Cosa Resta Del 2021

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Cosa Resta Del 2021 La redazione di Mescalina ci guida attraverso alcune delle uscite migliori dell' anno che giunge alla fine

27/12/2021 di Redazione

#Cosa Resta Del 2021#Rock Internazionale#Alternative

Siamo arrivati alla fine di questo travagliato 2021. Abbiamo pensato fosse utile e piacevole dare uno sguardo a quanto di interessante, a nostro avviso, abbiamo ascoltato e visto. Certo, molte sono le cose rimaste escluse, anche minori, ma non meno interessanti. Ma per tutto questo potete rivolgervi alle nostre pagine, sempre ricche di segnalazioni ed articoli.
Laura Bianchi

Per il primo concerto dell’anno ho dovuto aspettare maggio: i Sulutumana al Sociale di Como. Il profumo del teatro, le luci che si spengono, i suoni che si accendono, finalmente, dal vivo, vivi. I respiri che riprendono quota. Da quel momento, con mille cautele, sono stati tanti i concerti a cui ho avuto il privilegio di assistere: la grande scommessa del Festival Como CittaÌ€ della musica ha portato sulle rive del Lario Paolo Fresu Devil Quartet, Uri Caine, Treves Blues Band; Lugano ci ha regalato i Mandolin Brothers, Tosca, Davide van de Sfroos, i Vad Vuc; a Como, la sempre meritoria Officina della musica ha visto, fra gli altri, gli Smallable Ensemble, Lowell Levinger, Max Manfredi, Alessandro Sipolo; il cuore di Milano ha ricominciato a pulsare con i De Sfroos al Carroponte, Capossela al Blue Note, Pinomarino al Germi, gli Eugenio in Via Di Gioia all’Alcatraz, Semprini allo Spazio Teatro 89, Larocca al Garage Moulinski, Paolini, Monguzzi e Saba Anglana allo Strehler.




Del 2021, mi restano queste emozioni, sospese fra lacrime, green pass, mascherina, distanziamento, occhiali che si appannano e batticuore. Ma tutto questo ci ha permesso di ridere, cantare, ascoltare musica dal vivo, guardare negli occhi i nostri amici dopo un anno e mezzo, percepire il sollievo di chi lavora in questo delicato, difficile, meraviglioso mondo della musica dal vivo, del teatro, della cultura. Anticorpi per l'anima, insomma. Grazie a quanti hanno fatto siÌ€ che potessimo tornare a vivere, a gioire.
 
Pietro Cozzi
 
Nessun elenco, nessuna lista, nessun suggerimento quest'anno, solo una micro-riflessione. “Ecco, la musica è finita/Gli amici se ne vanno”: così esordiva un indimenticato e indimenticabile classico della canzone italiana, reso celebre dall'interpretazione di Ornella Vanoni. Ci siamo arrivati davvero? Le ripetute notizie, o anticipazioni, dei tanti fuoriclasse che vendono a caro prezzo i diritti di utilizzo delle loro canzoni (Neil Young, Paul Simon, Bob Dylan, forse Springsteen) lasciano l'amara sensazione che la bottega stia davvero per chiudere. Visto che non ci sarà futuro, tanto vale monetizzare al prezzo migliore il passato, e chi vivrà vedrà. L'idea stessa di novità sembra negata, sia come creazione di un contenuto (per quanto possibile) originale, sia banalmente come concetto di “nuova uscita”: il meglio è già andato, e tanto vale limitarsi a rispolverare o lucidare gli archivi, come conferma il proliferare di riedizioni & ristampe per portafogli adatti (e anziani).

Il sistema non regge più, e il Covid gli ha forse inferto il colpo di grazia. In questo la musica se la passa infinitamente peggio degli altri settori intorno a cui ruota Mescalina, come i libri, o i film, che restano in qualche modo attaccati allo sviluppo, alla trama, alla curiosità per quel che succederà. La musica invece non promette nulla e richiede un livello di impegno e di attenzione forse ormai incompatibile con la frammentazione del nostro quotidiano.

Tanto vale limitarsi a spiluccare un po' da Spotify: chi è senza peccato?    

