Blues

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Blues Viaggio Nel Blues. La Partenza

27/12/2020 di Roberto Frattini

#Blues#Jazz Blues Black#Blues

Comincia, con questa prima parte, un viaggio nel Blues. A proporcelo, con la conoscenza e l'assenza di banalità che sono il suo tratto distintivo, Roberto Frattini.
Pare che quattro secoli or sono, fra le brume delle isole britanniche, quando la gente si sentiva triste o provava un senso di forte disagio dicesse: “Ho i diavoli blu”. In particolare, lo diceva riferendolo ai postumi di una bevuta. Almeno, questo è quel che ci fanno sapere gli storici della lingua inglese. Sempre loro ci assicurano anche che proprio dall’espressione di epoca elisabettiana to have the blue devils deriva quel to have the blues, in uso nell’inglese del popolo afroamericano dall’Ottocento in poi, da cui, infine, risulta il termine blues.

Questa breve ricostruzione etimologica non è solo uno sterile sfoggio d’erudizione, perché le parole hanno un’anima e sono cariche di principi evocativi attivi nella realtà: lo sanno bene quelli che s’occupano di mistica o di magia, ma il concetto non suonerebbe estraneo neanche ad uno psicologo del linguaggio. Dunque, se vogliamo capire qualcosa di più sul blues, è dalla parola che bisogna partire.

Cosa ci dice, allora, questo percorso linguistico attraverso i secoli? Innanzitutto, ci fa venire in mente due cose: la prima, più leggera, è che in qualche modo il diavolo (i diavoli) col blues c’entrava fin dall’origine; la seconda è che, prima d’essere musica, il blues è uno stato d’animo, una condizione dello spirito.

Per gli afroamericani del sud degli Stati Uniti, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, “avere i blues” significava qualcosa di ben preciso e di non facilmente definibile in altri termini. Non si trattava solo di tristezza, così come molti, frettolosamente, hanno tradotto il termine (di passata, ricordiamo la ridicola traduzione d’epoca fascista di St. Louis Blues con Tristezze di San Luigi), ma di malinconia, sentimento di perdita, inadeguatezza, nostalgia e senso di sradicamento perenne. Qualcosa di assimilabile, probabilmente, alla saudade dei portoghesi e dei brasiliani. A ben vedere, il sentimento che poteva comprensibilmente provare un popolo che era il risultato di una delle più disumane deportazioni di massa che il genere umano ricordi. Strappati brutalmente alla loro terra d’origine, trattati men che come bestie, come cose, schiavizzati: veniva loro impedito con ogni mezzo di ricordare le proprie radici, la propria cultura, le proprie credenze religiose e, anche, la loro musica, in un processo sistematico di annichilimento. Già, perché i padroni non sopportavano che gli schiavi cantassero la loro terra, raccontassero le loro storie e suonassero la loro musica: a loro era consentito solo di eseguire gli inni sacri di quella religione cristiana che gli veniva imposta con la forza o, durante feste e ricevimenti, di allietare i bianchi con canzoni umoristiche e musica della tradizione europea.

Che altro poteva sentire, questa gente, se non il sentimento del blues? E quale altro sentimento, se non quello, poteva dare origine alla loro musica popolare?

Tuttavia, bisogna stare attenti a non scivolare sul declivio della retorica. Sarebbe un errore sostenere, come molti entusiasti hanno fatto in anni passati, che il blues – tanto la musica quanto lo stato d’animo che l’ha originata – sia sempre il nobile grido di dolore di un popolo oppresso. Basta fare una panoramica sui temi trattati nei testi del blues, anche tenendo conto del cosiddetto double talk (sorta di linguaggio cifrato usato dagli schivi per non farsi intendere dai padroni che ha poi informato anche molti testi del primo blues) per rendersi conto che la malinconia e lo sconforto sono spesso causati da motivi ben più prosaici e individuali. Innanzitutto, come sempre è accaduto nella storia delle arti prodotte in ogni epoca e a qualsiasi latitudine, quello della frustrazione amorosa. Da questo punto di vista, il grande Son House, in una famosa intervista, taglia corto: “Non c'è che un genere di blues, ed in qualche modo equivale a quello che c'è tra un uomo e una donna che si amano... quest'amore, in certi giorni, ti fa sentire triste e malinconico... ed è qui che si parla di blues!”. Una visione parziale, certo, ma non lontanissima dalla verità.

