Il Rock Non è Morto!

Il Rock Non è Morto!


30/11/2018 - di Helga Franzetti
"Non ho la più pallida idea di dove il rock inizi e finisca. Parte con Link Wray? o con Rocket 88 di Jackie Brenston? Penso che il rock sia vivo, solo cambia di continuo”. (R. Plant)
In questi giorni è capitato di imbattersi nuovamente in quelle considerazioni, specie da parte degli addetti ai lavori, sullo stato di salute della musica rock; si tratta di riflessioni che riescono sempre ad innescare piccoli o grandi dibattiti negli ambiti di settore, innescate dall`articolo di Gino Castaldo su Repubblica (che ogni due/tre anni tira fuori l`argomento, facendola morire a cicli) e sfociate nelle diatribe sui social. La maggior parte delle questioni affrontate, però, si riassumono in una manciata di prevedibili scusanti del tipo “il genere è stato eclissato in nome di popolarità e profitto dal pop e dall`hip-hop”, oppure “le case discografiche non puntano più sul talento e sulla musica ma preferiscono premere su popolarità e immagine”. Secondo questi standard, allora sì, possiamo affermare che il rock è morto. Se poi facciamo leva su stati emozionali con l`evocazione di alcuni brani, o dischi interi, dilatando nella memoria il desiderio di qualcosa “che non troviamo più” e con affermazioni del tipo  “quella musica che ha fatto la storia”, facendo entrare in gioco nostalgia e ricordi, possiamo facilmente comprendere come la cavalleresca difesa del passato diventi la prova fondamentale nell`esame di giornalismo rock. Ma gli argomenti appaiono così triti e ritriti da risultare anche monocordi e il rischio è quello di cadere nello scontato.

Cosa sta succedendo realmente?

A mio parere, la chiave di lettura gira in due sensi. Il rock non è morto. Mi sento di affermarlo con tranquillità, di materiale interessante ce n’è eccome … piuttosto è morto ciò che prima era "più facile da vedere", ciò che prima aveva la possibilità di circolare, di essere ascoltato in maniera più diffusa. Il rock, quello autentico, è diventato poco visibile, oscurato oggi da quello in cui  si è tramutato il concetto di business. Non che un tempo anche il rock abbia fatto parte del giro, quando muoveva grandi numeri, ma da allora qualcosa è cambiato. Il modo di fare musica si è trasformato, ciò che dovrebbe essere arte, mestiere, talento,  viene snaturato in primis da programmi televisivi che regalano il successo facile, o meglio, che semplicemente lanciano prodotti già adocchiati dalle major, mettendoli in piazza come potenziale macchina da soldi, e in secondo luogo dalle spinte in radio di interessi sicuramente meno autentici dei propositi che le animavano una volta. “Le case discografiche non cercano queste canzoni e le radio programmano soltanto quello che si immaginano tu voglia sentire. È tutto basato sugli algoritmi” (N.Young). E’ assodato che il rock, al giorno d’oggi, non faccia più parte dell’industria del mainstream e le giovani generazioni si trovino orfane del rock, ma questo a causa, anche, di un sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato. Produrre materiale di qualità, oggigiorno, diventa coraggioso, e sempre più difficile di fronte alla prospettiva di venire oscurati da articoli di più facile consumo. Stilare una classifica sugli ascolti musicali senza considerare le vendite su i-Tunes o le visualizzazioni dei video su You-Tube e gli ascolti su Spotify, significa non considerare la visione della moltitudine.

Primo punto, quindi, bisogna fare i conti con ciò che, nei tempi odierni, rappresenta la fruizione al grande pubblico. Con l’avvento di Internet e della rete, i modelli culturali di riferimento sono stati completamente scardinati, passando da un ordine verticale ad uno orizzontale: la maggioranza della popolazione mondiale è in grado di accedere in qualsiasi momento a tutte le informazioni di cui ha bisogno e che più le interessano. Così accade per la musica. Chi muove i fili ha modificato ciò che dovrebbe rappresentare un bene di qualità in un bene da vendere e consumare in fretta e di conseguenza utilizza, x la sua diffusione, i metodi più veloci ed adeguati ai tempi che corrono. Insomma, non si può pensare che i criteri di fruizione della musica non siano cambiati quando lo sono tutti i mezzi di comunicazione e le tecnologie disponibili. Ormai, chi va in ricerca del supporto, oltretutto economicamente poco vantaggioso? Chi va a leggere le note di copertina? Spesso accade che i ragazzi non sappiano nemmeno ciò che stanno riproducendo le loro cuffiette.