 
Leandro Diana

Cosa resta del 2021? Non molto, sembrerebbe. La memoria, come al solito, non serve a molto, quindi ho cercato di aiutarla con vili mezzucci quali la lista degli acquisti online, le classifiche delle canzoni più ascoltate dell’anno, etc. Ma non ho trovato molto da aggiungere a quello che mi era già sovvenuto spontaneamente. Ovviamente domani leggerò la classifica di qualche amico e mi dirò “come ho fatto a dimenticare le cose migliori!”. Vabbè, fa parte del gioco.
 Innanzitutto, The Horses and the Hounds, con cui James McMurtry ha messo una seria ipoteca sul gradino più alto del podio dei suoi capolavori. Ex aequo, direi, con il gioiello acustico di Anders Osborne, Orpheus and the Mermaids, anch’esso in odore di miglior disco della carriera. Sono questi due gli highlights assoluti del mio 2021. Ancora molto bello, dopo un anno di ascolti, Holy Ground, il primo disco dei Dead Daisies con Glenn Hughes alla voce (e al basso, ovviamente). Sorprendentemente ispirato l’esordio, omonimo, dell’inedito duo formato da Richie Kotzen e Adrian Smith. Tornano ad una certa ispirazione, a sprazzi, gli Iron Maiden con Senjutsu.

 Ma forse il regalo migliore che possiate farvi al reparto “nostalgia canaglia” è il cofanetto Ultimate che raccoglie i tre dischi di studio dei Georgia Satellites più succose bonus tracks (e occhio al live di prossima uscita!).

La terra italica delle major si conferma una landa desolata in cui l’unico bel disco da segnalare è stato Ho Sognato Pecore ElettricheIDreamed Electric Sheep della Premiata Forneri Marconi. In campo “underground” registro invece la bella novità degli Holebones, che iniziano la loro avventura discografica con Loud ma che certamente sentiremo ancora in futuro. Altre belle scoperte sono state Hubert Dorigatti con il suo Stop e Spookyman and the All Nighters con le atmosfere (ovviamente, dato il nome) notturne di Blood Sweat and Tears. Ottime conferme dai veterani del blues più intenso e verace Mauro Ferrarese e Ale “Lone Ol’ Dog” Ponti, rispettivamente con Still Walking e Dead Railroad Line Chronicles.

Alcune cose davvero molto belle, altre che si assestano su buoni standard ma non sempre davvero indimenticabili. Forza 2022, puoi fare di meglio!

Alfonso Fanizza

Come da consuetudine, arrivati in questo particolare periodo dell’anno, ci si guarda sempre indietro e pensando all'anno appena trascorso si tirano, in qualche modo, le somme ma, soprattutto, dato il delicato momento che stiamo vivendo, ci si interroga ancora di più su cosa questo malconcio 2021 ci ha lasciato di buono in eredità almeno dal punto di vista musicale (e non solo).
Mettendola sul piano musicale, quindi, per quanto mi riguarda, il 2021 è stato un anno decisamente positivo, tra nuove scoperte e vecchie conferme, sono diverse le produzioni che mi hanno conquistato tanto da entrare di diritto nella mia classifica personale.

Non hanno deluso Amerigo Verardi con Un sogno di Maila e Iosonouncane con IRA, entrambi destinati a non deludere le aspettative e che si sono riconfermati abili compositori pubblicando due capolavori dallo spessore assoluto.Un altro agognato ritorno, la band statunitense Dinosaur Jr. con Sweep into the Space che pur rimanendo legata a determinate sonorità riesce sempre a fare breccia nel cuore dei suoi estimatori.
Un anno contrassegnato anche da piacevoli scoperte, dal dream pop degli inglesi Still Corner con il loro quinto album The Last Exit all’indie pop dei texani Sun June con il loro secondo album Somewhere, passando per il post-rock degli emergenti Black Country, New Road con il disco d’esordio For the First Time. Menzione speciale anche per gli Idles che si confermano tra le band  del momento con il nuovo Crawler.

 Passando alla sezione extra musicale, invece, nulla da segnalare tranne la pseudo-serie TV Strappare lungo i bordi di Zerocalcare, una piacevolissima graphic novel trasportata sullo schermo, divisa in episodi, da gustare tutta d’un fiato. Un’opera dalla bellezza disarmante che ti conquista e che fai tua.

