abilità che uno deve scoprire”.

 La corrente scivola placida nell’ansa che abbraccia gli orti del Pellicano, una piccola utopia nata ritrovando nel vocabolario parole desuete: solidarietà, prima di tutto, generosità, spontaneità, fiducia, rispetto, passione, disponibilità, terra, pane, pace. Ci vorrebbe un libro intero per rendere nel dettaglio tutte le opzioni e le riflessioni che l’avventura degli orti del Pellicano ha sollevato, ma probabilmente il riassunto migliore è quello contenuto nel titolo di una bellissima canzone del songwriter inglese Billy Bragg: “Non tutto ciò che conta può essere contato, e non tutto ciò che può essere contato conta”. Con i piedi per terra, sulla riva di un fiume, le sue parole suonano ancora più vere.