Eric Gales

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Eric Gales Eric Gales quando l'anima blues sposa il rock duro

21/11/2020 di Dario Di Giulio

#Eric Gales#Rock Internazionale#Rock

Eric Gales ad oggi è il miglior chitarrista al mondo di rock blues. Sembrerebbe un'affermazione di qualche fan sfegatato, invece a dirlo è un altro big della sei corde, Joe Bonamassa.
Eric nasce a Memphis e il suto talento cresce rapidamente. Già all'età di 4 anni prende le prime lezioni di chitarra dai due fratelli: Little Jimmy King famoso bluesman morto nel 2002 e Eugene Gales bravo anche come bassista. Con fratelli così è facile crescere bene, ma potrebbe essere anche un rischio, visto che Eric avrebbe potuto facilmente riproporre la stessa formula adottata dai due fratelli, ovvero blues alla Albert King o Stevie Ray Vaughan con venature soul-funk, stile Stax, e qualche accenno rock.  Eric invece prende un'altra strada e decide di fondere la sua anima blues di uomo del sud con un approccio rock più muscolare e tecnico. Rispetto al fratello Little Jimmy King è decisamente su un altro pianeta in fatto di fraseggio e non si limita solo a riproporre le solite frasi sulla scala pentatonica e blues ma arricchisce il proprio vocabolario con tecniche che provengono da altri generi come tapping, arpeggi su scala e perfino passaggi minori armonici e diminuiti che dimostrano una conoscenza totale dello strumento.

La sua esibizione con Santana a Woodstock ‘94, appena ventenne, fa intendere senza alcun dubbio che nel mondo delle sei corde sta nascendo un vero e proprio talento che la stampa americana paragona immediatamente a Hendrix (anche Gales è mancino) e a Stevie Ray Vaughan per via della sua esuberanza con lo strumento. Ma Eric in cuor suo ha una precisa visione musicale e gruppi storici della scena rock e hard rock che lui ha ascoltato molto, lo hanno aiutato a sviluppare uno stile, sotto l'aspetto dei riff, molto tagliente. Eric Gales, in poche parole, si discosta decisamente da quel blues rock fatto di shuffles e riferimenti ai suoi miti, per abbracciare, grazie anche alla frequentazione e allo studio di Joe Satriani, Eric Johnson e Steve Vai, un filone hard rock che spesso è borderline con il metal. 

Va detto però che la sua impeccabile tecnica, in molte occasioni è piuttosto straripante a discapito della melodia che talvolta fatica a farsi largo e questo rende l'ascolto di alcuni suoi dischi alquanto impegnativo. Qui va detto che la comparazione con Joe Bonamassa è più che palese. Fortunatamente Eric compensa il tutto con il suo straordinario feeling che è davvero notevole soprattutto nelle esibizioni live.  Di Gales si può affermare che (insieme a Joe Bonamassa e Robert Randolph, artisti della stessa etichetta Provogue Mascot) è una delle punte di diamante di un genere dove il blues si mischia, senza tanti complimenti, con il rock duro dando libero sfogo a fraseggi assassini che mettono in mostra capacità tecniche non comuni. 

L’esordio discografico di Eric Gales, The Eric Gales Band (Elektra Records) è targato 1991. Sono passati quasi 30 anni e fino ad oggi Eric ha sempre realizzato album di notevole spessore tecnico e di ottima qualità. Il disco è il suo biglietto da visita, mettendo subito in chiaro di che pasta è fatto. L'album ha un approccio molto potente e pirotecnico e non conosce momenti di calma o riflessivi: hard-rock-blues sparato a tutto volume come una Ferrari a Monza.  Diverso e decisamente più blues il disco con i 2 fratelli (Little Jimmy King e Eugene Gales) del 1996 intitolato The Gales Brothers Left hand Brand. Qui Stevie Ray Vaughan e Albert King sono le influenze più marcate. I duelli con le altre due chitarre sono emozionanti e si susseguono per tutto il disco, un lavoro che apre anche al Memphis soul, al funk e al R&B.  Nei successivi album, sempre molto ben curati dal punto di vista tecnico, Eric riprende la sua strada maestra con un suono più corposo e solido che diventerà, a tutti gli effetti, la sua cifra stilistica, il suo marchio di fabbrica. Probabilmente quello stile diventerà anche il suo grande limite, perché gli impedirà di andare oltre il proprio orizzonte, rendendo così l'ascolto dei suoi lavori un po' monotoni. Il vero salto di qualità avverrà con il passaggio all'etichetta Provogue-Mascot che produce lo splendido Middle of the roaddel 2017. Un disco dove le influenze funky e soul prendono il sopravvento sul blues più duro del passato e il timbro della sua chitarra si fa più pulito e più elegante. I cori soul femminili sono particolarmente efficaci, gli assoli non sono fini a se stessi e l'uso dell'effettistica è pregevole, insomma tutto contribuisce a fare di questo disco una delle prove più brillanti di Eric Gales. Vocalmente si è sempre dimostrato un cantante di buon livello, ma qui raggiunge vette altissime mettendo in evidenza una voce degna della migliore black music. 

L'ultimo album in studio, in ordine cronologico, è The Brokends del 2019, anche qui Gales riesce a centrare l’obiettivo. Un disco che si avvale di ospiti come Beth Hart e Doyle Brahmall ma anche della produzione di Matt Wallace a conferma di un percorso ormai segnato da una completa maturazione artistica.  

Qui la sua componente soul esce fuori alla grande, con una bella voce di chiara impronta black a cui si affianca un raffinato stile chitarristico con gli assoli coinvolgenti e meno torrenziali del solito. In questa occasione la chitarra non è mai fuori posto e sicuramente le raccomandazioni di Satriani e Eric Johnson si sono fatte sentire. Molto interessante e degna di nota la collaborazione con la bravissima Beth Hart nella cover beatlesiana e cockeriana di With a little help from my friends dove la voce del nostro duetta magnificamente con quella di Beth e tira fuori una chitarra che avrebbe fatto felice pure Jimmy Page.

Insomma, un disco che è un piacere ascoltare dall'inizio alla fine e che allontana Gales dal cliché del chitarrista “virtuoso ma senza anima”. Alla luce di tutto ciò l'affermazione di Bonamassa che apre questo pezzo non è fantascienza ma una realtà concreta ed Eric Gales è un chitarrista che si è ampiamente guadagnato il posto che merita.