Ambrosia Silvia Jole Imbornone
 
Nell’anno del settecentenario della morte di Dante, non siamo ancora usciti dall’inferno del COVID-19, ma siamo rimasti un po’ nel Limbo, non senza la compagnia di spiriti magni.
 Tra le uscite dell’anno segnalo ad es. l’ispirata collaborazione di Sufjan Stevens e Angelo De Augustine, con gli incanti dell’alt-folk cinematico d’atmosfera di A Beginner’s Mind, l’eleganza delicata e rarefatta di Marissa Nadler nel suo The Path of the Clouds e gli arrangiamenti colorati e le sfumature interiori di Michelle Zauner/Japanese Breakfast nel suo delizioso e variegato Jubilee; tra gli esordi, degni di nota sono per es. l’algida, amara e levigata bellezza del post-punk dei Dry Cleaning, capeggiati da Florence Shaw, con il loro ipnotico New Long Leg, prodotto da John Parish, o lo stile raffinato e l’efficacia dei testi di Arlo Parks con il suo Collapsed in Sunbeams. Non si può dimenticare inoltre l’osannato ritorno dei Low con il magistrale HEY WHAT, che, partendo da coltri di suoni cupi, sintetici ed elettrici, stranianti e caotici, prova a cercare una catarsi tra vette galattiche, luminose e poetiche. Per gli artisti italiani, rimando direttamente alle recensioni dei nostri preziosi collaboratori.

Ma con noi non c’è stata solo la musica nel 2021: con la riapertura di mostre e musei, segnalo per esempio una drammatica edizione della mostra World Press Photo, tra tende degli abbracci, distanze, confini, incendi, esodi dolorosi, armi e oceani inquinati dalle mascherine, che uccelli, pesci e mammiferi animali scambiano per cibo.

In campo cinematografico, spunti di riflessione sono arrivati ad es. di recente da due commedie, una sul passato (ma non solo) e una su un presente distopico (ma non troppo): The French Dispatch di Wes Anderson punta il suo sguardo ironico su certi reporter innamorati delle periferie, sull’arte contemporanea, sulla contestazione studentesca, sulla figura del critico gastronomico e sul genere poliziesco, consentendo di riflettere una volta in più sul rapporto del giornalista e dello scrittore (borghese) con la realtà, sulla sua presunta neutralità e solitudine. Don’t Look Up di Adam McKay ci mostra invece una politica ottusa e concentrata solo su interessi personali ed economici, una scienza inascoltata a cui è imposto l’imperativo mediatico di essere rassicurante e di farsi assorbire dalla frivolezza sghignazzante che domina certi talk show, o il web che riduce tutto a meme. E poi la catastrofe, non evitata. E noi? Riusciremo a salvare il pianeta minacciato da cambiamenti e disastri climatici? Chissà, intanto chiudo con una qualche speranza, rivolgendo al 2022 le parole di Tahar Ben Jelloun (da Dolore e luce del mondo):

Tu che sei nato all’alba
Dimmi la bellezza del mondo
Io so il dolore e l’assenza
Allora dimmi cosa fa il cammino
Cosa rende l’uomo migliore
Cosa si innalza davanti a te
Che tu sia infanzia o vecchiezza
Tu hai il senso taciuto della luce”. 

Arianna Marsico

Dire cosa resterà di questo 2021 è strano. Il mondo della musica e dello spettacolo in genere ha sostanzialmente appena ripreso a camminare con le stampelle, le uscite di film e dischi e le date dal vivo a volte vengono posticipate. E fino a quest'estate la musica, i film e l'arte in genere sono stati un conforto e un appiglio insostituibile nelle serate di coprifuoco...

Our band could be your life cantavano i Minuteman e mai come in questi due anni è vero. Dischi come Carnage di Nick Cave e Warren Ellis e Assembly di Joe Strummer hanno rispettivamente descritto le nostre inquietudini e ci hanno rassicurati con quel gusto di passato sempre presente. Gli Sleaford Mods con Spare Ribs lanciano una bomba a mano sulle ingiustizie sociali, su tutti i problemi che ardevano già sotto le ceneri della società del benessere a tutti i costi e che ora hanno fatto divampare un incendio senza fine.
 
 Quegli stessi problemi individuati da Cristina Donà che con deSidera (Altro che aperitivo ci siamo bevuti il pianeta) mescola la compostezza del dolore all'elettronica preistorica e la catarsi.

Un lavoro come Gibbone degli I Hate my Village fa riscoprire "l'animale che mi porto dentro". Ed ecco, il vuoto enorme lasciato dalla scomparsa terrena di Franco Battiato, incolmabile, il rendersi conto ancora una volta di quanto la sua musica sia un lascito imprescindibile.  C'è la monumentalità di IRA di Iosonouncane, la meraviglia di Cuore Libero di Bobo Rondelli.
 