Se ne­gli anni ’70 il sup­por­to prin­ci­pe per ascoltare le canzoni era il vi­ni­le, che pre­sup­po­ne un’alta soglia di at­ten­zio­ne per­fi­no nel­l’av­via­re la ri­pro­du­zio­ne, e il rock rappresentava dedizione e ricerca, oggi la mu­si­ca li­qui­da ci ri­por­ta a un’i­dea di sot­to­fon­do, di contorno, di intrattenimento, ma­ga­ri da sentire sullo smart­pho­ne o da casse bluetooth, dando un sonoro schiaffo a de­cen­ni di stu­di sul­l’al­ta fe­del­tà del suo­no. Una non-mu­si­ca per non-ascoltatori, un pubblico che finisce per selezionare, a caso, quello che più circola in rete, magari playlist preconfezionate. La musica, che godeva di un ruolo centrale nelle giornate delle vecchie generazioni, è rimasta vittima di quell’appiattimento di ideali, di quell’idea di conformismo e omologazione che sono specchio della società odierna. Difatti, secondo aspetto da considerare e del quale non si può non tenere conto, è che ad essere cambiato è proprio il contesto sociale. Il rock è nato oltre cinquant’anni fa in un determinato momento storico, ha seguito un’evoluzione nella proposta musicale ma sempre, in qualche modo, riuscendo a rappresentare i cambiamenti della società. Ha saputo raccontare, per molti anni, gli umori dei giovani, ha incarnato sogni, desideri, rabbia e speranze. Negli anni ‘60 e ‘70, il fermento culturale era bollente, erano gli anni del Vietnam, dell’emancipazione, delle rivoluzioni, ma almeno fino alla metà degli anni novanta, il rock e i suoi sottogeneri hanno funzionato da catalizzatore, passando dalla guerra fredda alle repressioni in Sudafrica, dalla Thatcher alla caduta del muro di Berlino, dalla guerra del Golfo a quella in Jugoslavia, calamitando intorno ad alcuni artisti l’attenzione delle masse.

Negli ultimi anni la situazione economica e sociale in Europa e negli Stati Uniti ha acceso alcune fiammate importanti (vedi Indignados, Occupy Wall Street), ma in nessuno di questi casi la musica ha accompagnato la protesta. Per quale motivo? Credo che la risposta vada orientata sull`addormentamento delle idee, su un sistema di diffusione della cultura che ha ammazzato la cultura stessa, nel quale è sparita la curiosità, la sete di conoscenza, anestetizzata la voglia del confronto, non sulla morte del rock. Le band buone esistono, il rock di qualità è vivo, le proposte interessanti ci sono, ma la musica non ha più nulla di aggregante, ha perso la sua funzione sociale, così come si sono smarriti gli ideali. I concerti live non rappresentano più condivisione e scambio, piuttosto il desiderio di incontrare l’idolo del momento e la musica si sta semplicemente evolvendo nella direzione dettata dai nuovi modelli culturali. Le piazze e le classifiche non godono più del vigore rock di un tempo, è vero, ma non credo che sia questo il parametro più corretto per valutare lo stato di salute di un genere musicale. Semplicemente oggi il rock non rappresenta l’unica voce, ma una delle tante, non ha la stessa forza che aveva decenni fa di muovere le masse, perché forza hanno perso le idee.

Ma affermare che il rock è morto non è esatto e ancora non vi è stato il suo funerale. E se comunque avvenisse in questi tempi, credo che ancora oggi non ci sarebbe un mondo abbastanza grande da ospitare la sterminata presenza al suo commiato. É vero, forse l’offerta è sempre condita da un pizzico di derivazione, ma ciò non significa che non sia all’altezza, che non sappia prendere il meglio dai suoi genitori. Bisogna ricollocarlo, aiutarlo a ritrovare il suo posto in questa società. Difficile, per non dire impossibile, che tornino i tempi delle folle oceaniche per i Beatles e i Rolling Stones, ma nessuna nota di dolore, ad ogni tempo il suo contesto. “Non ho la più pallida idea di dove il rock inizi e finisca. Parte con Link Wray? O con Rocket 88 di Jackie Brenston? Penso che il rock sia vivo, solo cambia di continuo”. (R. Plant)

Magari il rock’n’roll è come quegli spiriti indiani che lasciano il loro corpo per rinascere in nuove forme, come il karma che attraversa ora una vita, poi un’altra futura e il suo mutamento, il suo cambiamento, va solo compreso, oppure il suo fascino arcano consiste proprio nell’emozionare per essere sempre sul punto di morire.