La maschera, l'elettronica e la vita nella provincia filofascista. Intervista ai Giudah!

La maschera, l'elettronica e la vita nella provincia filofascista. Intervista ai Giudah!


25/05/2016 - News di Indiemood

Giudah! è un nome che richiama a storie di tradimenti. Vi sentite in qualche modo peccatori?

Sì, in effetti il nome rappresenta proprio questo. Quando tutto ciò era ancora relegato a “progetto solista” era una vera e propria forma di tradimento. Una buona fetta delle canzoni contenute nel disco sono datate 2006-2010, e ai tempi il progetto Giudah! era una mia personale valvola di sfogo creativa. Ai tempi io ed Alessio suonavamo con i Mary goes to Vietnam e dopo anni in cui suoni e urli qualcosa di simile all’hardcore, ti senti un po’ ingabbiato. Non che ci fossero vincoli contrattuali o etici particolari, solo che ti dai dei clichè, il pubblico si aspetta il casino, si aspettano che tu urli, sudi, lanci strumenti… Così, va a finire che te lo metti come norma. Ecco perché è nato Giudah!, doveva essere il contraltare dei Mary. Un progetto solo mio in cui tutto era permesso, dal pop agli ammiccamenti dub. Quindi si, siamo peccatori, ma senza pentimento.

 

Il vostro background musicale sembra essere distante dall'elettronica. La scintilla che ha portato ai synth qual è stata?

Quando abbiamo pensato alla soluzione formale più lontana da noi. Ci siam detti, mettiamoci alla prova con qualcosa di totalmente nuovo. Cos’è che non abbiamo mai suonato o ascoltato? E’ uscita elettronica e ci siamo dati da fare… Poi un po’ alla volta capisci come funziona il synth, il campionatore, la drum machine ed inizi a giocarci. Il nostro è stato proprio un approccio “ignorante”. Ma molto divertente!

 

C'è stato un approccio diverso nella costruzione di questo album rispetto a quanto fatto in passato?

Totalmente! Innanzitutto è un lavoro esclusivamente nostro, dalla registrazione al mastering. Poi, a livello compositivo ci siamo sbizzarriti, soprattutto con le voci, i cori e i vari accordi vocali. Ma è anche vero che quasi tutte le canzoni sono nate con chitarra acustica e voce e poi decostruite e ricomposte, è stata un’esperienza bellissima. Una sola canzone avrebbe potenzialmente mille possibili sfumature, il difficile è scegliere quale “vestito” le calza meglio.

 

La provincia è un continuo fermento di band, idee e progetti nuovi. Com’è la vostra?

Treviso è stata un vulcano di fermento negli anni ’90, ed era il periodo in cui anche noi abbiamo iniziato a fare musica, da adolescenti.  Uscivi di casa e c’era sempre qualcosa. In quegli anni ricordo un sacco di band fighissime. Poi, vent’anni di destra filofascista alla fine hanno logorato tutti, i locali del centro han chiuso, o sono stati messi nelle condizioni di chiudere,  e la gente se ne andava, chi poteva, a vedere musica altrove o dove era consentito. Ma questo, a mio avviso, ha cambiato anche le persone. Il pubblico. Suonare a Treviso significava avere delle statue davanti o locali vuoti perché nel bar X c’era l’happy hour. Ricordo che con  i Mary rifiutavamo i concerti a Treviso ed evitavamo quelli in Veneto, con una grossa perdita di date. Poi, la spinta decisiva, secondo me, è stato l’arrivo delle prime occupazioni, che hanno riportato, seppur illegalmente, la musica in città. Questo ha svegliato gli animi. Poi, la botta l’ha data Sisma, a Treviso. Un collettivo che ha iniziato ad organizzare serate su serate, e poi ha creato una etichetta indipendente. Insomma, da un paio d’anni, è tornato il fermento musicale, ci sono buone band in giro e finalmente posso andare in centro e ascoltare un live in un centro sociale. Cose inimmaginabili fino a pochi anni fa!

 

Via la maschera: qualcosa da dichiarare?

La maschera è solo un modo per distinguere la realtà dal mondo dei social e del web. Alla fine, la nostra immagine, che abbiamo voluto dare è quella, tre individui con la maschera!  Quelli sono i Giudah! Dietro ci sono delle facce, le nostre. Che mostriamo ai concerti e nella vita reale. La differenza è sottile ma molto profonda. C’è un lato vero ed uno di facciata. Il secondo è quello che rappresenta la musica, così come ci siamo abituati a vederla: dei brani fluttuanti nel web, che puoi ascoltarli, vederli con i video o acquistarli e che distingui gli uni dagli altri solo attraverso una immagine. La prima invece, è il lato VERO della musica, ovvero il live, il distro dopo i concerti, le copie fisiche del disco, che sono poche e fatte a mano da altrettante persone e che si possono comprare solo dalle nostre mani, o da quelle dei ragazzi del collettivo SISMA, e quindi c’è il rapporto umano tra chi ha fatto la produzione e chi la compra. Anche se, i due mondi convivono e spesso si incontrano.

 

Intervista di Marco di Mila


Per ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/Giudah/