In anni passati, spinti anche da lodevoli intenti, alcuni musicologi e molti appassionati hanno voluto forzare il blues entro i paradigmi della musica folk di protesta. Questo atteggiamento è stato tenuto sia dagli intellettuali progressisti del folk revival sia da quelli afroamericani impegnati nel movimento di affermazione dell’orgoglio africano dagli anni ‘60 in poi (almeno in parte, ne è un esempio anche lo storico saggio di Leroi Jones/Amiri Baraka Il popolo del blues). Certamente, questa componente è presente nell’humus culturale che ha prodotto il blues e che lo nutre, ma le cose non sono così nette. Non bisogna dimenticare mai che la poetica del blues è, nella maggioranza dei casi, estremamente individualista, cosa che si esplicita simbolicamente anche nella classica figura del bluesman: un solitario, un outsider emarginato non solo dall’odio raziale dei bianchi, ma a volte anche dalla sua stessa comunità, uno visto come cattivo soggetto da cui i genitori delle famiglie “per bene” tenevano lontane le proprie figlie, bersaglio privilegiato di anatemi da parte delle autorità religiose.

La “musica del diavolo” veniva ritenuta tale dai ben pensanti delle comunità afroamericane del sud degli States non tanto perché avesse a che fare con Satanasso in persona, quanto per il fatto che trattava, con grandissima sincerità e schiettezza, di temi profani e assolutamente individualistici.

Ai primi del ‘900, quando il blues propriamente detto nasce nella zona del Delta del Mississippi, il bluesman “tipo” non si sente frustrato solo e sempre in quanto appartenete ad un popolo oppresso: ha invece preoccupazioni che sono, sovente, del tutto egoistiche e molto immediate. La frustrazione espressa nella gran parte dei blues è sentimentale, sessuale (molto spesso, ed è uno degli elementi di grandissima modernità di questa musica, la prima a trattare con schiettezza certi argomenti quando nessuno osava), economica. Che poi tale frustrazione individuale fosse il frutto di quella collettiva e delle condizioni sociali generali in cui versava la gente a cui i bluesman appartenevano, questo è altro discorso.

Ma sempre tenendosi lontani dalla retorica, un altro mito da abbattere, almeno in parte, è proprio quello che vede il blues solo come la musica del dolore, della sofferenza e della tristezza. Non di rado, il blues è anche la musica del sabato sera (basti pensare ai juke joint, le baracche adibite a locale notturno nelle zone rurali dove si suonava), è anche musica danzereccia, energetica e perfino gioiosa.

Già da tutto quel che abbiamo detto finora si intuisce una cosa: blues vuol dire molte cose diverse. Uno dei più grandi fraintendimenti riguardanti questa musica è quello che si estrinseca nella seguente, classica affermazione: il blues è semplice. A questa ne segue, in genere, un’altra riguardante la sua estetica musicale: il blues è sempre uguale, è monotono.

Beh, lasciate che ve lo dica: soprattutto se si parla di blues delle origini, di quello rurale prebellico, difficilmente si può trovare un genere musicale più sfaccettato, vario ed eterogeneo. Basta spostarsi di qualche chilometro lungo il sud-est degli Stati Uniti per ascoltare decine di stili diversi di blues. E non solo: dato il fatto che tutti i primi bluesman imparavano a suonare da autodidatti assoluti (nei primissimi tempi, spesso anche senza aver mai sentito un disco o ascoltato la radio), ognuno di loro sviluppava uno stile personalissimo, tanto che sentire cento musicisti blues di quegli anni vuol dire sentire cento cose in parte o del tutto diverse.

Insomma, si fa presto a dire “conosco il blues”, pensando ad un pezzo in dodici battute con una progressione tonica-sottodominante-dominante (o “1-4-5", come diciamo noi musicanti non accademici). In realtà, conoscere davvero il blues significa compiere un viaggio suggestivo e affascinante in tanti luoghi diversi, sia geografici che musicali.

Ed è proprio questo quello che vi propongo: un viaggio nel blues, così come potremmo farlo lungo un fiume, magari quel Mississippi che l’ha visto nascere, dalla sorgente al mare. Anche se, come vedremo nel prossimo appuntamento, questo viaggio non parte dalla sorgente, ma dal delta. Anzi, Il Delta.