Mattanza

Mattanza

I Mattanza, nu servu e nu Cristu


26/05/2011 - di Francesco Bove
***Una mattanza è un periodo in cui si susseguono azioni mafiose particolarmente crudeli e violente tra cosche o contro lo Stato. Mi piace partire da questo tipo di mattanza e non dalla più tipica derivazione etimologica legata alla pesca del tonno per spiegare l´etica di uno dei gruppi popolari italiani più interessanti in circolazione.
Oggi esiste un altro tipo di mattanza ed è quella riferita allo sradicamento costante e abituale della nostra cultura, delle nostre radici ad opera di governanti pedissequi, di artisti che non hanno ancora incontrato la vera essenza dell´Arte, di persone che preferiscono turarsi il naso e le orecchie perché la nostra Storia, ormai, non è un argomento hype.
I Mattanza perseguono da anni, invece, un obiettivo ambizioso, non affatto elitario, che è quello di ridare Storia ad un popolo (se ragioniamo in micro, quello calabrese ma il loro discorso è universale) destinato a morire. Perché esistono diverse morti, dell´anima, culturale, spirituale che portano inevitabilmente all´irrigidirsi del cuore pulsante di un corpo, di una terra.

Mimmo Martino, leader e cantante del gruppo, porta avanti un progetto politico, oltre che musicale, un fiore all´occhiello che merita la giusta attenzione sia per qualità artistica che per intento.
Dal 1976 assieme ai suoi musicisti lavora ad un linguaggio popolare che possa inglobare quel ricco vocabolario del Sud composto non solo da parole ma da suoni, filastrocche, proverbi destinati, col passare del tempo, ad essere dimenticati.
L´approccio alle storie da raccontare di Martino ricorda molto quello di Italo Calvino, comparativo ed esemplificativo, e punta piuttosto a far emergere il Vero di un popolo variegato ma accomunato da una stessa origine che non può cadere nell´oblio.

Il progetto dei Mattanza si basa sulla storia non scritta, su quella tradizione orale molto più vicina al lavoro di ricerca di un Titino Carrara piuttosto che all´indole pop di altri progetti più famosi legati alla tradizione.
Nonostante sia quasi d´obbligo catalogare – in un mondo che ragiona per etichette – i Mattanza come gruppo etno-folk, in realtà la loro musica va più lontano abbracciando anche l´attitudine blues  e il cantautorato italiano di protesta degli anni ´70.
Un´attività che ricalca, per certi aspetti, il percorso etnografico della NCCP e che unisce l´attualità al ricordo, che difende appassionatamente e onestamente un passato troppo spesso violentato e saccheggiato senza ritegno.
Questo senso di appartenenza forte e radicato nel gruppo non regionalizza affatto un´espressione musicale potente ed energica, che arriva a superare i confini geografici a dispetto di una lingua, quella calabrese, che potrebbe ai più apparire incomprensibile.
C´è un motore inarrestabile che muove questo interessantissimo progetto, che rende fruibile testi e storie appartenenti alla Calabria anche in terre distanti dell´Est Europa. Infatti in un tour nato casualmente grazie all´aiuto di una fan ungherese di stanza a Reggio Calabria, i Mattanza sono riusciti a toccare diverse città dell´Ungheria ricevendo consensi di pubblico e critica.

Ma, accanto ad un´intensa attività live, i Mattanza vantano anche una discografia che raggiunge vertici alti con “Nesci suli”, disco manifesto del 2003.
Lavoro raffinato e polifonico,  dai ripetuti ascolti viene fuori una freschezza e un´originalità fuori dal comune negli arrangiamenti, tredici musiche che aderiscono perfettamente al testo e un ensemble che comprende nove ottimi elementi.
In breve, “Nesci suli” può essere, senza errori, definito come uno degli album più importanti della storia del folk italiano per il lavoro filologico che sta alla base e non solo per l´aspetto più squisitamente musicale.
Una ricerca che porta all´utilizzo anche di dialetti come il grecanico, a rischio di estinzione, parlato in alcune città dell´entroterra reggino e legato al mondo ellenico che fa percorrere a Martino la stessa strada battuta da Filippo Violi, direttore scientifico dell´IRSSEC (Istituto Regionale Superiore di Studi Ellenofoni della Calabria).
Uno studio in musica, coinvolgente, appassionato che ritroviamo anche in “Viaggio” che contiene un episodio fondamentale, cioè “Vitti na crozza” , struggente e intensa, finalmente restituita al pubblico nella sua versione originale, ripulita dal “tirullalero” del ritornello che la rendeva una canzone spensierata.  In realtà una “crozza” è un teschio e la canzone parla di dolore e morte.
Lo stesso discorso vale per “Calabrisella mia”, che nell´album viene proposta in una versione molto moderna (“Kalavrisella”), il cui ragazzo ruba il famoso fazzoletto alla donna alla fontana senza restituirlo perché gli serve per piangere. Un pianto che si colora di disperazione perché deve emigrare a Napoli per studio e affrontare, quindi, un viaggio difficile e, per certi aspetti, pericoloso.

Questi sono solo alcuni esempi di un lavoro ben più stratificato e complesso che Mimmo Martino con i suoi Mattanza porta avanti da anni, dallo spirito veramente popolare rivolto soprattutto al pubblico, a quel “servu” (della canzone “Nu servu e nu Cristu”) che si rivolge al Cristo in croce per distruggere al posto sua la “malarazza” a cui appartiene il suo padrone. Ma il servo, a differenza del Cristo in croce, non ha chiodi alle mani e ai piedi e può reagire liberamente.
Allo stesso modo, parafrasando la risposta del Cristo al servo, possiamo riappropriarci della nostra cultura, della nostra vita, testimoniando la nostra presenza come Popolo e non come massa indistinta e la Musica può essere la nostra arma principale.