Elogio Della Stranezza

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Elogio Della Stranezza Ti amo proprio per i tuoi difetti e le tue stranezze

29/11/2020 di Roberto Frattini

#Elogio Della Stranezza#Rock Internazionale#Rock

Ti amo proprio per i tuoi difetti e le tue stranezze: ecco una frase che, nonostante poggi su una certa banalità di fondo, non manca mai di sortire il suo effetto
Chi di noi non vorrebbe sentirsi non solo assolto nelle sue mancanze, ma perfino amato proprio per quelle?

Tuttavia, qualcosa di vero in questa cosa ci deve essere, e diventa lampante se applichiamo il concetto alla musica, soprattutto a quella del passato.

Se ci mettessimo, con spirito da vivisettore, ad analizzare i brani che più amiamo, saremmo sorpresi nello scoprire quanto spesso i momenti che ci tornano in mente siano quelli incongrui, strani (l’inglese ha un termine più preciso per dirlo: “weird”), quando non addirittura i veri e propri errori di esecuzione o di produzione. D’altronde è un fenomeno che attiene non solo alla musica, ma all’estetica artistica in generale. Dal naso di Barbara Streisand ai piccoli errori di proporzione nei dipinti di Leonardo, è cosa nota che, nell’ambito di una generale eccelsa qualità, sono proprio le piccole incongruenze, le incrinature quelle che conferiscono carne e fascino al soggetto estetico.

Ma torniamo alla musica. Spesso, dagli errori o dalla ricerca voluta dello “strano” sono partiti degli scatti in avanti, dei progressi, tanto nella costruzione di nuovi suoni quanto nella scrittura musicale.

Tutti, più o meno, abbiamo presente l’intro della hendrixiana Purple Haze: quell’alternanza di intervalli di quinta bemolle (il tritono, il famoso diabolus in musica, come veniva chiamato nel medioevo), che incedono lenti e inesorabili, quasi evocando il passo pesante di un tremendo orco delle favole.

Non ricordo se qualcuno sia riuscito a ricostruire, ascoltando le testimonianze, la genesi di quell’intro. Non è importante saperlo.

Quello che conta è pensare all’effetto che quell’inizio assurdo deve aver fatto ai ragazzi del 1967. Oggi le nostre orecchie sono decisamente più smaliziate e, oltretutto, il pezzo ci è così familiare da aver perduto il suo effetto straniante. Ma nel 1967, dev’essere stato un bel colpo ascoltarlo.

Ora chiediamoci: cosa sarebbe successo se Chas Chandler, produttore del brano, avesse fatto quel che, probabilmente, farebbe un produttore pop medio dei nostri tempi, ovvero dire qualcosa come: “Oh, Jimi, sei impazzito? Stiamo facendo rock blues. Che è ‘sta roba da film dell’orrore?” Ci saremmo persi qualcosa di memorabile, nel senso stretto del termine.

Questo era un esempio di stranezza voluta, cercata. Pensiamo ora allo strano che nasce per puro caso, per errore. Ad esempio, agli accordi sbagliati in alcuni arrangiamenti dei Beatles, lasciati così com’erano dal geniale George Martin. Oppure alla traccia vocale di Heroes, dove Bowie, quando va su, si permette delle stonature abbastanza evidenti, e non pensa minimamente di correggerle con altre takes (all’epoca non c’era il famigerato autotune), perché è proprio in quelle stonature che chi ascolta cessa di sentire la star, il Duca Bianco, e avverte invece l’umanità di chi sta cantando, la passione, il coinvolgimento.

Ancora una volta, in questi esempi, è lo strano, l’incongruo, il disarmonico ad emergere e a fare di un brano qualsiasi un pezzo unico.

Chiuderei con le cose dette, pochi anni fa, da Brian Eno, a proposito delle possibilità infinite di editing che i moderni software di registrazione offrono praticamente a chiunque, a portata di “click”. Il vecchio Brian ci mette in guardia da quello che potremmo definire “editing compulsivo”, dalla smania incontrollabile di perfezionare e limare tutto. Perché questo si traduce nel fare una plastica al naso di Barbara Streisand, se capite cosa intendo.