 
E poi c'è il ritorno dei concerti, con mille problemi e un'intensità pazzesca nelle esibizioni perché gli artisti erano quasi increduli nel trovarsi di nuovo il pubblico davanti, pronto a sobbarcarsi ogni trafila prevista dalla legge pur di esserci. Dischi coraggiosamente usciti nel 2020 che hanno pazientemente aspettato per arrivare sui palchi. Personalmente il live degli Zen Circus è stata una sassata al cuore a livello emotivo, era dal 2019 che non li vedevo dal vivo e L'ultima casa accogliente era uscito a fine 2020, denso di contenuti ed emozioni. Forse alla fine ciò che in fondo rimane è che senza musica, soprattutto dal vivo, si potrà pur vivere, ma è un vivere male.

Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette”

(Frank Zappa)
 
Marcello Matranga
 
 Un anno ricco di tanta buona musica e bei libri. Un anno in cui si sono avvicendati ascolti molto vari e molto stimolanti come quello relativo al terzo album della J.&F. Band, Me and the Devil (della italiana Long Song Records), o il ritorno di un gigante texano come James McMurtry che ha saputo incantare con The Horses and the Haunds. E’ stato certamente l’anno di Neil Young che nel giro di meno di dodici mesi ha fatto uscire il secondo volume del monumentale Decade, ha proposto tre live album eccellenti come il formidabile e selvaggio Way Down in the Rust, elettrico, Shakespeare in Love e lo strepitoso Carnegie Hall 1970, acustici e solitari ma dall’impatto devastante, ed il ritorno con i fidi Crazy Horse del deludente Barn. Dischi che testimoniano grandezza passata, ma anche la difficoltàdi restare a certi livelli. A corredo si aggiunga il volume di Marco Denti su testi scelti del canadese nell’ottimo Walk Like a Giant (Arcana), che offre uno sguardo non convenzionale sulla scrittura del canadese. Anche Bob Dylan è riuscito a colpire il cuore con un volume bellissimo delle celebri Bootleg Series arrivate alla sedicesima uscita. Springtime in New York è un gioiello imperdibile per chiunque voglia immergersi nel processo creativo di colui che è considerato, a ragione, uno dei riferimenti assoluti nel panorama musicale mondiale. Belle cose sono arrivate da personaggi poco noti come Mike Younger con lo strepitoso Burning The Bigtop Down, Nick Waterhouse con Blue Parade, ma anche John Paul Keith con The Rhythm of The City, ed il sorprendente John R.Miller con il suo eccellente Depreciated, rimasto fisso sul piatto per mesi, e del quale sono riuscito a non parlarvi. Chiudo includendo il bellissimo disco di esordio di Arlo Parks, Collapsed In Sunbeams, che ho continuato ad ascoltare fin dall'inizio dell'anno. Un pregevole mix di testi interessantissimi e musica meno originale, ma molto piacevole.
 
 Il disco live dell'anno è quello dei Brothers, un quadruplo CD semplicemente fantascientifico. Un evento unico, una celebrazione della storia musicale di uno dei gruppi più amati di sempre, la Allman Brothers Band.
Il panorama indigeno si fregia di uscite notevolissime come quella di Andrea Parodi che con il suo Zabala ha compiuto un vero miracolo con canzoni “ricche” di ospiti clamorosi senza che questi prendessero il sopravvento. Poi Paolo Ercoli che vediamo da anni sui palchi ad accompagnare musicisti incredibili e che, finalmente, ci ha regalato il suo primo disco solista. La conferma dei sempre grandi The Gang che ci hanno regalato un'altra perla con Ritorno al Fuoco. Chiudo con due segnalazioni. La prima riguarda lo stupendo libro di Mauro Zambellini che "porta" l'Allman Brothers Band ad avere un testo loro dedicato nella nostra lingua (e non tradotto). Un evento vero e proprio per il quale ringraziamo la Shake Edizioni che ha creduto nel progetto. Poi il magnifico regalo natalizio arrivato dai Mandolin Bros, che hanno registrato un live formidabile disponibile sul canale YouTube della band che ha donato emozioni intense che solo grandi band possono offrire.  
 
Ora non ci resta che augurare un buon 2022 a tutti!